VALERIA ISACCHINI.
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L'ONDA GRIDAVA FORTE.
IL CASO DEL NOVA SCOTIA E DI ALTRO FUOCO AMICO SU CIVILI ITALIANI.
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2008. Ugo Mursia Editore, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Il comandante Gysae cap che aveva silurato un trasporto di suoi alleati e, quando un italiano fatto salire a bordo riusc a spiegare di che si trattava, fatic a nascondere un brivido: l'U-177 era emerso in un mare costellato di relitti a cui si aggrappavano civili italiani.
Internati venivano chiamati i civili italiani catturati durante il Secondo conflitto mondiale. Erano emigrati che si trovavano in Gran Bretagna, o cittadini delle colonie del nostro impero sorpresi dagli avvenimenti dei primi anni di guerra, per i quali il Diritto internazionale non prevedeva alcuna protezione.
Molti vennero trasportati verso i campi di prigionia su navi britanniche nemiche, intercettate e silurate da sottomarini tedeschi amici, altri morirono affogati o divorati dagli squali, altri ancora vennero uccisi mentre cercavano di aggrapparsi a una zattera o a un relitto.
Con una rigorosa documentazione storica, Valeria Isacchini ricostruisce le vicende dell'Arandora Star e del Nova Scotia, due navi inglesi cariche di civili italiani che incontrarono sulla loro rotta i terribili U-Boote, descrivendo il comportamento dei sommergibilisti tedeschi, la sorte dei naufraghi e dei sopravvissuti, i sorprendenti intrecci tra spionaggio e nazismo in parti del mondo molto lontane e l'opera di Padre Mos, missionario cappuccino combattivo e patriottico, che lasci sull'altopiano eritreo un documento straordinario che ha trasmesso ai posteri il ricordo di tanti italiani, morti per fuoco amico.
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L'AUTRICE.
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Valeria Isacchini  nata e vive a Reggio Emilia. Ha insegnato per molti anni Italiano e Storia, ha curato cataloghi per mostre e presentazioni d'arte e ha pubblicato un libro sull'esploratore Raimondo Franchetti, Il 10 parallelo (2005). Collabora con il sito Internet www.ilcornodafrica.it e con alcune riviste di storia.
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L'ONDA GRIDAVA FORTE.
Il caso del Nova Scotia e di altro fuoco amico su civili italiani.
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Nota del curatore. Questa  la versione di pi scorrevole lettura, senza l'elenco dei deceduti e solo con le note che hanno un contenuto informativo, e non sono semplicemente citazioni delle fonti consultate.
Nella presente versione, abbiamo modificato la numerazione delle note, in modo che ciascuna di esse sia individuata da un numero univoco. Le note del primo capitolo hanno un numero da 101 in poi, quelle del secondo capitolo da 201 in poi, e cos via. 
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Allo sguardo dolce di Giuliana Moratti della Terza A.
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Intorno alla chiglia l'onda spumeggiante gridava forte e la nave andava.
Iliade. Libro Primo.
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NOTA DELL'AUTRICE.
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In questo volume ci sono molte citazioni dall'Iliade perch  il primo testo sulla guerra, sulle navi da guerra, sullo spirito della guerra della nostra civilt.
I versi dell'Iliade, che introducono ogni capitolo, sono riportati secondo la traduzione di Vincenzo Monti (Mursia, Milano 2001), tranne la citazione a pagina 7, tratta dall'edizione di Giuseppe Tonna pubblicata da Garzanti.
Per la trascrizione di nomi di localit eritree, seguo la Guida dell'Africa Orientale Italiana (Consociazione Turistica Italiana, Milano 1938), che  contemporanea ai fatti e ai personaggi di cui si parla nel libro.
Per la realizzazione di questo volume, voglio ringraziare di cuore soprattutto Vincenzo Meleca, che mi ha costantemente assistito con la sua competenza e la sua passione in campo storico, militare e nautico. Oltre a lui, anche mia figlia Valentina mi si  rivelata una spietata correttrice di bozze.
Ho piacere di ricordare la famiglia Cesana Sironi, Ken Deshaies, Allan Jackson, Anna Landi, Vero Freschi, Giovanni De Domenico, Leopoldo Cicero, Matt Powell e tutti quelli che mi hanno spontaneamente e generosamente fornito utili materiali e informazioni. Ricordo anche Alice Ferreira Santos, gentile bibliotecaria della Marinila Portuguesa, con la quale per un po' ci siamo divertite a scambiarci messaggi, oltre che in inglese, anche in uno strambo italoportoghese o portoitaliano.
La possibilit di poter dialogare con esperti e appassionati tramite Internet  assolutamente affascinante: perci, anche se so che non  accademico, ringrazio tutti gli anonimi e gli pseudonimi che mi hanno dato indicazioni preziose tramite i siti di www.Betasom.it, www.U-Bootwaffe.net, www.uboat.net. Naturalmente, mi guardo bene dal rivelare lo pseudonimo sotto cui mi sono nascosta nei forum.
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INTRODUZIONE.
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CHI GLIEL'AVEVA FATTO FARE.
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Ma dura impresa mi sara dir tutte come la lingua degli Di, le cose (Libro 12).
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Chi gliel'aveva fatto fare, a quel frate, parroco di un paesino di montagna, di impicciarsi di naufraghi; lass in quella chiesetta bianca dal tetto aguzzo, con le finestre a ogiva fintogotica, con santa Rita dagli occhi eternamente lacrimosi, forse perch si dispiaceva che le sue rose, con quel caldo, bruciassero prima di fiorire; lass, le lapidi nere, con quelle centinaia di nomi di morti in mare, suonavano assurde: un po' come certi coccodrilli imbalsamati o modellini di bastimenti appesi nelle absidi tra le fumane mantovane o tra i boschi bretoni.
Cosa ci faceva l, anche quell'elenco? Anche: perch sembrava che quel paesino di montagna fosse in qualche modo destinato a conservare liste di nomi di caduti. Perch Add Qual non  un paesino qualsiasi: Add Qual  una Redipuglia d'Eritrea, ed  molto vicina alla Caporetto d'Africa.
Erano passati di l, agonizzanti, trascinandosi sui moncherini che lasciavano scie di sangue e pus sulla terra rossa, i sassi e le rocce laviche che corrugano gli spiazzi e gli slarghi del paese;
taluni, forse i pi fortunati, sorretti dalle loro donne, che se ne erano state acquattate come sempre, nei pressi della battaglia, sempre in attesa e sempre temendo di dover intervenire. Altri, probabilmente i pi fortunati, erano rimasti l, tra i basalti e le acacie spinose, e i loro corpi erano stati ricomposti in teli bianchi. Almeno quel che avanzava dei loro corpi.
Erano i nostri ascari che tornavano dai valloni l intorno, dopo quella battaglia combattuta e persa a pochi chilometri da Add Qual, nel marzo del 1896. Il boia li aveva privati del braccio destro e della gamba sinistra, su ordine del trionfatore Menelik, imperatore d'Abissinia, per vendetta e punizione del loro tradimento nei suoi confronti, perch si erano schierati con gli italiani, quei frengi, quegli stranieri che avevano cercato di invadere l'impero di Salomone.
Ed era l che il frate si era trovato a lavorare, e lavorare duro, settant'anni dopo: a dir messa e litigare con gli
shift (1) a pochissimi chilometri dall'ossario di Dehr Cont, quello con i resti delle migliaia di caduti della cosiddetta battaglia di Adua, anche se quei soldati ad Adua non avevano messo piede.
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Massaua, 10 gennaio 1935.
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Il frate si avviava verso la missione francescana. Da qualche giorno era l, ma ancora non se ne capacitava. La missione cattolica dell'isola di Taulud era poverissima, cadente, non aveva luce elettrica e quindi, men che meno, quei ventilatori che pure per gli europei sembravano assolutamente imprescindibili, con un clima che gi a gennaio arrivava tranquillamente ai 40 gradi; neanche quattro piatti c'erano, che il missionario, incaricato della zona prima di lui, passava la maggior parte dell'anno ad Asmara, e le poche volte che c'era si faceva portare la cena dal ristorante Oriani e quindi, in pratica, la casa missionaria era quel che era: le solite quattro mura scalcinate, senza assolutamente nulla, piene solo di scarafaggi rossi (di quelli, a Massaua, c'era sempre abbondanza). Scarafaggi tranquilli, per, che se ne stavano anche loro il pi possibile all'ombra, agitando quietamente le antennine.
Era la sua prima passeggiata in citt: qualche giorno prima era sceso dal Dandolo, uno dei tanti mercantili che portavano nel Corno d'Africa ogni grazia di dio in merci, armamentari, generi vari.
E poi gente: bruni, piccoli, attivi. Attivi per quel che potevano, con quel caldo da girone dantesco.
Il frate gett uno sguardo al mare: bello, appena increspato com'era, con quel fresco colore verdeazzurroblu, l'unico elemento, in quel paesaggio giallo e bianco, che gli ricordasse i colori della sua Brianza. Bello e dannato, per: pieno di squali, che gi a pochi metri da riva se ne stavano l appostati ad aspettare una qualche preda: che fosse un branco di ricciole o qualche arto umano per loro mica faceva differenza.
Sul lungomare, all'ombra delle arcate arabe e dei merletti lignei delle musharabie, quelle fantastiche, elaborate terrazze coperte, da cui sguardi furtivi controllavano la via, si accalcavano gli operai italiani in pausa.
Mal vestiti, per niente equipaggiati, mal nutriti. Di derrate alimentari ne arrivavano in quantit, ma mancavano i magazzini per sistemarle, e quindi le balle e i cassoni se ne restavano l, sulle banchine del porto, esposti al caldo, ai topi, alle piogge stagionali. Gli imprenditori, che avrebbero dovuto occuparsi della logistica, erano pescicani peggio degli squali - e il frate sent, e cerc di controllare, una vampata di rabbia e d'ira che lo gonfiava -, gente che usava farina avariata, che immagazzinava roba, che nascondeva il chinino. Le autorit responsabili per il gfoverno facevano finta di non avere ricevuto gli ordini, e inviavano in Italia relazioni a tinte rosee, che con la realt non avevano nulla a che fare. I medici, sempre che fossero veramente medici, si arrabattavano con quel che avevano a disposizione; ma cosa ci puoi fare quando ti capita tra le mani un poveraccio che  stato calato con una fune, per venti minuti, in una stiva a 70 gradi, e che magari ha gi avuto un colpo di calore, e allora l'hanno frettolosamente tirato di nuovo su, l'hanno frizionato sul momento con un po' di ghiaccio, sperando che non gli rimanesse tra le mani e, dopo poco, se si era ripreso, veniva calato daccapo in stiva?
Il frate ebbe poi occasione di conoscere, o meglio di essere conosciuto, dall'aviatore Alessandro Pavolini(2), ma probabilmente non conobbe un altro pilota d'aerei, Vittorio Beonio Brocchieri(3), che espone chiaramente quel che capitava agli operai siciliani, veneti, pugliesi che si erano frettolosamente trasferiti in colonia, sperando di trovare lavoro e posto al  Mentre nell'ambiente militare si vivevano queste giornate di fremito e di aspettativa, masse di operai terminavano l'organizzazione della base. Questa gente aveva lavorato nei tempi della
grande estate, quando la vita  particolarmente difficile. La temperatura media si aggirava sui 55-60 gradi. Acqua insufficiente per l'enorme fabbisogno. Bagni di mare impossibile (sic) per la minaccia dei pescicani e perch l'acqua vicino alla riva, essendo pi calda del corpo umano, non
dava refrigerio ma, anzi, surriscaldamento. Impossibile usufruire degli impianti artificiali di bagni e docce perch, nei serbatoi esposti alla temperatura media dei giorni, l'acqua si riscaldava oltre i
50. Anche le pozze salmastre, ricavate trapanando la sabbia, erano calde come sorgenti termali. Di notte, gli operai boccheggiavano nudi sotto i radi palmizi. Di giorno, lavoravano a scaricare i
piroscafi o a costruire il pontile di sbarco sotto il controllo dei medici. Ogni uomo veniva calato con le funi nella stiva della nave e vi rimaneva da venti a trenta minuti, a una temperatura media di
70 gradi. Se suonava un campanello d'allarme, immediatamente veniva estratto e due medici gli misuravano il battito del cuore e la temperatura, se necessario gli somministravano frizioni di ghiaccio che una macchina elettrica produceva continuamente. Quando l'operaio s'era riavuto, veniva calato nuovamente nel pozzo arroventato delle stive. L'operazione si ripeteva tre, quattro volte e poi un altro prendeva il turno. Ci furono dei malati e dei morti.
Non si tratta di esagerazioni tese ad amplificare lo spirito di sacrificio e le sovrumane capacit fisiche dell'italica gens.  una denuncia, confermata da quanto riferisce Alessandro Lessona, all'epoca sottosegretario alle Colonie, in una relazione inviata a Mussolini il 21 giugno 1935. Ecco cosa scrive Lessona (4):
Operai.
 problema assai delicato e importante nei suoi aspetti e nelle sue conseguenze. Il numero degli operai affluiti in colonia  imponente: circa 22.000 e salir fra non molto a oltre 30.000.
Devo subito dire che il problema non  stato inizialmente visto con esatta comprensione delle reali necessit. Il complesso di operai, che supera gi la forza di una divisione mobilitata, doveva essere inquadrato ed equipaggiato in modo da farlo rendere al massimo e di farlo vivere almeno con quel minimo di comodit e di assistenza che mantiene efficienti le forze fisiche per un lavoro duro in clima estenuante. [...] Invece, gli operai sono giunti in colonia non inquadrati, malissimo vestiti, per nulla equipaggiati, si  dovuto provvedere a rifornirli con ripieghi e con rifornimenti irregolari, spesso insufficienti. [...] Ho rilevato, inoltre, i seguenti inconvenienti:
1) Vitto. Deve essere maggiormente curato dagli imprenditori, che incontrano per serie
difficolt dovute agli inconvenienti gi accennati per il porto di Massaua. [...] Deficienza di mezzi di trasporto e mancanza di magazzini di ricovero delle derrate hanno lasciato i generi sulle banchine, esposti alle piogge che ne hanno danneggiato gran parte. Molto del pane per gli operai  stato confezionato con farina avariata, perch gli imprenditori non disponevano di altra. [...]
2) Servizio sanitario. L'assistenza sanitaria  deficiente sotto tutti gli aspetti. Mancano i medici e quelli in servizio non sono tutti di capacit completa. Mancano le medicine, anche quelle di uso pi comune, come il chinino in zone malariche. Mancano infermerie e posti di soccorso adeguati alle necessit. [...]
3) Equipaggiamento. Gli abiti inadatti, portati in colonia dagli operai, sono ormai ridotti per la maggior parte in cenci; anche le calzature sono in deplorevole stato. [...]
4) Disciplina. Molteplici sono stati gli incidenti; dovuti in gran parte al fatto che in paese le autorit responsabili non hanno eseguito gli ordini ricevuti e hanno descritto a tinte rosee, ben diverse dalla realt, le condizioni di vita, di lavoro, di clima in colonia.
Anche la scelta degli elementi non  stata fatta con la dovuta oculatezza e il reclutamento ha ammesso anche elementi riottosi e turbolenti [...].
E aggiungiamo anche questa annotazione del giornalista Poggiali:
A proposito della tutela degli operai. Mi dicono che taluno di essi ha dovuto subire un trattamento cos duro, e mostrarsi in pubblico intento a un lavoro cos penoso, che gli indigeni hanno commentato: "Gli italiani si sono portati dietro gli schiavi bianchi"(5).
Ne avrebbe avuto di lavoro, Padre Mos, in quella missione, con quella situazione.
Il frate si guardava attorno: un paio di marinai italiani, che riconobbe perch erano sbarcati con lui, gli passarono accanto, ridacchiando gi abbrancati a due piccole sharmutte, dalle mani eleganti e dai seni sporgenti sotto la garza bianca delle fute che le avviluppavano.
Allora guard soprattutto il mare, il mare verdeazzurroblu dei pascoli e del cielo della
Brianza, quello verso sera, in autunno. Aveva fatto voto di obbedienza, di disciplina, e aveva fatto anche un voto personale, e sapeva lui quale; quindi doveva controllarsi, ma questo non voleva dire essere un mollaccione. Non era stato un mollaccione neanche quella volta che, a 13 anni, aveva litigato davanti a tutti, in fabbrica, col capocanaglia. S, tutto sommato era un bene che lui fosse l;
aveva del lavoro da fare che nessuno ancora aveva fatto.
Guard ancora il mare: pens che non era per niente sbagliato il suo nuovo nome per la vita religiosa: Mos, Colui che fu salvato dalle acque. E dunque di acque e marinai si sarebbe occupato, l'ex operaio tessile tra le Prealpi, Luigi Sironi, ora fr Mos da Cal (6).
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Barent, estate 1940.
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La prima di cui forse gli giunse notizia fu l'Arandora Star.
Mos aveva dovuto lasciare i suoi Cunama(7) di Bimbilna, perch era stato trasferito ad Add
Qual. Fu forse il padre superiore Fabiano da Villa d'Adda a parlargliene, quando lui pass da
Barent per recarsi alla nuova sede, l sull'altopiano.
Aveva di nuovo un po' di febbre, ma non devastante come nelle settimane precedenti. Era in grado ormai di affrontare un viaggio, sebbene le tappe gli sembrassero sempre troppo lunghe, ma non voleva dirlo. Una preghiera nel piccolo cimitero della missione, dove giacevano tanti cappuccini, che prima di lui avevano ceduto a quella maledetta malaria. Una lunga conversazione
con padre Fabiano, tra le eterne mosche e l'afrore che emanava dal suo saio. Non c'era verso: se a
Barent ci fosse stata suor Celestina(8) dell'ospedale di Massaua, pensava, quelle stanze non
avrebbero avuto quell'odore pesante, acido, greve. Sospir; bevve un altro sorso dell'acqua
amarognola e malsana che veniva dal pozzo della missione; poi ascolt quel che aveva da dirgli il
superiore. Qualche incoraggiamento, qualche informazione pratica su ci che lo aspettava - ormai
aveva imparato che, comunque, le cose si sarebbero rivelate peggiori di quanto gli veniva riferito -, qualche notizia d'attualit.
Poche parole quelle che gli disse padre Fabiano, ma abbastanza per lasciargli per sempre una febbre di nuovo tipo. Per il momento, era ancora una febbriciattola. Magari, sarebbe stata curabile, se fosse stata calmata subito.
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CAPITOLO PRIMO.
COLLAR THE LOT! L'Arandora Star.
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Lo Spavento e la Fuga, e del crudele Marte suora e compagna la Contesa insaziabilmente furibonda (Libro 4)
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Spumante intorno ed infinita d'Ocen la corrente mormorava (Libro 18).
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Torta di Nozze, la chiamavano un tempo. O anche Scatola di cioccolatini. Perch era ricca, lussuosa, tutta bianca, con una delicata striscia verde che ne sottolineava il sottile, lunghissimo, elegante scafo. I due fumaioli sembravano proprio due cremini incartati di rosso e marrone, con la loro brava stella blu al centro, per renderli ancora pi allettanti e golosi. Era la pi bella delle cinque sorelle, tutte star: Almeda, Andalucia, Avelona, Avila, Arandora. Era una delle Luxury Five, uno di quegli splendidi transatlantici progettati negli anni Venti, come regge galleggianti per pochi, selezionatissimi e ricchissimi ospiti. Dal 4 gennaio 1927, quando l'Arandora era stata varata per le prestigiose linee di navigazione Blue Star, aveva trasportato in lunghe, principesche crociere attorno al mondo gli esponenti dell'upper class britannica che, in inverno, abbandonavano le nebbie di
Albione(101) per un lungo itinerario nel Mediterraneo o tra le colonie esotiche di Sua Maest: Sudafrica, Giava, Malesia, Ceylon, Egitto, elencava il manifesto pubblicitario di una di quelle navigazioni invernali. Raffigurava due belle ragazze a spalle scoperte, avvolte in un sarong ondeggiante, che incedevano tra le palme con passo elegante e tranquillo.
L'Arandora Star era la pi famosa nave da crociera britannica degli anni Venti e Trenta, e una delle pi famose del mondo: quando, tutta impavesata e agghindata come una sposa, arrivava a
Venezia, o ad Amburgo, o a Southampton, o navigava tra i fiordi norvegesi, i fotografi si precipitavano a ritrarla per i giornali locali, e centinaia di cartoline con la sua immagine viaggiavano per il mondo, per la gioia dei collezionisti(102). Aveva perfino, si favoleggiava, ascensore elettrico e cinema parlato.
Poi, si sa, nel '39 le cose andarono come andarono, non era pi il caso di far viaggi in crociera, e la Torta di Nozze venne bruscamente declassata a nave da trasporto truppe.
Spesso, statisti e personaggi storici vengono ricordati nell'immaginario collettivo per l'incisivit dei loro motti. Dall'alto di queste piramidi..., Obbedisco, Veni, vidi, vici, Eppur si muove, Fatta l'Italia dobbiamo fare gli italiani. E cos identifichiamo il temperamento e le capacit di una persona con le qualit e le caratteristiche che ci sembra vengano espresse da quelle poche parole. Se noi italiani pensiamo a un motto di Churchill, ci vengono in mente le lacrime, sudore e sangue che onestamente promise ai suoi conterranei al momento dell'entrata in guerra della Gran Bretagna: schiettezza, onest, capacit di sollecitare l'orgoglio, lo spirito di sacrificio, la disciplina nazionali.
Difficilmente ci viene in mente quel Collar the lot!.
Collar the lot!: poche efficaci parole. Acciuffateli in massa!
Il timore dell'esistenza di una quinta colonna tra i numerosissimi immigrati italiani, tedeschi, austriaci che vivevano in Gran Bretagna, spinse il governo britannico, al momento dell'entrata in
guerra, a un'impressionante, improvvisa azione di arresto di tutti coloro che provenivano da paesi nemici. Un'azione brutale e distruttiva, di cui poi, in tempi pi calmi, le autorit britanniche dichiararono di vergognarsi(103): piccoli negozianti, artigiani, ristoratori, sarti erano diventati tutti potenziali traditori, spie, nemici.
Gi da qualche tempo, in effetti, si stava diffondendo nella societ britannica il sospetto contro the aliens; il 27 aprile 1940 sul Daily Mirror apparve un articolo a firma di John Boswell che, deridendo i vari Gino, Tito e Mario dalle sopracciglia simili a scarafaggi, che venivano scaricati dalle navi degli emigranti, informava allarmato che ci sono pi di 20.000 italiani in Gran Bretagna.
Londra da sola ne ha pi di 11.000. L'italiano a Londra rappresenta una parte indigeribile della popolazione; frase, quest'ultima, decisamente pesante, soprattutto se a questa si aggiungeva l'avvertimento che ogni colonia italiana in Gran Bretagna e in America rappresenta un calderone bollente che fomenta attivit politica.
Fascismo nero. Caldo come l'inferno. [...] Siamo circondati da una miriade di piccole minacce potenziali.
Che nei circoli italiani, in quegli anni, fossero diffuse le simpatie per il fascismo  fuori discussione. L'inizio fu tiepido (la colonia italiana in Gran Bretagna era tendenzialmente lontana sia dalle tematiche antifasciste del mondo operaio, sia dalle forme di associazionismo politicoideologico), ma, in seguito, la propaganda favorevole ai Patti Lateranensi nelle chiese cattoliche e l'attivit assistenziale, culturale, organizzativa dell'ambasciatore Dino Grandi scrollarono l'apatia.
Quando poi si vinse la guerra d'Etiopia, l'approvazione degli emigrati per il governo italiano raggiunse il massimo.
Scrive Lucio Sponza, docente alla University of Westminster, Londra:
Last but not least, a entusiasmare per il fascismo la maggior parte degli immigrati fu la guerra
d'Etiopia. La creazione dell'impero italiano fu vissuta come riscatto da una condizione d'inferiorit
nei confronti degli inglesi, nella quale ora si innervava un generico patriottismo, che era un riflesso della nostalgia per la cultura dei villaggi d'origine, piuttosto che manifestazione di una non condivisa coscienza nazionale. Per converso, l'opinione pubblica inglese, che aveva guardato con simpatia all'Italia di Mussolini, dopo l'aggressione all'Etiopia non nascose lo sdegno per un popolo straccione che si dava arie imperiali(104).
Nel giro di poche ore dal comunicato con cui, il 10 giugno 1940, Mussolini annunciava al mondo di aver rimesso le dichiarazioni di guerra nelle mani degli ambasciatori di Francia e Gran Bretagna, si scaten una drammatica caccia all'uomo. Dai 16 ai 70 anni, tutti a rischio. Nel cuore della notte, migliaia di famiglie italiane sentirono la polizia bussare alle loro porte. Venivano confiscati, in quanto sospettati di essere utilizzati per attivit di spionaggio, materiali come radio, atlanti, macchine fotografiche, binocoli, perfino i piccoli microscopi usati dai ragazzi appassionati di
Scienze a scuola(105). Le mogli, le madri, le donne si ritrovarono a combattere selvaggiamente e vanamente, sulle soglie delle case e dei negozi, per cercare di strappare i loro uomini dalle braccia di quei poliziotti che, fino a pochi giorni prima, avevano rappresentato i protettivi bobbies che pattugliavano la strada davanti alla loro drogheria, alla loro trattoria; ora erano diventati implacabili esecutori di ordini di cattura. Qualcuno di loro per era imbarazzato, magari la sera prima si erano ritrovati insieme, lui e l'italiano da arrestare, al pub dell'angolo, e le loro mogli frequentavano la stessa associazione parrocchiale.
E vennero presi anche quelli che invece con il fascismo non volevano avere nulla a che fare, anzi
lo combattevano, come il sarto forlivese Decio Anzani, segretario della Lega italiana per i Diritti dell'Uomo, che venne preso e spedito sull'Arandora Star nel momento
sbagliato(106). C' chi dice(107)
che in quella gigantesca retata erano finite anche le liste degli antifascisti, provenienti dal Partito
Laburista. Il fatto  che nella fretta del momento, causata da quell'imperioso Collar the lot!, si fece comunque una gran confusione, mischiando quelle che avrebbero dovuto essere diverse categorie di sospettati e stranieri(108).
Via tutti, per prima cosa allontanati dai loro quartieri e dalle loro citt, dove potevano avere creato pericolose basi di intercettazione, segnalazione, collegamento; quindi deportati, a migliaia, tra le tante isole e arcipelaghi ventosi e semideserti che la Gran Bretagna ha la fortuna di possedere davanti alle sue tormentate coste: isola di Man, Orcadi, Irlanda del Nord. Circa 8000 internati nei campi di concentramento, in attesa di essere un po' alla volta spostati nei lontani dominions inglesi.
Anche molte delle donne, potenziali Mata Hari, vennero internate, o mandate al confino, insieme ai figli, in cittadine isolate, come Beauly, Huntly, Tomintoul, Newmilns, lontano dai centri dove si trovavano acquartieramenti o basi logistiche militari. Sotto stretto coprifuoco, sospettati di segnalare notizie ad agenti nemici anche quando usavano una torcia a pile per vedere la strada col buio, dovevano richiedere uno speciale permesso ogni volta che per qualche ragione necessitavano di allontanarsi per pi di 5 miglia dalla sede loro assegnata. Dei loro uomini arrestati, non sapevano pi nulla.
Chi non veniva arrestato, di solito per ragioni di et, doveva comunque cedere la sua attivit a un inglese, che gliela affittava a canoni ridicoli. Anziani italiani si ritrovarono, per campare, a fare i garzoni o i camerieri nello stesso negozio o trattoria di cui, fino a poco prima, erano stati i soddisfatti proprietari.
I campi di transito sulle isole erano basi per la successiva deportazione nei campi di internamento, per la maggior parte in Canada, o anche in Australia, tanto per star sicuri che quei pericolosi individui fossero ben lontani dal territorio nazionale. Tristemente famoso rimase quello di Bury, nel Lancashire, in una filanda da tempo dismessa, detta Warth Mills.
Otto rubinetti per centinaia di uomini, ma l'acqua proveniva abbondante, quando pioveva, dalle vetrate rotte che un tempo costituivano il soffitto della fabbrica; sporcizia generale, il pavimento era rimasto impregnato di grasso e cosparso di scarti di lavorazione del cotone, e i ratti ci facevano festa; si dormiva su tavole di legno senza materasso, cibo scarso fino alla fame, nell'infermeria 30 letti per 230 internati, come testimoni, scandalizzato per la situazione di estremo degrado, anche R. A. Haccius, delegato inglese della Commissione Internazionale della Croce Rossa a Ginevra, dopo una sua ispezione al campo del 12 luglio 1940(109).
Centinaia e centinaia di prigionieri, frastornati, increduli, si infilavano, nella notte fra il 30 gfiugno e il 1 luglio 1940, nella stiva dell'Arandora Star, quella stiva che, fino a poco pi di un
anno prima, aveva accolto le casse di champagne e le ricercate vivande destate ai raffinati croceristi.
Lorenzo Musetti, di 43 anni, avvertiva ancora, in qualche angolo, un vago profumo di caff, di cacao, di saponette alla lavanda, che gli ricordava la sua drogheria di Londra. Similmente lo sentiva suo fratello pi grande, Pietro, che per fortuna era stato imbarcato con lui, cos almeno avrebbero condiviso quell'angoscia, e si sarebbero appoggiati a vicenda. Si sedettero insieme in un angolo, guardandosi straniti attorno. Riconobbero molti amici e conoscenti, tanti compagni che, come tutti, avevano dovuto subire gli insulti dei turisti quando avevano sfilato davanti alle pensioni e agli alberghetti dell'isola di Man, dove erano stati provvisoriamente inviati in prigionia in attesa dell'imbarco.
Di pontremolesi ce n'erano tanti, e di bardigiani, di brianzoli, di frusinati, di lucchesi... venivano quasi tutti dalle stesse zone, tutte del centronord: tanti emiliano-romagnoli, molti toscani, parecchi anche dal Lazio, dal Piemonte, dalla Lombardia. Gli emigranti italiani, si sa, si spostavano secondo una sorta di processo di cristallizzazione: ne partiva uno, che chiamava dal paese il fratello e un cugino, che invitavano l'amico e un paio di compaesani, poi li raggiungeva il nipote del barbiere, e se avevano bisogno di una mano per il negozio, c'era sempre un conoscente, persona seria, per carit, raccomandato anche dal parroco, pronto ad arrivare...
Gli ufficiali che scorrevano le liste degli imbarcati, vedevano tornare spesso gli stessi cognomi, tanti Ceresa da Bollengo, tanti Gazzi, Moruzzi, Rabaiotti, Rossi da Bardi, D'Ambrosio e Mancino da Picinisco, e via cos, intere famiglie svuotate dei maschi.
Intorno a Pietro e a Lorenzo si sistemarono alcuni altri. Pi che silenziosi, ammutoliti: non capivano ancora cosa fosse successo, cosa sarebbe successo. Fino a poche settimane prima, erano l, con le loro famiglie, orgogliosi di aver raggiunto la tranquillit economica in una nazione dove, quand'erano arrivati, manco sapevano dire: Good morning, e invece, poi, avevano potuto mandare a casa le loro fotografie davanti alla macelleria, alla pasticceria, alla pizzeria. Roba loro, lo si notava dalla studiata disinvoltura con cui posavano sulla soglia: spalle dritte, completo a giacca e cravatta oppure ampio, candido grembiule avvolto ai fianchi. Roba di cui essere fieri, e le fotografie raggiungevano le credenze dei parenti rimasti al paese, e venivano infilate fra il vetro e il telaio dello sportello, e ogni tanto la madre o qualche zio le guardavano e pensavano: Quel ragazzo ha fatto carriera, si vedeva fin da piccolo che mica si sarebbe fermato qui tra le nostre vacche e meditavano: Quasi quasi l'anno prossimo gli chiedo se ha bisogno di una mano, cos gli mando anche mio nipote, poverino, che qui si arrabatta con quel che c', ma per sposarsi avrebbe proprio bisogno di un lavoro serio, stabile.... E l, sulla nave, c'erano anche quelli che non stavano in negozio, come il prestigioso dottor Zezzi che, neanche a farlo apposta, era il medico personale del presidente della Blue Star Line, e che conosceva bene il capitano Moulton(110); o l'intellettuale ebreo Uberto Limentani, che si era trasferito da poco in Inghilterra, dopo le leggi razziali(111). Gi, parecchi ebrei erano fuggiti in Gran Bretagna, dopo il '38. Anche se non era certo stato facile entrare, perch neanche da quelle parti gli ebrei erano, come dire, granch apprezzati. Secondo Limentani(112), probabilmente, egli riusc a ottenere un visto provvisorio perch, nello stringente interrogatorio che sub a Dover, nessuno gli chiese: Are you a jew?. Spesso praticavano professioni liberali; oltre a Limentani, docente a Cambridge, c'erano, per esempio, i figli dell'editore Claudio Treves, Paolo e Piero, giornalista. Anche loro erano stati catturati e ora chiss dove si trovavano, pensava affranto il professor Limentani. Si guardava intorno: piccolo il mondo, pensava con un certo senso dell'ironia.
Pochi anni prima, nel 1935, durante una vacanza con i genitori, aveva visto l'Arandora, in tutto il suo splendore di signora del mare, ai Giardini di Venezia. Era meravigliosa, e aveva sognato di potervi, un giorno, salire a bordo(113). B, c'era riuscito.
E l, in Inghilterra, talvolta erano nati i figli di tutti questi italiani, cittadini inglesi, non c' dubbio; tant' vero che molti dei ragazzi pi grandi degli internati dell'Arandora Star, nello stesso momento, stavano prestando il servizio militare. Nella Royal Army, nella Royal Navy, nella Royal Air Force.
Sembra una follia, un'ironia della sorte troppo assurda per essere credibile: l sull'Arandora, per esempio, erano imbarcati, per la deportazione da Liverpool al Canada, anche Francesco e Silvestro D'Ambrosio.
Silvestro era in Scozia da 42 anni, aveva una pasticceria - ristorante ad Hamilton, e aveva avuto due figli, due bei ragazzoni: uno di naja nell'Esercito britannico, l'altro in quello canadese. E c'era Mr. Agolini, di Kilmarnock, il cui figlio Moreno avrebbe poi servito nella Royal Air Force, mentre l'altro, Elio, si sarebbe aggregato ai leggendari Cameron Highlanders. Scherzi cos, capitavano.
Mentre i genitori venivano incarcerati come potenziali spie, i loro ragazzi venivano chiamati a fare il loro dovere nell'esercito come cittadini inglesi, e parecchi ci rimisero la pelle, per la Gran Bretagna, e parecchi comunque si fecero onore.
Come il fuciliere Dennis Donnini, che in Olanda, nel febbraio del 1945, si guadagn la Victoria
Cross, il pi alto riconoscimento britannico al valor militare. Per ci rimise la vita, durante quell'azione contro i tedeschi, creando cos un bell'impiccio formale a un qualche burocrate dello
Stato Maggiore. Il fatto  che una decorazione cos notevole doveva essere consegnata dal re in
persona, nella solenne cerimonia a Buckingham Palace, ai parenti pi stretti. I parenti pi stretti per erano i genitori, internati perch italiani, quindi sospettati di spionaggio. E qualche faccia di
tolla della burocrazia militare pens bene di aggirare l'ostacolo, spedendo per posta l'imbarazzante
decorazione. Ve lo immaginate? Dlindlon, sono il postino, vostro figlio  morto da eroe, quindi
grazie a nome del Paese, qui c' il coupon per ritirare la Victoria Cross all'ufficio postale all'angolo,
per mi raccomando, andateci negli orari permessi, che voi sospettati siete pur sempre sotto coprifuoco e sorveglianza.
Per fortuna Giorgio VI il senso della dignit l'aveva e, quando seppe la faccenda, concesse un permesso speciale per ricevere a corte i Donnini(114).
Stavano seduti in un angolo i Musetti, e Agolini, e Del Grosso e i due Carpanini, e Bigi, e i Sidoli, e i due D'Ambrosio, e i tre Ceresa, e il vecchio Giacomo Ferdenzi, che chiss perch era finito l, con i suoi 82 anni; forse non aveva voluto lasciare la sua trib di Ferdenzi imbarcati, tutti di Vernasca in provincia di Piacenza. Ma c'erano anche pivellini di 19 anni, come il friulano Luigi Bertoia, da Montereale.
Erano 734 gli italiani che si accalcavano come potevano tra saloni e sala da fumo; anche il ponte della passeggiata era occupato, mentre da un'altra parte vennero sbattuti i 479 immigrati tedeschi, grossi salumieri cinquantenni, dalle guance cadenti, smilzi garzoni di bottega, studenti dalle fronti pallide, dentisti e chimici dai chiari occhi miopi dietro gli occhialetti ovali.
Tra loro c'era anche chi era fuggito dalla Germania hitleriana in cerca di rifugio per evitare la persecuzione, perch ebreo, o antinazista(115). O addirittura militante comunista, come un giovane professore di fisica, un certo Klaus Fuchs, che era fuggito dalla Germania ed era stato arrestato
all'universit di Edimburgo. Era un marxista convinto e lo rimase: fu quel tizio che poi, il 27
gennaio 1950, avrebbe confessato di essere stato lui a passare all'Unione Sovietica i disegni della
bomba atomica e i progetti della bomba all'idrogeno, che aveva trafugato negli anni Quaranta, lavorando prima al programma atomico britannico ad Harwell, poi, addirittura, entrando nel
selezionatissimo gruppo di Oppenheimer per il Progetto Manhattan(116). Per il momento era l, pallido, a guardare silenzioso e cupo gli altri.
Perch l a fianco c'erano pure - oh, se ce n'erano! - anche quelli che si sentivano entusiasti della
rapida avanzata delle truppe hitleriane, e avvertivano i successi della Wermacht in Europa come una
rivalsa per le umiliazioni che avevano dovuto magari subire al loro arrivo da emigranti in Gran
Bretagna; perci ammiravano quel baffetto magro, loro conterraneo o quasi -magari i tedeschi
avrebbero preferito che non fosse austriaco...-, che finalmente aveva fatto capire chi erano, loro
prussiani e asburgici, a quel panzone inglese col sigaro e le guance cascanti, e che gli aveva
ricacciato in gola tutta l'arroganza. Si scambiavano occhiate velenose, filohitleriani e antinazisti, accalcati insieme in quel pigia pigia che c'era a bordo, e talvolta scoppiavano pure risse, cos come ne erano scoppiate tante nei campi di transito.
Pi controllati che mai, i POW tedeschi, Prisoners of War, militari prigionieri di guerra, catturati in Francia e i marinai della nave Adolf Woermann, con il loro comandante Otto Burfeind(117). Sicuri di s, certi che presto, comunque, la Vaterland avrebbe schiacciato quegli stupidi tommies, accettavano tranquilli e arroganti la loro sistemazione, che consideravano provvisoria.
I D'Ambrosio e i Musetti e i Carpanini e i Sidoli e i tanti italiani vennero radunati nell'immenso salone, dove i riccioli ionici dei capitelli sulle dritte colonne sorreggevano un ancora superbo soffitto a cassettoni. Lo splendente pavimento di marmo, destinato ai volteggiamenti dei ballerini in scarpette di raso, invece, cominciava a logorarsi, senza pi le cure dei numerosi garzoni e camerieri che un tempo lo inceravano e lucidavano. Gli specchi, nelle cornici di stucco dorato che tappezzavano le pareti, riflettevano all'infinito le facce pallide, le spalle incurvate e stanche, le barbe lunghe. La voce del comandante Moulton si avvertiva bene, sia per il silenzio degli astanti, sia per la tonalit di comando, sia perch era comunque un ambiente destinato a far risuonare al meglio gli strumenti delle orchestre: Siete internati dell'Impero britannico e come tali sarete trattati. Non sar tollerato alcun incidente a bordo. Raggiungerete tra breve la vostra destinazione. Ma qual era la loro destinazione?
E nel frattempo, dove dovevano stare? Vennero distribuiti qua e l, tra i sei piani della nave;
molti italiani erano nel livello A, il pi basso; alcuni di loro restarono nel salone da ballo: sarebbero stati un po' pi fortunati, e non certo perch avrebbero potuto godersi cristallerie e mosaici, ma perch erano pi vicini ai ponti, e quindi a un'eventualit di salvezza(118). La superba Arandora Star, la Torta di Nozze, si stacc alle 4 di notte(119) del 1 luglio dalla banchina del porto di Liverpool. Davanti a lei, il mare d'Irlanda separava la grande, orgogliosa madrepatria da quei pastori isolani che da pochi anni erano finalmente riusciti a staccarsi dalla Gran
Bretagna. Dopo alcune ore, lasci a est l'isola di Man, famosa da sempre per i suoi gatti senza coda e, da poco tempo, per i campi di concentramento delle spie straniere, e si infil nel canale del Nord.
Nei primi giorni di luglio, i selvaggi fiordi scozzesi a destra erano uno spettacolo per turisti: le nubi atlantiche correvano rapide nel cielo azzurro, e il capitano Edgar Wallace Moulton osservava col binocolo quelle acque profonde che si incuneavano tra le scogliere, e che, le rare volte in cui il sole splendeva, dovevano avere colori vividi, verdi e blu, come di ramarri tropicali, e pensava che -diavolo! - appena finita la guerra ci sarebbe andato in vacanza da quelle parti, a pescare di giorno e a bere birra alla sera, sistemato in qualche alberghetto di promontorio.
Aveva voglia di isolamento e di semplicit, il capitano Moulton. Era da anni abituato a ospitare alla sua tavola torme di baronetti e duchesse, anche se sapeva benissimo che parecchi di loro dovevano i loro diamanti e i loro titoli ad accorte speculazioni nell'epoca della Grande Guerra.
D'altra parte, pensava, anche lui doveva il suo mestiere, che amava, alle speculazioni della
Grande Guerra: la Blue Star Line era stata fondata grazie all'intuito della famiglia Vestey di
Liverpool(120), che aveva capito che il futuro stava nella tecnologia. E dire che erano una famiglia di macellai, ma che pensavano in grande e sapevano rischiare e guadagnare. Dato che, fin dagli inizi del Novecento, al sabato, proprio nel giorno di maggiore afflusso di clienti, i macellai erano costretti a svendere la carne che di domenica sarebbe andata a male, pensarono bene, tra i primi nel paese, di dotare di frigoriferi i loro negozi. Poi si ampliarono, impiantando vastissimi allevamenti di bestiame brado in Argentina, dove ancora la terra costava una cantata, e un'enorme macelleria a
Buenos Aires, da dove la carne surgelata raggiungeva l'Inghilterra in cargo refrigerati. E nel frattempo riuscivano anche ad arricchirsi ulteriormente ricavando, dalle frattaglie, insulina per i diabetici. La prestigiosa Blue Star Line, su cui poi negli anni Venti e Trenta qualunque capitano di lungo corso avrebbe voluto prestare servizio, era nata cos, per trasportare carcasse congelate di vacche dall'Argentina alla Vecchia Europa.
Ma il salto di qualit, per i Vestey come per tanti altri, arriv grazie alla Prima guerra mondiale: avere gi dodici piroscafi attrezzati di refrigeranti per rifornire di uova, carne e altre merci deperibili l'esercito inglese in Francia era un bel colpo, tant' vero che il capofamiglia, William Vestey, si ritrov a fine guerra nella Camera dei Lord col titolo di baronetto.
Bingo! avrebbe esclamato entusiasta un macellaio di Liverpool; o Grand Slam, avrebbe sussurrato un'elegante dama nei saloni dell'Arandora fino all'anno prima. Fino a neanche un anno prima. Fino a pochi mesi prima, pensava il capitano Moulton(121).
Nel settembre del 1939 Moulton era diretto a New York con la sua bella sposa agghindata, ma la crociera venne interrotta. Richiamato in Inghilterra, la sua leggendaria nave venne violentata da una vernice grigia che ne opacizzava lo splendore, mentre sul suo suggestivo scafo venivano sperimentati dispositivi antisiluramento, certe reti sistemate sulle fiancate che parevano anche funzionare bene, ma che, finiti i test, non le vennero montati stabilmente, purtroppo. D'altra parte, quelle costose attrezzature erano destinate alle navi operative da guerra.
Poi fu abbandonata lungo una banchina del porto di Liverpool, finch anche per lei venne il momento di riconvertirsi a nave trasporto truppe, per trovare un nuovo tipo di gloria. Se l'era cavata bene, il mondano capitano Moulton, nella nuova veste. Nel giugno del 1940, in quella prima, inquietante fase della guerra, in cui ogni pronostico era contro la Gran Bretagna, aveva tirato fuori dai guai e trasportato in patria migliaia di soldati, dalla Norvegia e dalla Bretagna, dove ormai erano arrivati i tedeschi.
Durante tutto giugno, in un continuo, pericoloso andirivieni tra Brest, Glasgow, Bayonne,
Falmouth, adrenalina e sfinimento si erano mescolati nel sangue dei 174 uomini, tra ufficiali ed equipaggio, che governavano l'Arandora. Ma si era in guerra.
Erano appena rientrati dal mese pi agitato della storia della nave, quando, il 29 giugno, Edgar Wallace Moulton ricevette l'ordine di tenersi pronto a salpare di nuovo: centinaia e centinaia di internati civili tedeschi, austriaci, italiani, e prigionieri di guerra tedeschi, catturati durante la campagna di Francia, dovevano essere trasportati a St. Johns, in Terranova, sulle coste canadesi, vicino alla Nuova Scozia. Considerando le circa 200 guardie per sorvegliare quei pericolosi individui, si trattava di trasportare attraverso l'Atlantico circa 1600 persone(122). E la nave era stata fatta per circa 170 uomini di equipaggio e per 354 passeggeri; per passeggeri di prima classe che volevano stare larghi, ovvio, ma ora avrebbe dovuto scarrozzarne pi di tre volte tanto...
D'altra parte, non era la prima volta. Poche settimane prima, all'inizio di giugno, l'Arandora Star
aveva allontanato dalla Norvegia conquistata dai nazisti, circa 1600 uomini, tra inglesi, francesi e polacchi. Ma allora erano in un convoglio scortato da incrociatori,
cacciatorpediniere e perfino dalla prestigiosa e potente corazzata Vallant; l nel mare del Nord c'era un andirivieni di imbarcazioni che portavano via i 25.000 uomini rimasti insaccati, e si trattava di alcune centinaia di miglia, non di affrontare da soli, senza convoglio, senza scorta, l'Oceano Atlantico, dove si sapeva benissimo che i sommergibili tedeschi stavano in agguato per bloccare qualsiasi movimento britannico. Anche qualche giorno prima, l'Arandora ne aveva trasportati 1700, per la maggior parte soldati polacchi che erano rimasti bloccati sulla costa di Saint Jean de la Luz, vicino a Bayonne, l a sud della costa francese, quasi in Spagna. Moulton aveva cabotato fino a Liverpool, per scaricarli. Conosceva bene quelle coste: Biarritz era apprezzata dalla clientela di un tempo.
Il comandante fece una piccola smorfia istintiva. Ancora non sapeva che proprio il giorno prima, il 30 giugno, una gemella dell'Arandora, l'Avelona Star, era stata affondata da un U-Boot tedesco(123). Scherzi del destino: quella nave di lusso, in quel momento, stava trasportando carne congelata, insomma, i Vestey erano tornati alle origini della loro fortuna... Pochi mesi di guerra e gi la compagnia aveva perso sei
navi(124).
Il capitano distolse lo sguardo dalla costa, lo rivolse ai ponti, dove grosse siepi di filo spinato angariavano i fieri parapetti della sua bella nave.
Ci sarebbero volute qualche anno prima, quelle siepi! Tutte le volte che qualche signorina in preda allo champagne e alle delusioni d'amore minacciava di gettarsi a mare, e il suo secondo e l'ufficiale medico dovevano darsi da fare per calmarla, pens con il tradizionale humour un po' macabro dei capitani di vascello di pura stirpe britannica.
Oltre il filo spinato, destinato a contenere non le isteriche paturnie delle fanciulle, ma le improbabili fughe in massa di quegli straniti passeggeri che ora si trovavano sulla nave, si stendeva fuori bordo, l in alto, la sfilza ordinata delle scialuppe.
Le signore, e i passeggeri in genere, avevano sempre trovato eccitanti le prove di evacuazione durante le crociere. Venivano avvisati per tempo, ovviamente, per evitare inutili crisi di ansia e per non correre il rischio di un abbigliamento poco adeguato. Poi al segnale, compunti e ordinati, solo ciangottando un po' ogni tanto, tutti si avviavano disciplinati alla scialuppa loro assegnata.
Ma ora, altro che prove di evacuazione si potevano fare, con tutta quella massa di gente che aveva stipato ogni angolo della nave! Per di pi quasi tutti civili, gente che in caso di pericolo si sarebbe fatta prendere dal panico in un attimo. Con tutti quegli italiani, poi: gente di et media superiore ai 45 anni. Ce li potevi vedere a calarsi in mare da una fune, o a inerpicarsi dentro in canotto uscendo grondanti dall'acqua?
Brutto affare: attraversare l'Atlantico, dove si sapeva che i sottomarini tedeschi stavano continuamente alla posta, senza neanche una minima scorta: in caso di attacco, ben poco avrebbero potuto fare quei due cannoni che gli avevano piazzato, uno a poppa e l'altro a prua. Anzi, quegli armamenti rendevano la nave ancor pi attraente come obiettivo.
Niente da fare, erano decisamente un buon boccone; era preoccupato, il capitano Moulton. Un
carico di civili, in un teatro di guerra. E certo non poteva farsi scudo delle insegne della Croce
Rossa, come una nave ospedale; la Convenzione dell'Aja era chiara: solo chi trasportava malati o feriti da zone di guerra poteva chiedere la protezione della Croce Rossa. E, comunque, gli accordi internazionali si riferivano solo ai militari, pareva che nessuno avesse previsto una guerra che avrebbe coinvolto in modo cos massiccio anche i civili.
La guerra era ancora all'inizio, e Moulton era un capitano vecchio stampo: poteva magari ancora pensare, o illudersi, che l'eventuale Croce Rossa, se fosse stato possibile usarla, avrebbe protetto la sua nave. Ancora un paio d'anni, e la presenza del simbolo della Croce Rossa non avrebbe certo messo automaticamente al sicuro il naviglio.
E ne approfitto per sgombrare il campo da tutte le accuse e proteste che finora sono state mosse, anche da testi e siti ben validi, compresi quelli finora citati relativi all'argomento, riguardanti la mancanza di insegne della Croce Rossa sull'Arandora Star e su altre navi che trasportavano internati civili.
L'Arandora Star, cos come le altre navi di cui si parler in questo libro, non aveva alcun titolo a inalberare la bandiera con la Croce Rossa, anzi, il farlo sarebbe stato in aperta violazione del diritto internazionale(125). Il Manuale di Oxford del 9 agosto 1913, relativo alla guerra marittima e adottato dall'Istituto di Diritto Internazionale, specifica chiaramente, all'articolo 41, che il segnale distintivo della Croce Rossa potr essere impiegato solo per proteggere e designare le naviospedale, ossia, si dettaglia, quei vascelli costruiti o trasformati da parte degli stati solo e unicamente al fine di portare soccorsi a feriti, malati e naufraghi, e i cui nomi saranno stati comunicati, all'inizio o durante le ostilit, e in ogni caso prima dell'utilizzazione, ai paesi belligeranti. Insomma, non c' neanche da parlarne: l'Arandora Star non era affatto una nave ospedale, non portava neanche feriti, ma internati, e quindi, purtroppo, non si vede a che titolo protestare per la mancata protezione da parte di tale simbolo.
Comunque, la presenza della Croce Rossa non garantiva sempre e automaticamente la sicurezza:
lo si vide bene nel caso Laconia, quando l'U-156, nonostante avesse -abusivamente - spiegato una bandiera con croce rossa di 4 metri quadrati, e fosse col ponte stracarico di centinaia di naufraghi, e con quattro lance di salvataggio a rimorchio, venne bombardato da un Liberator americano.
Per quanto riguarda il trattamento subito dai civili, c'era poco da fare, a livello di diritto riconosciuto internazionalmente: semplicemente, non c'era alcun diritto che li proteggesse.
Solo al 12 agosto 1949 risale la Convenzione di Ginevra che fornisce garanzie anche ai civili coinvolti in un evento bellico. Fino a quel momento, il diritto di guerra si rifaceva alla Convenzione concernente le leggi e gli usi della guerra per terra, firmata all'Aja il 18 ottobre 1907, poi completata
dal Manuale di Oxford del 1913, relativo alla guerra in mare; nonch, per quanto riguarda i prigionieri di guerra, alla Convenzione relativa ai prigionieri di guerra, firmata a Ginevra il 27
luglio 1929. Il guaio  che questi accordi si riferiscono tutti, ed esclusivamente, ai militari.
Il Titolo VII, articolo 81, della Convenzione di Ginevra del '29 specifica chiaramente che tali
accordi si applicano solo a certe particolari classi di civili, quali giornalisti, imprenditori, fornitori, che hanno titolo a essere trattati come prigionieri di guerra, purch siano in possesso di certificato delle autorit militari delle forze armate a cui sono associati. Anche la successiva Convenzione del 1949, all'articolo 4 della parte relativa al trattamento dei prigionieri di guerra, si premura di definire chiaramente che a tale status non appartengono comunque i civili inermi e gli stranieri in territorio belligerante, ai quali sono dedicate parti a s stanti. Infatti, nelle note preliminari della suddetta Convenzione del 1949 si stabilisce che c'era urgente necessit di una convenzione per la protezione dei civili, la cui mancanza, durante il conflitto mondiale, aveva comportato gravi conseguenze. Quindi, si conferma la mancanza, durante la Seconda guerra mondiale, di norme internazionalmente accettate a protezione dei civili in teatro bellico, che non ebbero quindi alcuna protezione normativa. E del resto, si sarebbe comunque trattato di protezione esclusivamente normativa, perch tutti i cavallereschi princpi che sembravano impregnare le intenzioni dei firmatari della Convenzione del 1929 si rivelarono, alla prova dei fatti, ottime utopie(126).
In ogni caso, i paesi belligeranti aggirarono ogni eventuale ostacolo, definendo i civili catturati come internati piuttosto che come prigionieri.
Nessun articolo della Convenzione del 1907, n di quella del '29, in vigore durante la Seconda guerra mondiale, vieta l'internamento di civili per ragioni di guerra. Sembra che, semplicemente, ci si fosse dimenticati di loro.
Il sole cal, scese la solita caligine che impediva di vedere Arran, Kyntyre, Islay. Poi il buio, e lentamente, carica com'era, l'Arandora Star abbandon le acque territoriali ed entr nell'Oceano
Atlantico. La Torta di Nozze stava per andare alla sua festa di matrimonio.
Fin dallo scoppio della guerra, nel settembre del 1939, il Baltico e il mare del Nord erano stati oggetto di pattugliamenti serrati da parte degli U-Boote tedeschi. Hitler sapeva bene che l'arma sottomarina era uno dei pi potenti e perfezionati mezzi a sua disposizione per piegare l'Inghilterra, e i suoi baffetti avevano vibrato forse di compiacimento per la sua abilit diplomatica quando, il 18 giugno 1935, proprio la Gran Bretagna, che aveva condotto le trattative in segreto, senza rivelare nulla alla Societ delle Nazioni, aveva firmato il Patto Navale. In pratica, alla faccia degli accordi di Versailles, che secondo la Lega delle Nazioni avrebbero dovuto impedire il riarmamento della
Germania, il Reich veniva autorizzato, dalla maggiore potenza marittima del mondo, a potenziare la propria flotta; tutto, pensava Londra, pur di frenare l'Orso Sovietico e purch quell'ignorante e arrogante caporale imbianchino tratti direttamente con noi, visto che ormai l'assemblea di Ginevra  chiaramente decotta e non sar in grado di impedire nulla. E in effetti, come tutti sanno, non imped nulla.
Comunque, la Germania stava gi costruendo da un pezzo sottomarini senza chiedere tanti permessi: gi dall'autunno del 1933, senza aggirare l'ostacolo ricorrendo a Spagna, Finlandia o ad altri stati alleati, come aveva fatto gi la Repubblica di Weimar, il nuovo Reich aveva cominciato il suo programma navale.
All'estremo nord della Germania, nella protettissima baia di Kiel, il 1 ottobre 1933 erano iniziati formalmente i corsi di addestramento per i primi otto ufficiali e per un'ottantina di marinai sommergibilisti. Il 6 giugno 1935, pochi giorni prima di firmare il Patto Navale, tutto quel che riguardava gli U-Boote (a eccezione dell'addestramento) venne posto sotto l'autorit del capitano di mare (Capitan zur See) Karl Doenitz. Contemporaneamente, ventotto equipaggi e nove ufficiali ingegneri vennero inviati ad addestrarsi alla UAS (Unterseeboots Abwehr Schule), la Scuola di guerra sottomarina.
E tra loro c'era anche Guenther Prien(127).
Aveva poco pi di trent'anni, Prien, quando si era conquistato, primo fra tutti i comandanti di sommergibile, la Ritterkreuz, la Croce di Cavaliere, aggiungendo il nastrino rosso alla Croce di
Ferro: era stato lui che nell'ottobre del 1939 col suo U-47 era riuscito ad affondare, con un'incredibile incursione, che per la Marina britannica e tedesca rimane, per opposti motivi, memorabile, la HMS Royal Oak, di quasi 30.000 tonnellate, nel munitissimo porto di Scapa Flow, la pi potente base navale britannica, nel bel mezzo delle Orcadi, dove fino ad allora, nonostante i due precedenti tentativi, nessun tedesco era ovviamente mai riuscito a infilarsi. Oltre al danno, per la
Marina inglese fu uno dei pi grossi smacchi di tutta la guerra, insieme all'incursione italiana nel porto di Alessandria del 18-19 dicembre 1941(128).
Denti larghi e un po' irregolari, faccia rotonda su cui la bustina a punta della marina sembrava dargli un aspetto da gnomo dei boschi, di poche parole e di vista lunga, sapeva avvistare un convoglio prima di tutti gli altri, e aveva una buona preparazione bellica, avendo partecipato gi alla guerra di Spagna.
Era ormai alla sua ottava missione sull'U-47; fino ad allora, sempre Orcadi, Mar Baltico, mare del Nord; anche lui aveva preso parte, in aprile, all'Operazione Hartmut, per la conquista tedesca della Norvegia, quella conquista in seguito alla quale l'Arandora aveva dovuto darsi da fare per sgombrare frettolosamente la zona. Ora, gli avevano affidato un nuovo settore operativo, il sudovest dell'Irlanda. Era partito da Kiel il 3 giugno, e in quelle quattro settimane aveva fatto bottino, ma in fondo roba da poco: sette navi, fra britanniche, olandesi, norvegesi, anche una greca, la Georgios Kyriakides, e una panamense, la piccola Cathrine di poco pi di 1800 tonnellate. Al massimo, la britannica San Fernando, quella del 21 giugno, stazzava sulle 13.000 tonnellate ma era niente per chi aveva silurato la Royal Oak. Serviva una bella preda grossa prima di tornare a Kiel. Il guaio era che durante la caccia aveva ormai utilizzato quasi tutti i suoi siluri: gliene restava uno solo, e per di pi difettoso(129). Aveva spedito in camera siluri il meccanico silurista Thewes, che ci aveva trafficato un paio d'ore, poi si era ripresentato a Prien: B, comandante, garanzie non gliene posso certo dare, tuttavia ora direi che ci sono buone possibilit che quella bestiola faccia il suo mestiere. Grazie, Tewes, ci conto. Non era una sicurezza, ma in guerra di sicurezze non ce ne sono.
Era seccato; i siluri di nuovo tipo, i G 7E, dove la E indicava che erano a propulsione elettrica,
avevano il grosso vantaggio di non lasciare nessuna scia, quindi di non poter essere avvistati ed evitati, per davano un sacco di problemi: o non funzionava l'acciarino magnetico, o la quota siluri non si manteneva stabile, insomma, c'era qualcosa che non andava(130).
Era ancora prima mattina, ma gi tutti erano svegli, sull'Arandora. E non tanto perch a quella latitudine, in luglio, la notte  breve, quanto perch non si riesce a dormire su una nave cos affollata. Italiani, tedeschi, austriaci avevano passato la notte accatastati nelle cabine oppure distesi sul duro, fra i cristalli e le boiseries ancora rimasti nei saloni, sorvegliati dai militari, che si erano dati uno stanco cambio durante la notte.
Quanti erano? Nessuno sa dirlo con sicurezza. Al momento del prelevamento dai campi di internamento in Gran Bretagna c'era stata una gran confusione, alcuni era riusciti a evitare la deportazione, altri, invece, si erano dati da fare per potersi unire ai fratelli o ai figli quando venivano chiamati, e cos, a un certo punto, le autorit avevano rinunciato a contare con esattezza quanti erano i prigionieri da imbarcare. D'altra parte, perfino riguardo ai militari di guardia, le fonti non concordano sui numeri. Insomma, c'era un gran caos, la gente era stata ammassata quasi a caso.
C' chi parla di 1564 persone, chi di 1608, chi di 1673 persone, su quella splendida nave fatta per 350 passeggeri.
Il comandante Prien la avvist di primo mattino,
alle 6,29(131), a 75 miglia a ovest dal Bloody Foreland, il Promontorio Sanguinoso, su cui, tre secoli e mezzo prima, alcune disgraziate navi fuggiasche dell'Invencible Armada spagnola si erano incagliate, restando preda degli affamati e fieri abitanti del luogo.
Prien sapeva che era una nave passeggeri, sul suo diario di bordo  indicato chiaramente il termine Passagierdampfer. Ma sapeva anche che le navi passeggeri venivano normalmente utilizzate per il trasporto truppe. E su un vapore cos, cos grande, lungo, maestoso, di truppe dovevano essercene tante.
Alle 6,58 bast all'U-47 quel solo siluro rappezzato, dal tubo IV. 0758132 Schuss aus Rohr IV -Treffer an Bb annot Prien sul diario di guerra. Centro a babordo. Tewes aveva lavorato bene.
Erano tutti svegli, ma chi era sul ponte non vide nessuna scia bianca nel mare grigio, solo all'ultimo a qualcuno parve di vedere una piccola sagoma muoversi nell'acqua; la vide il comandante in seconda F. B. Brown, che era sul ponte di comando con il terzo ufficiale W. H.Tulip, ed entrambi si guardarono e capirono che il tempo era l, fermo, immobile, non poteva pi scorrere, e che quindi non ne avrebbero mai avuto abbastanza da poter fare manovra, per evitare quel piccolo serpente che si avvicinava alla loro sinistra, che era gi addosso alla sala motori, e le casacche dei marinai rabbrividirono e tremarono nel vento.
Poi, improvvisamente, alcuni marinai e due ufficiali furono letteralmente lacerati, schizzando verso l'alto e seguendo una traiettoria leggiadra, e il buio piomb all'interno dell'Arandora, perch tutti i generatori erano ormai frantumati. Brown aveva fatto appena in tempo a comunicare alla sala radio l'ordine immediato di lanciare un SOS con la posizione - che veniva rilevata ogni mezz'ora, prima che tutto saltasse e che ogni possibilit di comunicare all'interno della nave venisse distrutta.
Ma l'SOS era partito, ed era stato ricevuto e ritrasmesso dalla vicina stazione radio di Malin Head(133).
Chi era prigioniero gi nelle cabine e nei saloni, invece, non vide nulla, ma improvvisamente gli specchi si frantumarono, e a Lorenzo Musetti sembr di essere su un cavallo della giostra, di quelli su cui era salito da piccolo, che saltavano e sgroppavano, ma per finta... Suo fratello Piero era l vicino, e gli diceva di, che poi andiamo in centro a bere il tamarindo...(134).
E Luigi Bertoia, diciannovenne, salt anche lui come un puledro, e diede una testata alla sentinella che si ostinava a fingere di fare la guardia al salone, e si precipit sul ponte, all'aria aperta, finalmente l'aria aperta, e corse verso il parapetto, ch la nave sotto di lui, sotto di loro, si agitava come la pancia di quella prostituta di Soho, e poi rest l, appeso, stracciato dal filo spinato che sul parapetto sbarrava la strada verso il mare, quel filo spinato che doveva contenere - non si sa mai - l'ammutinamento dei droghieri e dei pizzaioli, mentre sopra di lui altri disperati lo pestavano e lo spezzavano, usando il suo corpo come un ponte di salvezza verso le onde grigie l sotto.
Luigi Gonzaga, invece, di anni ne aveva compiuti 16, quindi si considerava immortale; perci probabilmente non si diede da fare pi di tanto, perch a 16 anni non si pensa comunque mai che restino solo pochi minuti di vita. Invece, si sbagliava, Luigi Gonzaga da Bedonia, in quel di Parma.
Erano troppo poche le scialuppe: c' chi dice dodici, chi quattordici; comunque, una era stata colpita dall'esplosione, e un'altra non pot essere filata a mare perch era rimasto danneggiato l'argano di calata. Secondo alcune
testimonianze(135), l'inclinazione della nave avrebbe addirittura provocato la perdita immediata, o comunque l'impossibilit di utilizzazione, di pi di met delle scialuppe.
Quindi, una decina al massimo, forse meno, riuscirono a essere ammainate, per essere assalite da orde di disperati che si aggredivano a vicenda per strapparsi un pezzetto di spazio, di salvezza.
Mica c' da indignarsi, come fanno alcuni, quando le fonti inglesi dicono che le attivit di evacuazione dell'equipaggio vennero intralciate dai prigionieri che avevano perso la testa. Anche ammettendo, ed  accertata, una buona quota di sarcasmo sciovinistico da parte delle agenzie di informazione britanniche, il panico e il caos sono pi che credibili: che ne sa un sarto di Manchester, un panettiere di Edimburgo, di come ci si comporta quando un siluro ti scoppia sotto?
E di come si fa ad abbandonare una nave? Se ha la fortuna di esserci vicino, si precipita verso la prima scialuppa che vede, e non importa se insieme a lui ci sono tanti, troppi altri che vogliono la loro porzione di vita e si accaniscono a conquistarsi un pezzetto di spazio, e l'imbarcazione  troppo carica, e non pu neanche essere ammainata, ma come fa allora l'equipaggio a convincere chi  riuscito ad aggrapparsi a una possibilit di salvezza che deve scendere? E quelli che invece erano stati rigettati lontano dai grappoli umani che si addensavano sulle fiancate delle scialuppe, b, quelli correvano terrorizzati su e gi per i ponti, alla ricerca di qualcosa, non sapevano nemmeno cosa, un giubbotto, una tavola, una zattera; o magari, il parente o l'amico con cui un attimo prima stavano chiacchierando. Ed erano molte centinaia, quelli che proprio non sapevano cosa fare, e con gli occhi dilatati dal terrore si precipitavano qua e l, verso le barriere di filo spinato che cingevano
le murate, inciampando, calpestandosi, urtandosi, aggrappandosi. Pi di 1600 persone, di colpo, accalcate nel terrore.
Ci sono forse alcune ombre su ci che accadde in quei momenti? Secondo Trizzino:
I soldati di guardia sull'Arandora aprono il fuoco contro la massa dei prigionieri che tentano di riversarsi in coperta: alcuni sono travolti e calpestati. Italiani e tedeschi riescono cos a impadronirsi di qualche fucile appartenente ai tommies caduti. Si spara e da una parte e dall'altra. Anche tra italiani e tedeschi: non ci sono pi camerati nella lotta per la vita.
Sar anzi difficile stabilire se tra gl'italiani uccisi siano di pi quelli morti a opera degli inglesi o quelli a opera dei tedeschi(136).
Tali episodi, che sono invece documentabili per quanto riguarder altri naufragi, primo fra tutti quello del Laconia non sono per confermati da alcuna testimonianza. Anzi, le testimonianze in genere ricordano che i marinai cercavano magari di darsi da fare come potevano, nella calca, sapendo bene che comunque l'equipaggiamento di salvataggio non sarebbe certo bastato, i canotti erano 90 in tutto, e solo met pot essere gettata in acqua, e quindi via, a strappare mobilio, a svellere tavolati, a improvvisare zattere e relitti con tutto il legname che si poteva trovare, depredando con forza disperata le cabine e i saloni. Anche i soldati tedeschi, e questo venne riconosciuto e testimoniato da diversi sopravvissuti, misero a disposizione la loro esperienza di marinai e di gente di guerra per dare una mano(137).
La nave si stava sempre pi inclinando, uno dei cannoni si stacc e scivol sempre pi velocemente verso il mare, travolgendo quanti, nella calca, non riuscivano a spostarsi. Alcuni tra i pi anziani si guardavano intorno storditi, consapevoli del loro impaccio fisico, ormai rassegnati.
Poi lo scafo dell'Arandora si alz in verticale, con la prua verso il cielo, e quasi fieramente la pi bella nave da crociera della Marina inglese scivol dritta nell'oceano.
Morire ustionato in un oceano gelido. Eppure capit anche questo. Il carburante bruciava e incendiava la superficie del mare, e ci fu chi, sperando nella salvezza, piomb dall'alto nel cuore delle fiamme. E ci fu chi ebbe la testa fracassata dal tavolame che veniva lanciato in acqua per farne relitti a cui aggrapparsi; e ci fu chi soffr molto all'inizio, mentre il gelo gli ritirava sempre pi il sangue all'interno del corpo, perch il sangue  vita, e cerca sempre di salvare gli organi pi vitali, abbandonando il resto al suo destino; cos le dita, le mani, le braccia, le gambe diventarono poco alla volta tronconi inutili, appendici insensibili e inutilizzabili, e il relitto venne abbandonato, il nuoto divenne prima un movimento convulso, poi uno scivolamento verso un fondo che il cervello impazzito, ma ancora vivente, percepiva magari come superficie.
Padre Fabiano giunse le mani, interruppe il racconto, sospir. L, a Barent, la missione era retta dai cappuccini lombardi, e possiamo immaginare che forse, tramite le sporadiche lettere che fortunosamente arrivavano dai familiari, si fossero sparsi nella piccola comunit l'agitazione e il cordoglio: tutti, al paese che da tanti anni avevano lasciato, tra le valli bergamasche o tra le rogge e le marcite del milanese, avevano qualche parente o qualche amico o magari solo qualche conoscente che si era trasferito in Inghilterra a cercar fortuna. E forse, ora, tutti si chiedevano se proprio quello, il compagno di scuola, il genero, il figlio del fornaio, il nipote, era magari stato in quei momenti sull'Arandora(138).
E se cos  stato, se quel colloquio a Barent davvero si  svolto, padre Mos taceva: ascoltava le mosche, guardava il palazzo del residente, alto sulla collina arida sopra il paese, respirava l'aria bollente che entrava dal finestrotto, inutilmente socchiuso nella speranza di tener fuori caldo e insetti, pensava alla sua Brianza, ai suoi colli verdi e blu, mossi come onde di mare. Sentiva lo scrosciare dell'acqua che, gorgogliando, dilagava nelle stive, e il rumore dei cristalli infranti che si confondeva con quello delle urla, in tante lingue, e soprattutto in tanti dialetti, dei pavimenti in legno pregiato che rimbombavano sotto l'improvviso, disperato correre verso una rara salvezza, delle lamiere che si contorcevano, e delle ossa spezzate, delle pance, dei fegati, degli intestini calpestati. E poi il filo spinato, corona di spine.
Lui, Mos, il Salvato dalle acque.
Restarono sull'acqua una grande chiazza di nafta, e le teste di tanti naufraghi che cercavano un qualche relitto a cui aggrapparsi. Le pu vedere Prien, quando, alle 7,48, annota 0848 Aufgetaucht - Ruck marsch fortgesetz: Emerso - rotta di ritorno; prosegue la rotta per tornare alla base e sembra non rendersi conto di quel che  successo. Prosegue, senza apparentemente tenere conto del fatto che alle sue spalle, oltre ad alcune decine di inglesi, ha lasciato centinaia di vittime italiane, tedesche, austriache. Tra quelle centinaia di tedeschi c' magari anche qualcuno originario del suo land di nascita, la Turingia.
E forse  questo il vero, grande mistero dell'Arandora Star. Praticamente tutte le numerosissime fonti che si occupano di guerra sottomarina riferiscono che gli U-Boote, nella prima fase della guerra, cio prima dell'ordine Triton Null, di cui si parler in seguito, quando potevano non abbandonavano totalmente i naufraghi al loro destino, ma lasciavano alcuni aiuti, viveri, acqua, almeno qualche indicazione sulla costa pi vicina: insomma, in qualche modo, collaboravano. Lo
stesso Doenitz(139) dichiar per iscritto: Nella Marina da guerra tedesca, conformemente alla
Convenzione di Ginevra dell'ottobre del 1907, l'assistenza ai naufraghi era autorizzata e ordinata quando l'operazione non metteva in pericolo la nave tedesca, e quando non rischiava di intralciare il compimento della sua missione.
E il salvataggio  considerato evidente dovere d'onore. Insomma, se non si profilavano all'orizzonte rischi, soprattutto delle veloci incursioni aeree, i comandanti erano autorizzati a trattenersi in zona. E, oltre ai molteplici casi citati nei testi che si occupano di marineria tedesca nella Seconda guerra mondiale, basterebbe il successivo, famoso caso Laconia per dimostrare che, quando era stato possibile, lo avevano fatto.
Qui, niente. Vero che l'U-47 si trovava vicino alla costa irlandese, e quindi le operazioni di assistenza lo avrebbero messo in pericolo; tuttavia Prien si sentiva abbastanza sicuro da emergere.
Non solo: normalmente si cercava di raggiungere qualcuno dei superstiti, preferibilmente un ufficiale, per avere qualche informazione sulla nave, sulla sua rotta, sul suo carico. Normali e ovvie procedure informative, in tempo di guerra. Qui, a quanto pare, questa attivit di recupero e informazione non venne svolta.
Non solo: addirittura nello scrupolosissimo Diario di Guerra di Doenitz(140), in cui sono puntualmente elencati tutti i movimenti e le operazioni degli U-Boote in missione, la loro posizione, le considerazioni dell'ammiraglio responsabile della guerra sottomarina, insomma tutto quel che gli veniva comunicato e che lui poi, talvolta, commentava, alla data del 2 luglio 1940 non si riporta assolutamente nulla sull'U-47. Si dice per, in data 6 luglio:
U-47 rientrato a Kiel. Lungo il percorso ha recuperato alcuni nostri aviatori che hanno dovuto effettuare atterraggio di fortuna in area delle Shetland. Prima di raggiungere la sua posizione per il convoglio Halifax, ha attaccato, con evidente successo, tale convoglio proveniente dal Canada.
Dopo che disposizioni riguardo all" HX 48 erano state annullate, ha operato con grande successo
contro navi in convoglio e singole, pattugliando estovest fuori dal Canale della Manica. Durante
questa missione ha affondato dieci navi, per un totale di 66.587 tonnellate, il che, fino a questo
momento,  la missione di maggior successo di tutta la guerra.
Torna tre volte la parola successo, addirittura si parla di dieci navi affondate (e non di otto), ma nessun cenno ai naufraghi dell'Arandora. Anche qui, niente.
Perch? Si pu pensare a un tentativo di nascondere l'increscioso accaduto da parte di Prien, magari supportato da Doenitz, che voleva coprire le spalle a un suo quotatissimo ufficiale? Pare assai strano, se si considera il carattere integro dell'ammiraglio, come emerger in seguito, in occasione del caso Laconia.  vero che Prien aveva inquadrato nel periscopio quello che lui, a buon diritto, riteneva una nave da trasporto carica di soldati inglesi, ma aveva invece eliminato, col suo siluro, centinaia di tedeschi, oltre a centinaia di alleati italiani.
Secondo la testimonianza del 4 gennaio 1946, al processo di Norimberga, di KarlHeinz
Moehle(141), all'epoca a capo della 5a Flottiglia sommergibili e, come tale, incaricato di trasmettere gli ordini di Doenitz ai comandanti degli U-Boote, fu solo nell'autunno del 1942 che venne ordinato che i siluramenti e la azioni contrarie alle convenzioni internazionali non dovevano essere menzionati nel giornale di bordo, ma si doveva farne rapporto orale dopo il ritorno al porto.
Fino all'autunno del 1942, quindi, non c'era stato alcun ordine di questo tipo, e perci non si vede la ragione per cui Prien non avrebbe dovuto riferire l'accaduto nel diario.
D'altra parte, l'affondamento dell'Arandora fu subito di dominio pubblico, in quanto gi la sera del 3 luglio 1940 la radio inglese trasmetteva la notizia del siluramento(142), subito seguita dalla stampa, il mattino successivo. I mezzi di informazione davano ampio spazio al fatto che l'Arandora
Star era carica di italiani fascisti e tedeschi nazisti, presentando inoltre con toni beffardi il panico
creatosi a bordo, e addebitando il gran numero di perdite alle lotte tra energumeni scatenatesi per la conquista di un posto sulle scialuppe. E certo, chi di dovere, nel Reich, era stato informato.
Inoltre, il 4 luglio, il Foreign Office comunic ufficialmente la notizia, insieme a una prima lista di dispersi, all'ambasciata svizzera e a quella brasiliana che, allo scoppio della guerra, erano state incaricate di rappresentare rispettivamente la Germania e l'Italia. Insomma, ci fu anche una comunicazione ufficiale della disgrazia al governo tedesco, bench ovviamente per via trasversale.
Pertanto era inutile, se non controproducente, tentare di nascondere l'accaduto.
Restano quindi ancora da spiegarsi il comportamento di Prien e la mancanza di annotazioni da parte di Doenitz.
Il 6 luglio 1940, l'U-47 rientr trionfalmente a Kiel, dopo aver affondato, in quella missione, un totale di 51.483 tonnellate di naviglio; missione decisamente soddisfacente. Dopo l'enorme Royal
Oak di Scapa Flow, Arandora Star rimase la sua preda pi grossa, anche se continu a catturarne. A
Prien non restava neanche un anno di vita. Spar nell'Atlantico, con tutti i suoi 45 uomini di
equipaggio, il 7 o 8 marzo 1941. Ancora non si sa di preciso cosa successe.
L'Arandora era scivolata nel profondo. E con lei il suo comandante Moulton, che, da ufficiale
della marina, e della Marina britannica per giunta, non aveva certo occupato uno dei pochissimi
posti a disposizione sulle lance di salvataggio. Lo videro camminare sulla fiancata, insieme ad
alcuni degli ufficiali anziani, mentre l'acqua del mare veniva verso di loro.
Ma accanto a lui era rimasto anche Otto Burfeind, il comandante tedesco della Adolf Woermann.
Due ore; l'SOS era stato ricevuto. Alle 9,30 apparve un idrovolante Sunderland, del Comando
Costiero, che lanci alcuni generi di primo soccorso, tra cui assurde sigarette, accuratamente imballate in contenitori a chiusura stagna. Ve l'immaginate: disperati, intirizziti, fradici, terrorizzati, e arrivavano le sigarette. Eppure, sembra che tutti gli eserciti impegnati nella Seconda guerra mondiale avessero come primo problema per le forniture di soccorsi, in qualsiasi situazione, le sigarette.
Non poteva fare altro, ma rest a sorvolare la zona; il pilota del Sunderland sapeva che, per chi
era l sotto, i suoi larghi giri erano comunque una speranza, se non una garanzia; i naufraghi guardavano in alto, sentivano il ronzio, sapevano, in qualche modo, che non erano del tutto abbandonati.
Harry De Wolf prestava servizio a 75 miglia a ovest dell'Irlanda, come comandante sul cacciatorpediniere canadese St. Laurent, impegnato in attivit antisommergibile. Era nato nel 1903
a Bedford, nella Nuova Scozia, e da quando aveva 15 anni si era imbarcato, frequentando il Royal
Naval College. Doveva ancora capire se aveva imbroccato la strada giusta: il fatto  che il mare gli piaceva, ma doveva sempre combattere contro un imbarazzante, incontrollabile mal di mare che gli imponeva strani comportamenti, come quello di non starsene mai disteso in cuccetta, ma accovacciato e pronto ad alzarsi in piedi. Si fece cos, dormendo accovacciato, tutta la guerra. Non
ho mai sviluppato la "gamba di mare" - diceva di se stesso - la capacit di stare in equilibrio su qualcosa che si muove.
Quel mattino, gi si era profilato un bel problema: durante la notte chiss cosa diavolo era successo alle celle frigorifere, fatto sta che il cuoco di bordo gli aveva comunicato che tutta la carne si stava scongelando. Se la cuocio, si conserver un po' pi a lungo aveva aggiunto(143). E gli aiutanti di cucina si stavano dando da fare a scaldare i forni e a riempire enormi teglie; il cacciatorpediniere profumava in ogni angolo di arrosto e salsiccie; pi che su una nave da guerra, in quel momento, pareva di essere nella cucina di Pantagruele. L'equipaggio apprezzava, e gli scherzi sulle prossime abboffate di carne gi circolavano dalla sala macchine ai ponti; ma il mal di mare di De Wolf si stava aggravando.
Nessuno ancora sapeva che in realt quei forni stavano cuocendo un pasto caldo che sarebbe stato pronto per i sopravvissuti dell'Arandora.
Poi arriv il messaggio via radio, e De Wolf, con le macchine a tutta forza, si diresse verso Bloody Foreland.
Il St. Laurent giunse sul posto alle 13,25, in tempo per recuperare circa met degli imbarcati dell'Arandora. Persone che non riuscivano spesso neanche ad aggrapparsi a una fune, tanto erano esauste, e per di pi cosparse di nafta, cos oleose che magari provavano ad afferrare una cima, finalmente vedevano la vita che tornava, e invece scivolavano via, ripiombavano indietro nell'acqua, stralunate, folli, sconvolte dallo sfinimento. Occorreva spesso imbragarle letteralmente con delle funi, una per una, per issarle a bordo. Cinque ore, ci vollero, navigando su e gi in un raggio di 2 miglia dall'affondamento, alla ricerca di piccoli relitti, per recuperarne 868. Circa la met. Non c' male. De Wolf poteva giustamente esserne contento, mentre quella notte si accovacciava di nuovo nella sua strana posizione da sonno, dopo una leggera cena (a base di carne).
Il piccolo cacciatorpediniere traboccava di centinaia di persone letteralmente accatastate in ogni angolo. Rotta verso il vicino porto scozzese di Greenock, in salvo. In salvo? Di nuovo in mare gli inglesi, di nuovo, dopo una sola settimana, nei campi di prigionia i tedeschi e gli italiani(144).
Quando alla fine arriv anche il cacciatorpediniere britannico Walker, non pot far altro che verificare che non c'erano pi sopravvissuti, in quel braccio di mare.
Davanti al Promontorio Sanguinoso, il Bloody Foreland, erano scomparsi Moulton e dodici ufficiali, 42 membri dell'equipaggio, 37 soldati della guardia, 243 tedeschi, 470 civili italiani. Fanno 805. Ed era solo l'inizio.
Colonsay  un posto tranquillo, un isolotto tappezzato di brughiera, uno dei tanti frammenti di roccia in cui la costa occidentale della Scozia si spezzetta e si frantuma davanti all'Atlantico; il corpo di Giuseppe Del Grosso da Borgo Val di Taro  stato portato dal vento e dalle onde l, su quegli scogli aspri, insieme a un paio di altri. E qualcuno ha raccolto quei corpi e ne ha avuto rispetto e cura.
A Colonsay c' un cippo, dedicato il 2 luglio 2005 agli 800 civili morti dell'Arandora Star, circondato da chilometri di erica, tra i nidi delle sule, delle procellarie, delle rondini di Douglas, che impazzano e stridono sulle scogliere a picco. Non poteva essere pi adatto quel verso dei Salmi, 17,8, inciso in gaelico: ...Fo sgil do sgiathan falaich mi - proteggimi all'ombra delle tue ali.
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CAPITOLO SECONDO.
EISBAER, L'ORSO POLARE.
U-Boote nell'Oceano Indiano.
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Per odio d Troiani io qua non venni a portar l'armi, io no. (Libro 1).
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Augurio ottimo e solo  il pugnar per la patria. Perch tremi tu dei perigli della pugna? Ov'anco cadiam noi tutti tra le navi ancisi, temer di morte tu non dei. (Libro 12).
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Guerra mondiale, la chiamano, ma in Italia si sente parlare sempre di quei tre, quattro teatri d'operazione: alcune zone d'Europa, la Russia, il Mediterraneo; il Giappone che compare improvvisamente a Pearl Harbour, poi sparisce e ricompare solo verso la fine della guerra, per via dei kamikaze e della bomba atomica; solo allora si scopre che si combatteva pure nel Pacifico e, ogni tanto, si sente dire qualcosa, neanche tanto, riguardo all'Atlantico.
Sudamerica inesistente; Africa, tranne la quarta sponda mediterranea, scomparsa, se non, al massimo, per ricordare in due righe che da quelle parti avevamo alcune colonie, ma le abbiamo perse subito, poi pi niente(201).
Comunque, in genere, per noi italiani i sudafricani della Seconda guerra mondiale sono al massimo quelli che ci hanno dato delle belle grane in Africa settentrionale, e che si arrampicavano poi sui nostri Appennini con degli strani cappelloni.
Invece, al largo del Sudafrica, c' stata una guerra navale cos impegnativa che la Marina germanica ha pensato bene di mandare in zona i migliori sommergibili mai prodotti da un'industria bellica come quella tedesca, che degli U-Boote aveva fatto la propria arma di punta (anche se non quella pi numerosa: all'inizio della guerra la flotta sottomarina pi cospicua fra tutti i belligeranti era quella italiana, a parte la sovietica)(202), e cos disastrosa che le perdite di navi alleate nella zona non sono state una dozzina, ma 155(203), di cui ben 103 furono affondate nei tredici mesi tra la fine del 1942 e l'inizio del 1944.
L'importanza del Canale di Suez ce la ricordiamo tutti, bench magari ci dimentichiamo che oltre il Canale di Suez c' l'Oceano Indiano, e che per gli inglesi era fondamentale avere via libera per arrivare alle proprie colonie asiatiche e per ricevere da l aiuti dagli Stati Uniti. Invece, i giapponesi davano del bel filo da torcere: Durban era l'ultimo, attrezzatissimo, porto alleato, davanti al quale si stendeva poi un'immensit d'acqua per il cui controllo si svolse una tenace, lunghissima, sanguinosa battaglia.
Nel febbraio del 1942 Singapore cadde in mano nipponica: ormai, tutto il Sudest asiatico, Malesia, Indie olandesi, Filippine, era controllato dall'Impero del Sol Levante. Zone che non erano pi solo le leggendarie fornitrici di sete e profumi, ma di materie prime strategiche ben pi vitali:
petrolio, gomma, stagno, corteccia di china per il chinino. E da l sarebbe partita l'offensiva imperialista nipponica sui mari. E non solo sul Pacifico.
L'audace ammiraglio Yamamoto predispose un piano che prevedeva un attacco contemporaneo su due fronti: verso l'Australia e verso la costa orientale dell'Africa: una tenaglia sull'Oceano
Indiano. Alla fine di aprile del 1942, la Flottiglia occidentale giapponese(204) era al largo dell'Africa, in cerca di navi militari nemiche.
Davanti alle coste nordorientali del Sudafrica si stende il Madagascar, all'epoca colonia della Francia di Vichy, quindi, in pratica, controllato dai tedeschi. E l'attrezzatissimo porto di Durban, base per migliaia di soldati e marinai, con le sue equipaggiatissime banchine, con il suo incessante traffico (50 navi al giorno nei primi mesi del 1942), con i suoi esperti cantieri di riparazione (a Durban rimase in ripristino per mesi anche l'imponente corazzata britannica Vallant, dopo essere stata messa fuori combattimento dagli SLC205 italiani ad Alessandria, nel dicembre del 1941) era una tentazione costante per l'Asse.
Perci, per il Sudafrica, occupare il Madagascar e metterlo fuori combattimento era vitale. E
Churchill era perfettamente d'accordo. Ai primi di maggio del 1942, la guarnigione dei francesi, dopo poca resistenza, capitol di fronte all'attacco anglosudafricano, e il porto di Diego Suarez, la capitale malgascia, venne occupato da un buon numero di navi alleate. Ma cos divenne un bell'obiettivo per i giapponesi, tanto pi che non c'era stato tempo per approntare le difese antisommergibili del porto.
I nipponici della Flottiglia occidentale, quindi, gi alla fine di maggio del 1942 contrattaccarono, rallentando per mesi, anche se non impedendo, l'occupazione completa del Madagascar.
Che l'Oceano Indiano fosse considerato di importanza strategica notevole lo dimostra ulteriormente il fatto che l'ammiraglio Doenitz, comandante in capo della flotta sottomarina tedesca, che pure stava combattendo un'aspra battaglia sull'Atlantico contro la Marina degli Alleati, decide di distaccare un bel gruppo di U-Boote e alcuni dei suoi migliori comandanti, per spedirli, anzich in Atlantico contro lo Zio Sam, a far danni sulle coste meridionali africane.
Nell'agosto del 1942, Doenitz sped nella zona del capo il Gruppo Eisbaer, Orso Polare. La prima ondata era costituita da quattro U-Boote del tipo IX C e da un sommergibile di rifornimento, che non rientrarono alla loro base francese che a Natale.
Verso la met di agosto lasciarono tutti le belle ragazze bretoni, con le cuffiette di pizzo sulle trecce bionde, e le crepes con le ostriche e la birra scura.
C'era l'U-504 che, agli ordini di HansGeorg Friedrich Poske, mosse da Lorient il 19 agosto, insieme all'U-172, sotto Carl Emmermann; KarlFriedrich Merten era sulla plancia dell'U-68, che part il giorno dopo, il 20 agosto, insieme a quello che divenne il pi famoso del gruppo, l'U-156, comandato da Werner Hartenstein; ci torneremo sopra, fu il sommergibile che si trov invischiato nel pasticcio del caso Laconia, dopodich dovette rientrare, senza mai raggiungere la zona destinata, e fu sostituito dall'U-159 di Helmut Witte.
La loro Mucca da latte, il grosso sottomarino che doveva rifornirli, era l'U-459, un bestione
della classe XIV, al comando di Georg von WilamowitzMoellendorf.
Dato che per la distanza tra Lorient e il Capo di Buona Speranza  decisamente maggiore di
quella che c' tra la Bretagna e le coste americane, ogni U-Boot doveva avere una bella quota di
rifornimenti per conto proprio. Gi lo spazio nei sottomarini era centellinato, figurarsi quando si
dovevano imbarcare anche viveri per mesi: le camere di lancio erano provvisoriamente intasate di
grosse fette di pancetta e speck, i marinai inciampavano nelle casse di limoni, sbattevano la testa
contro le filze di salsicce affumicate che pendevano in lunghi festoni dalle condotte idrauliche, picchiavano le ginocchia contro i cumuli di scatole di piselli e le taniche di acqua.
Ordine di servizio: attaccare tutto quel che vedevano al largo di Capetown, in modo da
ostacolare al massimo le comunicazioni tra la Gran Bretagna, il Sudafrica e l'India, in attesa della
definitiva caduta di Albione.
Quell'inizio d'autunno del 1942 non fu facile per i mercantili che facevano rotta intorno al 40
parallelo sud. La campagna di ottobre cominci bene per i tedeschi: nel giro di
pochi giorni, tra il 7 e l'11 ottobre, furono quattordici le navi colpite. Il fatto  che il Sudafrica era relativamente
indifeso: addirittura, e con sorpresa, gli addetti ai periscopi del Gruppo
Eisbaer inquadrarono di notte - e fotografarono -(206) delle suggestive immagini della costa del Capo, tutta splendente di luci.
Ci volle qualche tempo perch Durban, la Citt brillante, si adattasse - e con una certa riottosit, anche perch le autorit militari, per ragioni psicologiche, non informavano pienamente del pericolo
la popolazione - all'idea dell'oscuramento.
In ogni caso, a novembre, era ormai chiaro che, al largo di Durban, qualsiasi manovra navale
alleata era diventata ormai improponibile; perci il porto venne temporaneamente chiuso.
Al largo, come squali, gironzolavano quelle macchine da guerra, pronte a silurare qualunque imbarcazione capitasse a tiro.
Doveva essere stata piacevole la vita, anche nei primi anni della guerra, per i boeri e i britannici
del Sudafrica; le operazioni belliche, fino ad allora, avevano riguardato l'Europa, l'Atlantico, al
massimo il Corno d'Africa, ma da loro erano sostanzialmente poca roba; avevano allestito qualche
base aerea, qualche centro di controllo costiero, come a Saint Lucia, a nord di
Durban, faccende
doverose per chi deve in qualche modo sostenere l'impegno della madrepatria.
Poi, un giorno, il
Giappone conquist la Perla, Singapore. E cos l'Oceano Indiano assunse un bell'interesse, ch
ora non ci dominavano pi solo i soliti inglesi, ma anzi, se si era abbastanza furbi da stare alla larga dall'India, ci si poteva scorrazzare tranquillamente o quasi, e cos, oltretutto, per i tedeschi aveva un
senso finalmente e una possibilit essere alleati con quegli occhi a mandorla all'altro capo del
mondo, raggiungibili solo passando di l, dal Capo di Buona Speranza, poi via diritti verso le geishe.
In fondo, in questo modo, quello strano asse Roberto (RomaBerlinoTokyo) non sembrava
poi difficile da sostenere. Un problema grosso era per quando ti intercettavano e annientavano la
Mucca da latte: senza il mezzo che ti riforniva di carburante e provviste, restavi solo in mezzo
all'oceano come un bambino sperduto, e di possibilit ne restavano proprio poche.
Tant' vero che i cantieri germanici si diedero da fare per preparare un mezzo che permettesse un raggio d'azione in autonomia tale da arrivare, per esempio, da Brema al Giappone senza tappa, una velocit con cui cavarsela felicemente in situazioni antipatiche e, ovviamente, un armamento che potesse procurare un bel po' di danni a chi vi incappava. E nacque la serie di sommergibili IX D2.
Anche un profano totale, a ben guardare, avrebbe capito che era roba da gioielleria. Grazie alle riserve di 441 tonnellate di carburante, quei ventinove battelli potevano avere 31.500 miglia di autonomia: cio la bella cifra di quasi 60.000 chilometri, quando viaggiavano in emersione a 10 nodi. Ma potevano raggiungere anche i 21 nodi, insomma, circa 38-39 chilometri orari(207).
Ovviamente, tali potenzialit si riducevano di molto quando erano costretti a navigare in immersione, ma restavano comunque a un livello quasi surreale.
Anche per l'industria tedesca, che in fatto di sommergibili era in grado di dare dei punti a tanti stati, era una serie da favola.
Bisogna immaginare questa bestiaccia, lunga circa 90 metri e larga 7 e mezzo.
Bench, tutto sommato, non fosse poi tanto: in quello spazio ci dovevano vivere cinquantasette persone tra ufficiali ed equipaggio: tolta l'enorme area dedicata a motori, armamenti, cuccette, indicatori, quadri, cucina, serbatoi, compartimenti stagni, latrina, doppio scafo, di calpestabile, direbbe un agente immobiliare, ne rimaneva proprio poco.
E in quello spazio si accatastavano cinquantasette persone. Non per qualche minuto, o per qualche ora, ma per dei mesi. Mesi durante i quali avrebbero dovuto comunicare, dormire, sudare, mangiare, ruttare, cagare, litigare, darsi pacche sulle spalle, avere incubi e sogni, ammalarsi, giocare a carte, puntare siluri, entusiasmarsi, raccontare barzellette, terrorizzarsi, detestarsi eccetera, sempre solo tra loro, sempre solo uno addosso all'altro. Per di pi, con l'idea che, se fosse andata male, in quella stanza metallica e puzzolente erano, e in quella stanza sarebbero rimasti per sempre, tutti insieme, a sentire nel buio totale i respiri ansimanti, a contendersi, senza neanche pi desiderarlo, l'ultimo sprazzo di ossigeno prima della fine, senza finestre da cui potersi buttare per cercare una morte pi immediata. Ovviamente, per accettare una situazione del genere, non potevano essere persone qualsiasi. E infatti non lo erano.
I sommergibilisti tedeschi: difficile immaginare gente cos. Nessun sommergibilista pu essere normale, ma i sommergibilisti degli U-Boote lo erano forse meno di tutti.
Si presentavano volontari a frotte, sperando di essere assegnati alle basi di Lorient, Bordeaux, Kiel. Ragazzini e ragazzotti che spesso venivano rispediti da qualche altra parte (ma non certo tra le braccia di mamma, non era il momento adatto) dopo le prime prove. Su dieci che si presentavano, nove ne venivano scartati perch inidonei a fare la vita dei sommergibilisti. A quell'uno che rimaneva, si chiedeva tutto.
Ricevevano un addestramento che li metteva s a durissima prova, ma dava loro una ferrea, e per loro rassicurante, competenza nell'attivit, e ne formava un incredibile morale di combattimento: e
morale di combattimento non significa trasformare degli uomini in robot assatanati e violenti, spinti solo dal desiderio di distruzione, come vorrebbe qualche filmetto di second'ordine, ma dare loro la fierezza di quel che si fa e la consapevolezza di essere tutti uniti per uno scopo, qualcosa per cui magari vale anche la pena di schiantarsi, se proprio non si pu evitare. Prima, per, bisogna cercare a ogni costo di evitarlo. E saper cercare di evitarlo.
Perch in guerra non ci son santi: se si va in giro con ventiquattro siluri(208) per colpire, si ha
un'alta probabilit di essere a propria volta colpiti. Fra il '39 e il '45, ne morirono almeno 25.000. Lo
dichiar lo stesso ammiraglio Doenitz: in certe fasi della guerra sapevano di avere possibilit quasi
nulle di sopravvivere alla terza missione; eppure i volontari non mancarono mai.
Durante il processo di Norimberga, il grandammiraglio Doenitz era fiero di dichiararlo. Era interrogato dal suo avvocato, Kranzbuehler.
Vediamo la scena: i colori dominanti sono grigio, marrone, verde. Le facce sono bianche; non pallide, proprio bianche; con effetti lividi, per il riflesso di tutti quei colori acquatici, da stagno. I rivestimenti di quercia dell'aula danno una buona sonorit:
Kranzbuehler (avvocato di Doenitz): Avete detto che i sommergibili ricevettero sempre un grande apporto di nuovi volontari?
Doenitz (accusato): Praticamente, avevamo soltanto volontari.
Kranzbueheler: Anche nel periodo delle perdite maggiori?
Doenitz: S, anche durante quel periodo, e nell'epoca in cui ognuno sapeva che alla sua terza missione sarebbe certamente affondato.
Kranzbuehler: Qual era l'importanza di queste perdite?
Doenitz: Se ben ricordo, perdemmo in totale 640 o 670 unit.
Kranzbuehler: E quanti uomini di equipaggio?
Doenitz: Nell'arma sottomarina c'erano in tutto 40.000 uomini. Di questi 40.000 uomini, 30.000
non tornarono pi. Di questi 30.000, 25.000 morirono e soltanto 5000 furono fatti prigionieri. La
maggior parte delle navi affondate lo furono al largo, nell'Atlantico, a seguito di bombardamenti
aerei, e senza che il salvataggio fosse possibile(209).
Parlava con voce ferma, di quei 25.000. Tra loro c'era suo figlio minore, Peter, che il 19 maggio
1943 era affondato con tutto l'equipaggio dell'U-954 nel Nord Atlantico.
In fondo al mare c'era anche l'altro figlio, Klaus, che, proprio a causa della perdita del fratello, aveva potuto lasciare il combattimento in Marina e stava studiando medicina. Per festeggiare il suo ventiquattresimo compleanno aveva convinto i suoi vecchi commilitoni a prenderlo a bordo della motosilurante S-141 in missione presso le coste inglesi. Era passato giusto un anno dalla morte di
Peter, era il maggio del 1944; forse a Klaus sembrava di poter in qualche modo ricordare, o vendicare, il fratello, con quella sua spedizione. L'S 141 non torn pi.
Ma l'ammiraglio non lasci che i suoi drammi personali trapelassero in quell'aula di Norimberga: stava parlando dei sommergibilisti tedeschi.
Di questi 40.000 uomini, 25.000 morirono... e morirono come sappiamo, o comunque come possiamo immaginare. Poca roba, nell'economia di una guerra. Un'enormit, se proporzionata al ristrettissimo numero di uomini di lite che parteciparono come sommergibilisti di U-Boote alla
Seconda guerra mondiale, gente che aveva avuto un addestramento da marziani, per cui lo Stato non stava certo a contare n i marchi n le energie, nella speranza che da quelle forze superspecializzate potesse dipendere il successo finale.
E si sapeva che comunque potevi cavartela per un po', ma il culo non dura mai troppo; terza missione, era la media, anzi, no, Doenitz - e nessuno pot contraddire le sue dichiarazioni - non parla di media statistica, ma di sicurezza, almeno nel periodo delle maggiori perdite: alla sua terza missione, sarebbe certamente affondato. Certamente. E ognuno lo sapeva. Mah.
E poi c'erano i comandanti. In Italia tutti allora conoscevano Italo Balbo o Alfredo Binda. B, in
Germania i comandanti di U-Boote erano come da noi gli aviatori o i ciclisti. Prendiamo Wolfgang
Lueth, il comandante dell'U-181: se Marlene Dietrich fosse rimasta in Germania, forse non sarebbe diventata famosa quanto lui.
Quelli degli U-Boote lo vedevano un po' come gli achei dovevano vedere Achille, o piuttosto come i troiani vedevano Ettore: gente che stava per perdere, ma convintissima di stare vincendo, e che quindi si attaccava al suo eroe.
Dunque, Lueth  il massimo. Era il massimo. Non aveva il primato assoluto nel combattimento, che spett a
Kretschmer(210), ma aveva una personalit che lo rese una leggenda gi in vita.
I veneziani avevano un grado, capitano di mare, che permetteva a chi lo possedeva di piazzare sulla propria casa dei pinnacoli, delle specie di guglie che la rendevano subito identificabile. Giravi per i campielli e, quando vedevi in alto questi piccoli obelischi, capivi subito con chi avevi a che fare, perbacco: con uno che si era battuto contro barbareschi o pirati dalmati, che aveva affermato il nome della Serenissima nei porti del Mediterraneo e del Mar Nero, che aveva permesso ai battelli veneti di scaricare sulle fondamenta carichi di spezie, tessuti, avori, giovani schiavetti neri. Gente che meritava rispetto, non solo per s, ma per tutto ci che la circondava e che era degna di entrare nel suo raggio: casa, donne, servit. Chi si avvicinava alle loro case, vedendo quei pinnacoli, poteva sapere subito quale atteggiamento doveva assumere.
Anche Lueth era un capitano di mare, un Kapitan zur See, ed erano proprio pochi con quel titolo: erano solo in ventinove in tutto il Reich. Ventinove comandanti di sommergibili che avevano il distintivo del titolo, la Croce di Cavaliere con Foglie di Quercia, Spade e Brillanti: una spillina tutto sommato discreta, una sorta di grosso bottone che nascondeva il pomo d'Adamo, e a cui se ne stava attaccata quella gran pataccona della Croce Nera. Wolfgang Lueth se l'era guadagnata, quella spillina.
Almeno, cos pensavano i suoi marinai, e il grandammiraglio Doenitz, e parecchi altri. Oddio, magari non tutti.
Non era neanche proprio tedesco, era nato in Lettonia, a Riga. A vent'anni, nell'aprile del 1933, moll gli studi di legge e decise che la carriera navale faceva per lui. In Germania la primavera del
1933 cambi parecchi destini. A fine gennaio, Hitler aveva appena ricevuto la carica di Presidente
del Consiglio da Hindenburg e gi dopo pochissimi mesi, con teutonica determinazione, il programma che aveva promesso ai suoi numerosi elettori veniva messo in opera.
E il giovane Wolfgang ne fu un ardente seguace: fervente sostenitore del nazionalsocialismo, decise di entrare nei ranghi della Marina Militare del Reich. Scuola di guerra, 
esercitazioni, preparazione teoricopratica intensissima. Impar perfino a parlare un correttissimo inglese oxfordiano, per quanto con accento tedesco. Nel febbraio del 1937 saliva sul suo primo U-Boot come ufficiale, e dopo neanche un anno assumeva il comando. Quando scoppi la guerra, era abbastanza addestrato da riuscire a eliminare, nel giro di alcuni mesi, una quindicina di navi nemiche e da cominciare a collezionare onorificenze e decorazioni, mentre i battelli che gli venivano affidati aumentavano sempre pi di stazza e armamento.
Quel ventisettenne dalla calvizie precoce poteva, a maggio del 1942, meritare qualcosa di veramente degno: gli conferirono il comando di un IX D2, che era il top del top degli U-Boote.
Per, gli assegnarono come area operativa l'Oceano Indiano, e da l nacque tutta quella gazzarra di veleni, viperai, bifidumi, o anche semplici ironie, che per anni gli sibilarono alle spalle. Ai comandanti dei sommergibili nei quadranti atlantici, soprattutto del Nord Atlantico, dove non c'era un momento di respiro, e correvi sempre il rischio di un Liberator che ti fischiava sul coppino ogni volta che mettevi il naso fuori dall'acqua, non andava ovviamente gi che quel giovanotto lttone si facesse cos bello in una zona dove, facevano notare, non c'erano poi grandi sistemi difensivi
nemici, e dove, a loro parere, si faceva raccolta facilmente. E di raccolta Lueth ne fece, eccome se
ne fece! Mise insieme, a fine carriera, 46 navi affondate. Un record. E man mano che si muoveva tra un capo, una penisola e uno stretto, e che silurava battelli nemici, veniva raggiunto via radio dalla comunicazione di aver ricevuto la decorazione tale e la medaglia talaltra. Per di pi, la sua continuamente dichiarata fedelt totale al nazismo si prestava ulteriormente a proporlo al pubblico come campione dei successi della Marina del Reich.
Non era certo bello, con la testa rotonda pelata, le orecchie a sventola, il sorriso coi denti radi che spiccavano tra il barbone incolto al ritorno dalle lunghe missioni. Per, evidentemente, aveva carisma.
Per i marinai tedeschi, era un mito. Non solo per tutti quei successi. A quanto pare avrebbero fatto carte false per poter essere imbarcati sul suo U-181, anche se sapevano che questo comportava la proibizione di un sacco di cose, perch lui controllava tutto, voleva che a bordo ogni minima cosa andasse solo ed esattamente come voleva lui, si sapeva che regolava tutto, anche il modo di vestirsi, il cibo, le sigarette, le bevande e perfino altre cose... diciamo che non tutta la stampa poteva essere portata nel bagaglio personale, soprattutto era proibita proprio la stampa che i marinai prediligevano. Guai se qualcuno si provava ad appiccicare immagini di ragazze a tette scoperte sopra la cuccetta. Il suo ragionevole e ironico motto era: Se avete fame, meglio che non dipingiate pane sul muro. A meno che non fossero in permesso in qualche porto, nel qual caso accettava e approvava che andassero nei bordelli, perch questo li rilassava, li faceva sentire per un po' fuori dai ranghi, e perch paternamente capiva che gli uomini ogni tanto devono essere lasciati liberi, per potersi riposare e fare ci che vogliono. Tenacemente convinto che una regolare vita coniugale fosse determinante per la tranquillit dei suoi subalterni, e quindi per la loro
serenit a bordo, non esitava a intrattenere rapporti da pater familias con le famiglie dei suoi uomini, e coinvolgeva anche sua moglie nelle attivit di pubbliche relazioni con l'equipaggio:
La maggior parte dei sottufficiali erano sposati, e gli altri erano fidanzati seriamente. Lo considero un vantaggio. Perch so che una donna pu spezzare la combattivit di un uomo, e ho spesso notato che gli uomini sposati ritornavano dalle licenze veramente rilassati e pronti per una nuova missione. Ai sottufficiali sposati occorre dire cosa ci si aspetta dalla moglie di un combattente. Sono stato lieto di aver avuto la possibilit di invitare la maggior parte delle mogli dei miei uomini a casa mia a prendere un caff. Sono stato lieto di incontrarle e di aver potuto dire loro che noi ci aspettiamo che siano coraggiose. Sono convinto che in seguito molte di loro si siano sentite pi capaci di sopportare il loro compito, e ho chiesto a mia moglie di scrivere loro di tanto in tanto e di tenersi in contatto con loro(211).
A quanto si dice, i suoi sommergibilisti lo veneravano; quando gli altri incontravano un marinaio dell'U-181 in qualche porto, a Kiel, a Bordeaux, stavano tutti l a sentirsi decantare questo e quest'altro di Lueth. I suoi sapevano che comunque lui avrebbe ripagato la loro totale fiducia con altrettanta lealt.
Una volta se ne stette in nave con i suoi 50 uomini per 205 giorni(212). Sono ventinove settimane, quasi sette mesi, tappati ininterrottamente dentro una bestia di ferro, sempre praticamente al buio, quel po' di illuminazione per far capire che il tempo, l fuori, esisteva ugualmente: luce bianca di giorno, luce rossa di notte. Gli uomini non sanno fare a meno del tempo, hanno bisogno di un'indicazione che glielo amministri in qualche modo, senn impazziscono. Devono sapere se l sopra, a 30-50-70 metri sopra, brillano il sole o la luna, se le onde sono blu o sono nere. Bianco di giorno, rosso di notte, per mesi. Con un clima che non si sa mai com', le stagioni sono sconvolte, dipende dalla rotta, tanto pi quando navighi intorno all'Equatore e poi nell'emisfero australe.
Sempre e solo al chiuso, giusto qualche passeggiatina sul ponte, ogni tanto, quando si era in emersione, per sgranchirsi le gambe, a respirare un po' d'aria, a turno. Poi dentro di nuovo, tra la puzza della nafta, dell'olio, del sudore, del tanfo che veniva dal cesso, degli alimenti che si decomponevano un po' alla volta, accatastati ovunque. Dal quadro comandi, ogni tanto, qualche suono dal Metox: una nave di passaggio, un altro sommergibile, il segno di una presenza amica o nemica che perveniva dalle profondit. Nell'oceano un suono  come la luce sulla terraferma, ti d assicurazione, riferimento, orientamento; o magari paura. Altro che carcere, no? Roba che uno che non sia un sommergibilista non ci reggerebbe proprio, e avrebbe magari voglia di buttarsi fuori, durante quelle brevi passeggiatine sul ponte, dire basta, l dentro stateci voi che io preferisco crepare qui, in acqua, ma all'aperto, che il mio ultimo respiro serva a cacciarmi nei polmoni acqua e salsedine, non puzza di sudore, di nafta, di cesso.
Beh, lui ovviamente lo sapeva, ci studi sopra, si diede da fare per tenere l'equipaggio vigile, all'erta, psicologicamente e fisicamente attivo e reattivo. Altri comandanti lo presero in giro, anche, per i suoi sistemi: tornei di scacchi, diffusione del giornalino di bordo, altre attivit assortite che fanno venire in mente un maestro impegnato a tenere tranquilli e occupati i suoi allievi del doposcuola, pi che un comandante pluridecorato in zona di guerra. E poi spesso non sopportavano la tracotanza con cui sosteneva pubblicamente la sua fede nel nazismo.
Oltretutto, il 17 dicembre 1943 tenne addirittura una conferenza a Weimar durante una riunione generale degli ufficiali di Marina, che si dovettero sorbire una sua dissertazione sui modi per risolvere i problemi psicologici dell'equipaggio durante missioni cos lunghe. In genere la maggior parte dei suoi colleghi rientrava dopo alcune settimane, e spesso erano decisamente pi impegnati a tenere d'occhio l'aviazione nemica che non a organizzare partite a carte; per di pi, non doveva essere facile per i comandanti della Marina tedesca sentirsi paragonare a un giardiniere che strappa le erbacce e cura le piante buone(213), o sentirsi consigliare quali punizioni infliggere se venivano rotti troppi piatti, o narrare dei miracoli che potevano essere operati dalla privazione, per punizione, di materassi o di ventilatori, o anche (sembra incredibile, ma non lo dice il direttore del collegio di
Gian Burrasca, ma un comandante meritatamente pluridecorato):
Non permetto che l'addetto alla mensa distribuisca d'abitudine frutta, cioccolata e cose simili, ma tengo questi alimenti sotto controllo. La frutta come premio per un lavoro ben fatto o la sua privazione come punizione per l'ingordigia  un buon sistema educativo per una missione lunga.
Fosse stato in Atlantico, borbottavano molti, non avrebbe avuto certo il problema di distrarre i suoi uomini dalla noia o di tenerli lontani dalla cioccolata...
Per, quelli del suo equipaggio, e parlo di marinai sommergibilisti, mica di reclute cacasotto, nonostante i suoi atteggiamenti che oggi definiremmo, come minimo, paternalistici, a quanto pare sentivano che quello era un vero capo, non solo un comandante. Forse fu per questa sua personalit indubbiamente forte, pressoch carismatica, che Doenitz, alla fine della guerra, rivel che sarebbe
stato proprio Lueth l'uomo destinato a sostituirlo come comandante in capo delle Forze Navali
Sottomarine, la BdU (Befehlshaber der Unterseeboote), dato che Doenitz, all'ultimo momento, era stato a sua volta nominato Capo dello Stato da Hitler.
Tant' vero che, che per la maggior parte, i suoi marinai gli restarono leali e legati anche dopo.., dopo che fin come doveva finire.
Accadde il 13 maggio 1945. Cinque giorni dopo che la guerra in Europa era finita, o meglio, che
anche la Germania si era arresa. Magari per lui la guerra non era finita, ne era cominciata un'altra: quella contro i suoi sogni ormai diventati incubi.
Poco dopo mezzanotte, una sentinella della Marineschuele sente qualcuno avvicinarsi, d il chival, chiede la parola d'ordine. Nessuno si identifica, nessuno risponde, si sentono solo dei passi che continuano ad avvicinarsi nel buio. Era il 13 maggio 1945: cosa doveva fare la sentinella?
Sparare in aria, come in un normale periodo di pace? O sparare ad altezza d'uomo, come in un
normale periodo di guerra? Quello non era un periodo normale in nessuno dei due casi. La
Germania, la grande Germania, quella in cui tanti avevano creduto, si era arresa pochissimi giorni
prima. Era stato proprio Doenitz, il grandammiraglio, ora per venti giorni capo del governo, a firmare la resa; resa incondizionata. La sentinella spar nervosamente a uomo. Non poteva vedere il bersaglio, tir a caso, c'era un buio da gatti neri, se magari un po' di luna avesse illuminato quel cortile, si sarebbe accorta che quel tizio che si stava avvicinando era proprio il comandante della Scuola di Marina, il pi giovane comandante mai visto in quel palazzone di FlensburgMuerwik.
Fin come doveva finire; un solo colpo, tirato a caso nel buio, centro perfetto. In testa.
Wolfgang Lueth cadde.
Perch Lueth non ha risposto alla sentinella? Si sono fatte molte ipotesi: che fosse ubriaco, sfinito, assorto in altri pensieri, dopo che proprio Doenitz, il grandammiraglio, l'uomo di cui era stato designato come successore, aveva firmato la capitolazione. Ubriaco, distratto, proprio lui che era cos meticoloso e rigido nella disciplina fisica e mentale per s e per gli altri? Data la situazione, pu darsi.
Si dice anche che lui avesse risposto, ma che la sentinella non avesse sentito: uno che ha voce abbastanza da far udire i suoi ordini mentre i cilindri di un IX D2 marciano tutti insieme come coorti di diavoli, e il ferro scricchiola e muggisce e rimbomba da tutte le parti, si mette di colpo a sussurrare come una giovinetta?
O forse non ha risposto perch... perch ci ha provato, e gli  andata bene.
S, bene. Lui, l'idolo di tutti i porti tedeschi, quello che aveva bruciato le tappe, il pi giovane, il pi decorato, il pi invidiato, il pi fiducioso nelle inevitabilmente grandiose sorti del Grande Reich, ha visto crollare tutto, tutto. Il Grande Reich si era progressivamente ridotto a uno straccetto di terra all'estremo nord, sul confine danese; lui si ritrova solo, di notte, a camminare verso quella Scuola di Marina da cui ancora, quando gliene era stato affidato il comando a settembre, sperava magari di tirare fuori il miracolo che avrebbe modificato le rotolanti sorti della guerra. Ora, gli hanno detto che stanno per affidargli il posto di Doenitz, comandante in capo dei sottomarini; parole e titolo senza senso; si ritroverebbe a comandare una flotta inesistente, a provvedere alla sua smobilitazione e disarmo, a vedere i battelli rimanenti della flotta cambiare stato e nome; proprio lui, che aveva posto al centro della sua vita la fiducia assoluta nel Reich e nella Kriegsmarine. Quando quel ragazzo che si ritrova a fare la sentinella gli chiede di identificarsi, cosa dovrebbe rispondere? Sono il comandante
Lueth. Sono il Kapitaen zur See Lueth? Comandante di che?... Capitano di quale mare?... No, meglio non rispondere e lasciare che le cose vadano come possono andare. Sperando in bene. Si era gi trovato altre volte, in mare, a giocare d'azzardo, e di solito gli era andata egregiamente.
Riusc perfino ad avere l'ultimo funerale di Stato del Terzo Reich, appena in tempo, prima che il Terzo Reich naufragasse definitivamente.
Dunque, il teatro operativo al largo del Capo doveva essere considerato ben importante dal Comando Superiore Tedesco se, poche settimane dopo il suo arrivo, il Gruppo Eisbaer venne raggiunto, e in parte sostituito, da alcuni sommergibili della nuova, eccezionale serie 9 D2 e da alcuni tra i pi abili comandanti della Marina tedesca, come Robert Gysae, sull'U-177, e Wolfgang Lueth ai comandi dell'U-181.
Il pi sfortunato del gruppo fu l'U-179, con il comandante Ernst Sobe, che fece in tempo a eliminare una sola nave, la City of Athens, prima di perdersi lo stesso giorno del suo unico successo, l'8 ottobre.
L'U-178, invece, rest in mare ben diciassette settimane, cio pi di quattro mesi, prima che il suo comandante Hans Ibbeken lo riportasse alla base di Bordeaux(214).
Dato che le prede nei pressi del Capo cominciavano a scarseggiare, l'Orso Polare e i suoi nuovi orsacchiotti si spostarono verso nordest, in nuovi territori di caccia.
Si diressero verso il canale di Mozambico.
Robert Gysae era tranquillo e sicuro, al comando del suo U-177; era partito da
Kiel il 17 settembre 1942. Ricordava molto bene quel giorno: era da poco calato in camera di comando quando gli era pervenuto un ordine, uno strano ordine, direttamente da Parigi, dal Quartier Generale dell'ammiraglio Doenitz. Quel giorno, quello stesso della sua partenza da Kiel, il messaggio era stato diramato a tutti i comandanti di U-Boote.
Ne era rimasto sorpreso e perplesso, pi che irritato; aveva capito che dovevano esserci state ragioni ben serie per prescrivere, dopo tre anni dall'entrata in guerra, disposizioni di questo tipo:
1) Nessun tentativo di alcun genere deve essere fatto per salvare i passeggeri delle navi affondate. Non si deve n ripescare le persone cadute in acqua, n issarle a bordo delle lance di salvataggio, n raddrizzare le imbarcazioni capovolte, n distribuire viveri e acqua. Il salvataggio va contro le elementari esigenze della guerra che sono quelle di distruggere navi ed equipaggi nemici.
Cosa diavolo era successo? Da sempre c'era una specie di legge del mare, che anche in guerra, se c'era la possibilit, veniva rispettata: si dava una mano a chi era sopravvissuto a un affondamento, magari gli si indicava dov'era un porto vicino, se si poteva gli erano dati anche viveri, acqua, generi di sopravvivenza. Erano marinai comunque, accidenti! E quindi fino a quel settembre del 1942 certamente i siluri schiantavano, ammazzavano, affogavano: ma pi di una volta i responsabili del siluramento avevano caricato addirittura a bordo i naufraghi, oppure avevano lasciato generi di sussistenza, e magari avvisato sul pi vicino approdo utile. Era forse una sorta di do ut des, un'ipoteca sul proprio futuro di probabili naufraghi, una forma scaramantica, comunque era una sorta di legge non scritta che molti seguivano. Cos'era successo ora?
2) Gli ordini secondo cui si debbono prendere a bordo i comandanti e gli ufficiali di macchina non sono per revocati.
Certo. Si sperava comunque di avere informazioni importanti, e poi, si sa, in certi casi un prigioniero graduato , come dire, pi spendibile di un membro della ciurma.
3) Salvataggio dei naufraghi, unicamente nei casi in cui le loro dichiarazioni possano presentare una qualche utilit per la vostra nave.
Cosa significava? Ripescare qualcuno per poi ributtarlo a mare se ci si accorgeva di aver sbagliato persona? O fare un'intervista preventiva ai naufraghi prima di issarli a bordo? Ma Doenitz non dava ordini scemi, Gysae lo sapeva: quindi doveva esserci una motivazione
seria che impediva agli U-Boote di fermarsi a lungo nella zona di un naufragio. E si confermava ai comandanti la responsabilit della scelta delle persone da recuperare.
4) Siate duri, ricordatevi che il nemico non tiene alcun conto delle donne e dei bambini nei suoi bombardamenti delle citt tedesche.
Siate duri: il comandante in capo della Flotta sommergibili ora riportava alla mente dei suoi comandanti le mogli, le sorelle, le madri, i figli, i fratellini. Cosa diavolo era successo? Cos'era questo richiamo alla memoria per concludere un ordine di servizio che fino a quel punto si era comunque mantenuto nei limiti di un linguaggio burocratico e militare?
Gysae non lo sapeva ancora, ma tutto dipendeva da ci che, pochi giorni prima, era capitato a un U-Boot del Gruppo Eisbaer, all'U-156.
Fu quello che si trov invischiato in uno dei pi grossi problemi della guerra marittima: quello che stabil un confine. Magari verrebbe da dire il confine tra guerra d'onore e guerra moderna, ma probabilmente mai ci fu una guerra d'onore, se non per pochi; ci si  sempre impalati, massacrati, stuprati, scuoiati, accecati, senza porsi tanti problemi, perch tanto si era in guerra.
Per, nella marineria tedesca dei primi anni Quaranta, forse si credeva ancora a certi valori cosiddetti cavallereschi, quelli per cui l'avversario si ammazza, ma lo si rispetta. Il morale degli equipaggi dipendeva anche da questo.
Poi scoppi il caso Laconia, e da allora le cose cambiarono.
 il pi celebre caso di salvataggio marino della Seconda guerra mondiale, ma vale sempre la pena di ricordarlo, magari con un paio di brividi: uno di ammirazione
e uno di disgusto(215).
Era il 12 settembre 1942. Nel Gruppo Eisbaer, l'Orso Bianco, c'era l'U-156 del comandante
Hartenstein, quasi un nonno per l'et media dei sommergibilisti: gi 34 anni, ben 65 missioni su battelli di superficie prima di essere trasferito, nel marzo del 1941, alla flotta sottomarina. Quando posava per le foto ufficiali, gli saltavano fuori un sorriso da folletto e due pomelli tondi che annullavano il triste taglio all'ingi degli occhi; ma quando era al comando di un U-Boot, quei pomelli sparivano in una piega dura delle guance, e i tristi occhi all'ingi diventavano due lame.
Lo avevano incaricato di raggiungere, insieme agli altri del gruppo, le coste del Sudafrica, ma non ci arriv. Quella notte del 12 settembre, nell'Atlantico, molto prima di arrivare al capo, gli si par davanti un obiettivo che non poteva perdere: un mercantile da quasi 20.000 tonnellate, il Laconia. Era stato un transatlantico, poi ovviamente era stato trasformato in nave trasporto da guerra.
La faccenda si ripete, monotonamente per chi gi conosce come sono sempre andate le cose, ma inopinatamente per chi le viveva. L'U-156 spar i suoi siluri contro 464 ufficiali e uomini d'equipaggio, 286 militari inglesi, 103 soldati polacchi. Il che rientrerebbe in una logica bellica. Ma non rientravano in questa logica, secondo un U-Boot tedesco, i 1800 prigionieri di guerra italiani che erano su quella nave; e soprattutto non ci rientravano, secondo nessun criterio dell'epoca, 80 donne e bambini che stavano cercando di rientrare, dall'Egitto e da Malta, in Inghilterra.
Hartenstein non sapeva che c'erano. E quando, come d'uso, ripesc due uomini per averne informazioni, scopr dalle loro confuse e farfugliate parole di avere affondato, oltre ai militari nemici, soprattutto militari italiani catturati in Libia, ma anche famigliole di impiegati britannici che sfuggivano alla guerra in Egitto e soldati inglesi, grandi invalidi di guerra. E comunque tanta gente che non c'entrava nulla con quel gran gioco che coinvolgeva lui, Doenitz, Churchill, e chiss quanti altri, ma senz'altro non era giusto che coinvolgesse, per esempio, la signora Grizel WolfeMurray, incinta di quattro mesi; oppure Sally, un anno e due mesi, che la sua bambinaia, miss Doris Hawkins, stava cercando di riportare in Inghilterra. Sally era un fagottino imbambolato dal sonno di quella notte: miss Doris l'aveva avvolta in una coperta perch non prendesse freddo, e con la sua copertina piomb in acqua, quando la scialuppa si rovesci.
Intorno all'U-156 galleggiano disperati e terrorizzati i naufraghi, chi a nuoto, chi, pi fortunato, su scialuppe le cui linee di galleggiamento sono troppo pericolosamente sfiorate dall'Atlantico. Per Hartenstein, non  una scelta,  un'ovviet: salvare pi gente che si pu. Tanto il suo lavoro  stato fatto, il suo scopo era affondare il naviglio nemico, non signore e bambini. N, tanto meno, alleati.
Ogni tanto si sente un urlo straziante, l'acqua intorno al naufrago si arrossa: arrivano loro, gli squali.
Comincia a caricare a bordo decine e decine di disperati, ordina al cuoco di preparare cibo che i suoi marinai distribuiranno, mentre il suo ufficiale medico si d da fare quanto pu per medicare ustioni e ferite, somministrare calmanti, placare convulsioni, vomiti, diarree. Alcuni hanno le membra lacerate dai morsi di squali e barracuda.
E poi quelle ferite, quegli orrendi colpi di baionetta che gli italiani denunciano di aver ricevuto dalle sentinelle polacche che respingevano i prigionieri italiani che cercavano in massa di risalire sul ponte, spingendo disperatamente dalle stive.
Quindi, avverte il suo Comando: 13,9 - Atlantico verso Freetown - Qu. E.T. 5775 SI - 2 Meer I,
7, 110 0. 400 - coperto visibilit 400 miglia - Affondato inglese Laconia Qu. F. F. 7721 - 310 -Purtroppo con 1500 prigionieri italiani - Sino a ora 90 salvati - Combustibile 157 m3 - Siluri 19 -Alisei forza 3 - Chiedo ordini - Hartenstein(216).
In piena notte il messaggio viene ricevuto a Parigi, dove si trova il comando di Doenitz.
Il grandammiraglio non lo sapeva, ma dalla decisione che prese in quei momenti dipese poi la sua sorte, quando al processo di Norimberga pot dimostrare la sua collaborazione a quel recupero,217 che oggi chiameremmo, con tutta l'ipocrisia linguistica tipica dei giorni nostri, iniziativa umanitaria o qualcosa del genere. Per lui era semplicemente il salvataggio di naufraghi alleati, o non belligeranti, o messi fuori combattimento, come sempre si  usato, se si poteva fare, tra gente di mare. I suoi collaboratori, Hessler e Godt, che quella notte erano accanto a lui, nell'ufficio di Boulevard Suchet, gli consigliarono tuttavia di ordinare all'U-156 di proseguire per la rotta prevista, dato che il salvataggio dei naufraghi avrebbe compromesso l'operazione in corso.
Doenitz li guard calmo, riflettendo. Poi decise e fece trasmettere:
Squadra Orso Polare, Schacht, Wuerdemann, Wilamowitz, dirigere immediatamente al quadrato 7721. Tutta forza. Schacht e Wuerdemann comunicare posizione. Battello in difficolt pieno di italiani(218).
Hartenstein era autorizzato a continuare le operazioni di salvataggio. E gli altri tre del Gruppo
Eisbaer dovettero cambiare rotta: operazione rimandata, si andava a recuperare i naufraghi. Erano le
3,45, ora di Berlino, del 13 settembre.
Fu la pi grandiosa operazione di salvataggio della guerra: e grandiosa per vari motivi, non tanto, o non solo, per il numero dei naufraghi, ma per il suo svolgimento, per i rischi, per le sue conseguenze immediate e per quelle a lungo termine.
Di italiani se ne salvarono pochi: secondo le stime, 1400 restarono nelle stive e affondarono col
Laconia, respinti dalle sentinelle che non avevano aperto i cancelli delle stive e avevano sparato e usato la baionetta per allontanare quelli che avevano sfondato le sbarre. Tra i sopravvissuti, fu forse l'adrenalina, mischiata al comportamento collettivo, che scaten una ferocia da secoli bui:
Hartenstein e il suo equipaggio dovettero assistere, stomacati, alla visione di numerosi italiani con le mani mozzate dalle baionette, per aver tentato di aggrapparsi alle scialuppe dei nemici inglesi o polacchi.
Continuava a caricare gente; il ponte dell'U-Boot era ormai un verminaio di corpi esausti, membra ferite, odi incontrollabili. Non potevano salire tutti a bordo, un centinaio restarono su alcune barche di salvataggio che vennero legate all'U-Boot perch non si disperdessero. Tutto intorno, cadaveri, imbarcazioni a pelo d'acqua, relitti, urla.
Per il momento, Hartenstein non aveva scelta, poteva solo aiutare per quanto possibile: gli pareva ovviamente assurdo che qualche aereo nemico potesse arrivare e, pur vedendo tutta quella disperazione, si mettesse a bombardare. Chiunque poteva scorgere dall'alto che in quel pezzettino di mare, sul quadratino 0971, si stava consumando una tragedia, e che occorreva aiuto da parte di tutti.
Aiuto da parte di tutti: e in quel momento il comandante ebbe un'idea azzardata, ma forse vincente.
Invi un fonogramma a Doenitz: Propongo neutralizzazione diplomatica di luogo affondamento.
Stando ascolto radio, una nave sconosciuta era vicinissima al luogo del naufragio. Hartenstein.
Un comandante di U-Boot, per poter salvare inglesi, italiani, polacchi, uomini donne bambini, propose la sospensione della Seconda guerra mondiale in quel quadratino d'oceano.
E Doenitz lo appoggi e approv, anche se Hitler, saputa la faccenda, ne fu irritato e contrariato, perch riteneva che i suoi preziosissimi U-Boote e i loro equipaggi, l'U-156 e quelli che li stavano soccorrendo, corressero troppi rischi. Tra il Fuhrer e la Marina i rapporti erano particolari: Hitler contava sulla preparazione e sulla disciplina degli equipaggi, ma sapeva anche che non poteva sempre contare sulla fedelt nazista dei suoi ammiragli: nella Marina, per volont del grandammiraglio Raeder, anzich il braccio teso e l'Heil Hitler! ci si ostinava a mantenere il saluto militare, e gli ufficiali non potevano essere iscritti al partito. Doenitz, poi, era uno di quelli che, dopo la Notte dei Cristalli, aveva apertamente protestato contro il Fuhrer; ora era perfettamente
consapevole che, se solo un U-Boot fosse andato perso in quella operazione di salvataggio che lui autorizzava contro tutte le regole belliche, lo aspettava la corte marziale. Dichiar poi: Tuttavia fui incapace di risolvermi, non potendo decentemente, per usare le mie stesse parole, rigettare in acqua le persone ch'erano state ripescate(219). L'operazione continu.
Mentre battelli tedeschi, italiani, francesi, allertati dal comando tedesco, convergevano da vari punti verso quel puntino dell'Oceano Atlantico (e addirittura la Germania aveva promesso di pagare ai francesi la nafta usata!), Hartenstein, capendo di non essere in grado di continuare ad assistere quelle centinaia di disperati con le sue poche forze, e probabilmente convinto che in zona ci fosse qualche battello alleato - l'idrofono poco prima gli aveva pur comunicato la presenza di una nave sconosciuta vicinissima al luogo del naufragio -, il 13 settembre, alle 6 del mattino, lanci un appello in inglese, radiofonato su lunghezze di 25 e 60 metri:
If any ship will assist the wrecked Laconia crew, I will not attack it, provided I am not be
attacked by any ship or airforce. I picked up 193 men - Se qualche battello aiuter l'equipaggio del
Laconia naufragato, io non lo attaccher, a patto che io stesso non venga attaccato da navi o aerei.
Ho raccolto a bordo 193 uomini.
E poi osa: se chiede aiuto per i naufraghi, a questo punto deve accettare di scoprirsi. Aggiunge al messaggio la sua posizione: 4 53' sud, 11 26' ovest.
Erano gi passati due giorni: il Laconia era stato silurato nella notte fra il 12 e il 13 settembre, quando finalmente, nella mattina del 15, l'U-506 di Wuerdemann arriv a caricare una met dei salvati. 131 a me, 132 a te. Schacht, invece, quando arriv in zona aveva gi cominciato a fare la sua parte: lungo la rotta il suo U-507 aveva incrociato polacchi, inglesi e italiani e li aveva imbarcati. Verso sera, ne aveva a bordo 153. E si sta parlando di sommergibili, di luoghi in cui, gi l'abbiamo visto, si sta stretti quando  imbarcato l'equipaggio, cio una cinquantina di persone.
Ognuno degli U-Boote aveva ora a bordo circa quattro volte il carico umano previsto. Poi arriv il Cappellini, italiano, che riforn di acqua e viveri le lance del settore, e caric anche lui la sua parte, una settantina di naufraghi, ed erano tanti, per un battello di 71 metri per 7, molto pi piccolo di quelli germanici. A quel punto, in zona, c'erano tre sommergibili tedeschi e uno italiano.
Fu a met mattina del 16 che si sent il rombo: finalmente un aereo di soccorso, un Liberator americano, un B24! A solo 80 metri di altezza! Hartenstein diede immediatamente ordine di stendere sulla plancia un simbolo che non sarebbe stato autorizzato ad avere, ma chissenefrega in quei momenti: un gran telone bianco di 4 metri quadri, con una croce rossa che avvertiva del fatto che l si stava consumando una tragedia.
Un naufrago, ufficiale della RAF, si precipit sulla torretta dell'U-Boot; Hartenstein lo autorizz a trasmettere ai suoi alleati il messaggio: Qui ufficiale EAF a bordo sommergibile tedesco. Ci sono i naufraghi del Laconia, soldati, civili, donne, bambini. Nessuna risposta. Le ali stellate fecero un giro, si allontanarono.
Poi quelle stelle tornarono, ancora pi basse, a circa 60 metri; i quattro enormi motori, cos
vicini, assordarono i terrificati sopravvissuti; poi di colpo il rumore diminu, i motori calarono, nella fusoliera si apr il portellone del vano di carico, e qualcosa cominci a
cadere(220). Ma non erano pacchi di viveri e medicinali. Erano bombe.
Sarebbe stato folle cercare la salvezza con un'immersione rapida: un sommergibile fermo, per scendere in profondit, ha bisogno di un minuto, e di avere tutto il suo equipaggio in piena operativit, non in giro per il ponte a distribuire caff, biscotti, sulfamidici.
L'U-156 riusc a cavarsela, ma non ci riuscirono le quattro scialuppe che lo circondavano e che ne erano rimorchiate, n i poveracci che in quel momento erano sul ponte, travolti dalle ondate generate dalle esplosioni. E, comunque, l'U-Boot rimase seriamente danneggiato. Aveva avuto ragione Hitler.
Era piena notte del 17 settembre, quando Doenitz, deluso, furibondo, disgustato, ordin la sospensione del salvataggio e trasmise ai sommergibili che agivano nel settore del Laconia: Il
Tommy  un maiale, la sicurezza del sommergibile non deve assolutamente essere messa a rischio.
Non accettare rischi, nessun riguardo....
Qualche ora dopo, emanava l'ordine Triton Null, spesso chiamato anche ordine Laconia, che aveva lasciato perplesso Robert Gysae: Ogni tentativo di salvataggio  vietato. [...] Bisogna essere duri. [...]. Non poteva saperlo, ma ancora poco tempo e anche Gysae si sarebbe trovato in
una situazione simile a quella di Hartenstein; e con l'esplicito divieto di intervenire con azioni di salvataggio.
Il comandante Gysae, col suo U-177, era in giro solo da un paio di mesi. Per un sommergibile
della classe IX D2, una sciocchezza. Il suo battello poteva avere ancora mesi di autonomia.
Si era dato da fare, da quando era partito: il 2 novembre aveva centrato la greca Aegeus(221), poi la pi piccola Cerion, britannica, il 9 novembre; in un paio di giorni, 19 e 20 novembre, due prede grosse erano cascate tra le sue maglie: prima la Scottish Chief, che aveva disperso in mare 13.000 tonnellate di petrolio e 36 marinai, poi, subito dopo, l'americana Pierce Butler. Era alla sua prima
missione con U-177, ma non poteva lamentarsi n della sua fortuna, n delle capacit del suo equipaggio.
Come in genere tutti i sommergibilisti, erano giovanissimi, parecchi al loro primo incarico.
Moltissimi i ventenni, o poco pi; lui, a poco pi di trent'anni, si trovava a essere il pi anziano, oltre che il pi autorevole; perfino il medico di bordo, Ernst Becher, era pi giovane, aveva appena compiuto 28 anni.
Gysae aveva preso il comando in aprile; l'equipaggio aveva presto apprezzato quel biondone
sicuro, che aveva iniziato la carriera come comandante di U-Boote senza mai avere prestato servizio
come Kommandantenschueler, cio senza avere operato a scuola di comando. Era uno dei pochi a
cui Doenitz aveva dato abbastanza fiducia da affidargli un prezioso sommergibile solo sulla base
dei risultati da lui ottenuti ai corsi della UAS, la Unterseebootsabwehrschule, la scuola di guerra
sottomarina. Aveva gi comandato l'U-98 per un anno e mezzo, guidandolo in ben sei missioni e
ottenendo una serie di successi: nove navi britanniche, due norvegesi, una olandese erano incappate nei suoi siluri(222). Ed erano tutte navi che viaggiavano in convoglio, il che vuol dire che era un capitano che sapeva il fatto suo, attaccava e spariva con sangue freddo ed esperienza. Non per niente aveva gi conquistato la sua brava Croce di Cavaliere, la Ritterkreuz, e il suo secondo comando gli era stato assegnato su un sommergibile della nuovissima, eccezionale serie IX D2.
Poteva essere soddisfatto di s.
Sui sommergibili si dorme poco e male, sempre accompagnati, quando va bene e tutto  tranquillo, da quella luce rossa, notturna, da bordello, o da quella bianca e spettrale diurna, dagli odori forti del cibo accatastato, dal ping del sonar; magari era per questo, pensava ironicamente tra s il vecchio comandante trentenne, che per gli equipaggi selezionavano solo giovanissimi, dal sonno di piombo.
All'alba di sabato, 28 novembre, Gysae era sveglio da un pezzo. Durante la notte aveva avvistato un piccolo convoglio, gli aveva dato la caccia per un po', ma poi l'oscurit glielo aveva fatto perdere di vista. Peccato, una preda mancata. Dalla vela dell'U-177 il comandante esplorava ancora l'orizzonte, alla ricerca di qualche segnale che potesse scaricare le energie accumulate in quell'ultima settimana, poco proficua, perch dopo l'americana Pierce Butler non c'erano state altre occasioni di lanciare siluri. I sudafricani erano ormai sull'avviso, quindi dalle loro coste partiva ormai poco, e quel poco era pi che scortato; ma probabilmente l, pi a nord, nel canale di
Mozambico, qualcosa sarebbe pur passato: gli inglesi erano riusciti a tenersi stretti il Canale di Suez e il Mar Rosso, ma oltre il golfo di Aden non comandavano pi solo loro.
Non ebbe reazioni particolari quando avvist qualcosa. Erano le 6,12 quando annot sul diario di bordo: Nemico in avvicinamento. Procede ad ampio zigzag per circa 210 gradi. E una nave passeggeri di media stazza, procede a 14 nodi(223).
14 nodi: poco in confronto ai suoi potenziali 19 nodi in emersione. Era una preda comoda: Gysae aggrott un attimo la fronte ripensando al veloce transatlantico California, che aveva avvistato la settimana prima a est di Durban, ghiotta preda che gli era sfuggita dopo cinque ore di caccia, a causa della maggiore lentezza dell'U-Boot.
Lasci avvicinare ancora per un po' il nuovo obiettivo, osservandolo attraverso il periscopio. Poi diede l'ordine, le cassezavorra vennero allagate, i timoni furono inclinati verso il basso; alle 8,31, l'U-177 si immerse, e si prepar.
...
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...
CAPITOLO TERZO.
TIPACCI E CRIMINALI.
Il Nova Scotia
...
.
...
e la diletta moglie e il pargoletto mio, non mi sapendo se alle lor braccia torner pi mai. (Libro 6).

V'era d'amor la volutt, v'era il desire e degli amanti il favello segreto quel dolce favello. (Libro 14).

Quale  l'error che di Favonio il soffio nel suo primo spirar spande sul mare che destato s'arruffa e l'onde imbruna. (Libro 7).

Altro che la sofisticata, aristocratica Arandora Star. Erano navi quasi coetanee, ma per il resto
lei, con l'Arandora, aveva in comune solo il luogo dell'armatore, Liverpool. Per il Nova Scotia era
un piroscafo nato per essere un po' cargo, un po' nave passeggeri, ma passeggeri anche di terza
classe. E il proprietario mica era la prestigiosa famiglia Vestey della Blue Star Line, bens la pi
banale compagnia Furness, Withy & Co. Ltd. Ma aveva una sua dignit, come linea non era
malaccio, e dimostrava una stazza pi imponente delle sue 7000 tonnellate(301). Dal 1926 aveva
svolto dignitosamente il suo lavoro; tra il 1937 e il 1938 era spesso in Canada, dove attraccava al
servizio dell'impero britannico; fu in una di quelle occasioni che una nave portoghese, la Afonso de
Albuquerque, entr dignitosamente e ufficialmente in contatto: scambio di saluti, scambio di foto.
Una foto del Nova Scotia entr nel rullino dei ricordi di viaggio dei portoghesi. Normali scambi di omaggi tra marinai. Nessuno, ovviamente, aveva idea di come, poi, il destino delle due navi sarebbe
stato legato(302). Finch anche il Nova Scotia, nel gennaio del 1941, fu requisito dal ministero della
Guerra, e adibito a trasportare truppe.
La spedirono nel Mediterraneo a occuparsi dei tommies che erano impegnati nella campagna
d'Africa. Fece il suo lavoro portando truppe durante il pingpong intorno a Tobruk, soprattutto
seguendo la rotta InghilterraEgittoDurban(303).
L'estate del 1942 non era stata facile: Erwin Rommel, col suo Afrika Korp, era avanzato a rotta
di collo e a fine giugno si era ripreso pure Tobruk. Poi, ai primi di luglio, era cominciata la prima, lunghissima, tremenda battaglia intorno a El Alamein, postazione tenuta dai sudafricani. Era andata
com'era andata: Montgomery poteva cantare vittoria, ma era stato comunque un massacro.
Fortunatamente, per due mesi ci fu una pausa operativa e, fra settembre e ottobre, i feriti di El
Alamein poterono essere ricuciti negli ospedali del Cairo e di Alessandria e, una volta rappezzati in qualche modo, erano pronti per una licenza a casa loro.
E il Nova Scotia continuava la sua spola, Port SaidDurban, lungo le barriere coralline del Mar
Rosso, serpeggiava tra le Dahlak e le Kamaran, poi si infilava in quella cruna d'ago di Bab El
Mandab, e poi attenti, che oltre Aden e la punta di Capo Guardafili c' un bel pezzo scoperto, occorre procedere a zigzag e sperare in Dio. E da una ventina di mesi che la si sgama.
A bordo, feriti, soldati in licenza, prigionieri: mugugni, lamenti, sorrisi; comunque, speranze.
All'alba del 4 novembre 1942, a Port Said, i soldati in attesa di salire a bordo delle navi non erano di buonumore: tra loro, diversi feriti che provenivano, di nuovo, dalla solita El Alamein, dove
si era scatenato l'inferno definitivo e, quando avevano abbandonato il fronte, le cose per
Montgomery non erano certo sicure(304). L'attacco a sorpresa di fine ottobre non aveva avuto l'effetto desiderato: parecchi carristi e fanti britannici e Alleati erano rimasti
impelagati nei Giardini del Diavolo, i campi minati che non si potevano aggirare e da cui non si riusciva a uscire.
I feriti pi in sesto, quelli che potevano gi essere imbarcati, erano l sul molo, doloranti e storditi. Tra loro, alcune crocerossine si aggiravano distribuendo sigarette e dolci, alcune respingevano allegramente i tentativi di abbordaggio dei pi vispi: Dai, ragazzi, che tra qualche settimana sarete a casa, dalla fidanzata; cercate di resistere ancora un po'.
Invece, il fuciliere sudafricano Nat Herman, del 7 Reggimento Artiglieria, aveva 38 anni, stava benissimo, e ancora si chiedeva come mai avesse avuto la fortuna di essere stato finalmente selezionato, per levare i tacchi dal campo di transito di Port Tewfik ed essere spedito per un po' a casa sua, in Sudafrica(305). La sua esperienza da civile, quando era avvocato, gli faceva supporre che si trattasse di uno di quei misteriosi sistemi che, da tempi immemorabili, la burocrazia militare stabilisce per imperscrutabili vie, e quindi conveniva starsene zitto e approfittare della splendida occasione. L'unico prezzo da pagare era fare il secondino a un'orda di prigionieri civili italiani che sarebbero stati imbarcati qualche giorno dopo a Massaua, ma tutto sommato era un onorario accettabile, in cambio di qualche prezioso giorno sulle spiagge di casa sua. E oltretutto, pensava guardandosi intorno, lui almeno non aveva avuto a che fare, almeno non recentemente, con i bersaglieri e i carristi italiani(306), n aveva sentito il rombo dell'arrivo dei reparti corazzati della
Panzerarmee a Tobruk, come invece era capitato a diversi di quei soldati che ora attendevano pazienti l'imbarco.
Sent alle sue spalle l'inequivocabile ritmo di una cadenza; poco dopo uno strascicato, quasi incomprensibile accento texano concesse il rompete le righe, e le banchine furono occupate da un migliaio di enormi soldati americani.
Nat Herman e i suoi commilitoni sudafricani e inglesi guardavano in cagnesco quei nuovi arrivati, che a loro parevano rosei e grossi come vitelli, ma arroganti come caproni. Soprattutto perch, per colpa di quegli yankees che pretesero i posti migliori, loro dovettero spostarsi dalle cabine, che pure gi prima non erano sufficienti per tutti, e adattarsi nelle stive, dove gi da mesi il Nova Scotia trasportava con equa imparzialit sia animali che uomini, una fauna mista il cui afrore era rimasto a galleggiare nel poco ossigeno disponibile, trovando ben poche vie di sbocco tramite i boccaporti.
Oltretutto, quelle sessanta infermiere che li accompagnavano erano delle brutte scorfane, che chiocciavano altezzose tra loro, forse dandosi finti consigli su come difendere la loro verginit dai supposti attacchi dei loro futuri pazienti.
Nat sbuff: avrebbe poi avuto modo di verificare che in realt quei caproni non erano cos ostici, e che quelle scorfane non erano cos piatte, morigerate e arcigne. Fu quella volta che - come ricord tanti anni dopo - mentre scendevano lungo il Mar Rosso, uno Zio Sam gli diede una gomitata e lo trascin sogghignando in un angolo del ponte da cui, con un complicato sistema di specchietti e riflessi sui vetri degli obl, si intravedeva la confusa sagoma di un'infermiera che faceva la doccia.
Doveva essere decisamente poca roba come visione, ma evidentemente abbastanza per solidarizzare.
Per il momento, era semplicemente stufo dell'attesa, accaldato e irritato contro quegli intrusi. Era gi dal pomeriggio precedente che loro, sudafricani, erano stati imbarcati, e ora si scopriva che per partire avevano dovuto aspettare che arrivassero, comodi comodi, quei tognoni. Guardava dal parapetto l'addensarsi sulle banchine di divise e jellabah, le file di portantine coi feriti e i le file di canestri dei venditori di datteri, frutta secca, dolciumi fritti e unti. Era leggermente frastornato, non solo dalla confusione che vedeva, ma soprattutto da quell'insieme di strilli, lamenti, urla, richiami, ordini, a cui faceva da costante sottofondo il rumore sordo e vibrante dei motori della nave, che proveniva da qualche parte sotto i suoi piedi.
Luned 8 novembre, il piroscafo Nova Scotia, partito dal Cairo, arriv a Massaua, dove finalmente gli americani imbarcati si levarono dai piedi, restituendo le cabine ai sudafricani, che risalirono dalle loro stive affrettandosi a occupare le preziose cuccette. Per fortuna, che l'idea di restare nelle stive arroventate in un luogo come Massaua era allucinante anche per gente come gli imbarcati della 1a e 2a Divisione sudafricane, o per gli istruttori dei carristi della 6a SAAD (South
African Armoured Division), gente che magari si era fatta tutta la campagna d'Africa dalla Cirenaica al Canale: era novembre, ma l'afa intontiva i cervelli e intorpidiva i corpi, le divise si appiccicavano alle gambe e alle schiene, un vento bollente e carico di sale alitava sui ponti.
Da bordo, i sudafricani socchiudevano gli occhi, osservando le cupole arabe e i merletti candidi della Banca d'Italia, dell'Albergo Savoia, dei portici del lungomare Umberto I, che riverberavano una luce abbacinante. Erano l fermi gi da due giorni, sognando la brezza fresca che spirava dalla Table Mountain, i pratini verdi dei giardini di J burg, le passeggiate sulla Marine Parade. Ancora un paio di settimane, e se li sarebbero goduti. Almeno per un po', almeno per qualche giorno, almeno per qualche ora.
Nat Herman si incurios un po' quando vide un'auto farsi largo tra la calca e scenderne un ufficiale inglese, con una giovane donna e una bimbetta sugli 8-9 anni.
Donne su una nave del genere - a parte le infermiere, ma quelle non valevano -erano autentiche perle rare, non si poteva evitare di notarle; gli pareva di averne viste forse un paio in quelle ore, ma se ne stavano generalmente rinserrate in cabina. Una bambina con un grosso fiocco tra i capelli, poi, era un assurdo sorprendente, in quella bolgia di uomini sudati e puzzolenti. Soppes con uno sguardo la donna, evidentemente la madre: piccolina, ma ben proporzionata. Peccato che, a giudicare dall'affetto con cui salutava l'ufficiale e dalla premura con cui questi la aiutava con la bimba e a scaricare dall'auto un po' di bagaglio, fosse decisamente gi impegnata.
Alda, tutto sommato, era contenta del bizzarro, sorprendente destino che la vita le aveva riservato. Era nata in Sudafrica, e ora, dopo tante imprevedibili vicende, stava ritornando l, a casa della madre, ad aspettare il suo Robert.
L'ingegner Lorenzino era andato in Transvaal ai primi del Novecento, per lavorare alla ferrovia
dello Zululand, e l era nata sua figlia Alda Cecilia, nel 1914(307). Figlia di italiani, Alda aveva sposato giovanissima un italiano benestante, Gastone Ignesti, e lo aveva seguito in Eritrea. Asmara era una citt cos piacevole, con quel clima da eterna primavera, le strade ampie, le dignitose palazzine, l'operosa, tranquilla e pettegola vita di una colonia. Per la loro bimba, Valcheria, potevano sperare in una buona e fortunata esistenza. Ma  proprio quando si spera troppo che la ruota gira di colpo: nel 1940 un tumore al cervello si era preso Gastone. Lei era l, che ancora frastornata stava chiedendosi come ricomporre la sua vita, se restare in Eritrea o tornare a casa sua in Sudafrica con la figlia, quando, a pochi giorni dal funerale, qualcuno le risolse bruscamente il dubbio: l'Italia entrava in guerra contro l'Inghilterra, e a tornare in Transvaal non si poteva proprio pi pensare.
In Eritrea, la guerra fin presto: pochi mesi e gli italiani, circondati da colonie inglesi, attaccati da nord e da sud, isolati l nel Corno, impossibilitati a ricevere qualsiasi forma di aiuto dalla madrepatria, dovettero capitolare. E fu una capitolazione pi che dignitosa, c' da dire, ma questa  un'altra storia. I britannici marciarono attraverso il sassoso, giallo altopiano per la cui conquista avevano dovuto affrontare i furiosi combattimenti di Cheren (I didn't do it for you, nigger - Non l'ho fatto per te, negra, rispose un soldato inglese, esausto ed esasperato, dopo la tremenda, sanguinosissima battaglia di Cheren, a una vecchia eritrea che lo salutava lungo la strada)(308). Nonostante i bombardamenti degli ultimi mesi e i saccheggi delle masnade di sbandati nei mercati indigeni e nel quartiere di Ghezzabanda(309), trovarono quasi intatti gli eleganti cinema, le audaci architetture moderniste, i piacevoli caff di Asmara. E cos, anche gli ufficiali e i funzionari dell'OETA (Occupied Enemy Territory Administration), l'amministrazione militare inglese, ci si trovarono bene.
Robert Taylor, giovane tenente britannico, nel '41 ricevette l'ordine di spostarsi dalla sua sede del
Cairo alla capitale eritrea, per far parte della nuova amministrazione. Gli and bene per molti versi;
intanto perch, dopo neanche un anno, quella che era stata la sua unit al Cairo venne spostata a
Tobruk, e dei commilitoni che avevano brindato al suo trasferimento ne rimasero veramente pochi, dopo quel che successe l nel giugno del 1942; poi perch uno dei suoi primi incarichi fu quello di scovare un'interprete che conoscesse perfettamente sia l'italiano che l'inglese. E cos si trov davanti
Alda, 28 anni, di corporatura minuta, ma con due gambe snelle ed elastiche e un sederino decisamente elegante.
Gli italiani di Asmara spettegolavano, e certi parenti acquisiti di Alda non gradivano quella relazione col nemico, ma la cosa non aveva importanza; il problema per il tenente Taylor era un altro. Di Alda gli importava sul serio, e si era affezionato anche alla tranquilla Valcheria che, nonostante la rigidit morale dei suoi otto anni, aveva finito col superare la gelosia e lo aveva accettato. Ma un soldato in tempo di guerra non fornisce certo delle garanzie a una giovane vedova con una bambina di otto anni; per di pi, lui poteva comunque essere spostato chiss dove da un
momento all'altro. Bisognava dunque trovare il modo di rimandare Alda da sua madre a Durban, e in fretta, prima che magari arrivasse, come poteva succedere, un altro ordine di trasferimento per lui, impedendogli di poter intervenire in qualche modo a favore delle sue due ragazze.
Al Comando, tutti erano a conoscenza della relazione del tenente con la giovane interprete, ci scherzavano, ma sapevano anche che la cosa era seria, e si rendevano conto della situazione incerta e precaria in cui viveva la coppia. Fu il capitano Zervudachis, capo dell'Ufficio Sicurezza, ad avere l'idea. Lui riusciva sempre a sapere con un po' di anticipo cosa succedeva nel porto di Massaua.
Non fu certo facile, ma Robert Taylor era evidentemente una persona simpatica e gradevole; e poi c'era il cameratismo britannico tra ufficiali; e poi Alda, in quanto interprete, era conosciuta da tutti nell'amministrazione militare britannica, e, bench avesse la cittadinanza italiana, era probabilmente considerata nell'ambiente come una bianca sudafricana; e poi, comunque, non si rischiava granch a scovare e riferire a un collega un'informazione utile in tempo utile...
Fatto sta che a fine ottobre Taylor accompagn Alda e Valcheria in auto lungo la strada che da
Asmara si scapicolla a Ghinda, quindi a Massaua. 100 chilometri, tre stagioni, dicono gli eritrei di quel percorso. Per loro avrebbe segnato l'inizio di una nuova stagione, ma non sapevano ancora quale.
Dopo quei due giorni di sosta nel porto eritreo, sentirono di nuovo ronzare i motori: si ripartiva, se Dio vuole! Eppure, sapevano che i loro ordini prevedevano di fare la scorta a dei prigionieri, ma che ne era stato?
Il Nova Scotia era gi pronto alla partenza, quando finalmente arrivarono. Nat Herman li guardava un po' incerto: non avevano l'aria di essere tipacci e criminali, come era
stato detto(310).
Ma l'apparenza, si sa, pu ingannare. 700 o 800 uomini, in lunghe file, provenendo dalla stazione, vennero inviati direttamente nelle stive bollenti, appena svuotate del loro carico umano e ora di nuovo intasate. Centinaia di italiani, destinati forse ai campi di internamento in Sudafrica, dove avrebbero supplito alla carenza di manodopera che ormai si stava facendo sentire nelle fattorie boere.
Si poteva salpare. No, non ancora. Si avvertiva una certa tensione a bordo, ufficiali con aria seccata, un certo va e vieni dalla nave alla capitaneria di porto, finch un gruppo di ufficiali italiani gi imbarcati non venne finalmente fatto scendere. Problemi di ordine diplomatico - militar -burocratico: dove mettere gli ufficiali prigionieri? Nella stiva, con i civili italiani? Improprio per il decoro militare. Nelle cabine? Scherziamo, gi non bastano per i nostri, figurati dove va il morale della truppa se qualche sudafricano vincitore si vede soffiare la cuccetta da un vinto. E poi, in che mensa mangiano? Con noi ufficiali inglesi e sudafricani? Impensabile; d'altra parte, con pi di mille persone a bordo, dove troviamo lo spazio per allestire un'altra mensa ufficiali? Per il momento scarichiamoli, e poi qualcuno ci penser.
E cos scesero. Volle dire la loro salvezza. Forse. Chiss come and, poi, per loro.
Il 21 novembre padre Mos era arrivato a Ghezzabanda. Faceva finta di niente, ma era sfibrato.
Alcuni ragazzini di quel nuovo quartiere asmarino di villini residenziali schiamazzavano intorno al grosso frate dal barbone nero, che saliva per la collina a conoscere la sua nuova parrocchia. Le jacaranda e le buganvillee si allungavano oltre i muretti imbiancati da poco, l'acqua della famosa, sorprendente fontana del quartiere trillava e gorgogliava scorrendo lungo le vasche scintillanti;
guardando verso nordovest, nella luce abbagliante e nell'aria nitida dell'altopiano, sembrava di
poter toccare il rosso forte Baldissera che dominava Asmara. Chiss se i suoi vecchi parrocchiani e
amici, che aveva conosciuto negli anni trascorsi ad Add Qual, erano l o dove mai li avevano sbattuti: il capitano Vanissi, e Vavan, e Marinaro, e quelli che non avevano voluto ascoltarlo, quando li aveva avvertiti di fuggire.
Risaliva lungo i giardini e i villini di Ghezzabanda, e ripensava al carcere di Add Qual, ai prigionieri di cui era stato parroco, alle orde di profughi che da marzo scorrevano attraverso quel paesino d'altopiano. Da quando, nel marzo del 1941, era iniziata la ritirata delle truppe italiane, di nuovo Add Qual aveva riscoperto la sua collocazione strategica: dalle zone intorno a Gondar, a Tessenei, ad Ad Remz, arrivavano italiani pallidi, stremati, soprattutto sfiduciati e sbigottiti, sui camion, coi vecchi, a piedi, spingendo uno o due asini.
E poi il giorno di Pasqua, quando a messa era venuto solo il chierichetto Mesfuni; e le urla di
Mesfuni Padre, ammazzano gli italiani!! Ammazzano tutti gli italiani!, lo sguardo a santa Rita, la corsa verso la bottega dei Branzini, dove un branco di arabi ubriachi ridevano e rubavano bottiglie di liquori, e il grosso sudanese che sghignazzando tormentava con la baionetta le donne Branzini, tutte terrorizzate e addossate al muro, perfino la vecchia e quella poveretta col pancione. Non aveva capito pi niente, strappando veli e capelli era riuscito a entrare in bottega, e poi aveva disarmato il sudanese che continuava a sghignazzare ubriaco, era volato fuori in strada, aveva affrontato furibondo la folla, aveva agguantato Khalid, il caporione Khalid, che gongolando gridava: Oggi italiani fuck, anche tu fuck/ gli aveva piazzato un destro incredibile sul muso, e poi, per fortuna, era arrivato il tenente scozzese che voleva fucilare Khalid, e allora lu, padre
Mos, aveva dovuto interporsi e salvare Khalid. E cos tutti a dire Ambessa, Ambessa, padre
Ambessa, padre Leone, ma lui si sentiva solo stanco, e triste. E poi aveva dovuto continuare a darsi da fare per gli italiani, non solo per i profughi da lontano, ma per i suoi parrocchiani, che gli inglesi cercavano di eliminare in tutti i modi.
Era passata solo una settimana: il 13 novembre gli inglesi avevano fatto una gran retata anche ad Add Qual.
Lui ne aveva saputo qualcosa gi qualche ora prima, era riuscito a convincere alcuni a scappare, Battaglia, Marchetti, l'infermiere, un altro paio. Gli altri no, non avevano voluto ascoltarlo e poi, in effetti, dove potevano mai scappare... Cos ad Add Qual ne vennero presi ventitr.
Pochi giorni dopo, nella sua parrocchia, era arrivato padre Eusebio da Garbagnate e lui era
stato trasferito all'Asmara, nel nuovo quartiere di Ghezzabanda, anche quello, ormai, vuoto di italiani(311).
Chi erano quelle centinaia e centinaia di italiani a bordo del Nova Scotia? Prigionieri militari, o internati civili, o entrambi?  importante chiarirlo, perch, mentre per i prigionieri militari esisteva gi una normativa internazionale riguardante il trasporto e il trattamento, i civili si trovavano in un limbo giuridico per cui non avevano n status, n diritti.
Gli italiani del Corno d'Africa venivano da mesi catturati e internati; non stiamo parlando di militari, ma dei tanti civili che erano andati a cercare il famoso posto al sole, e talvolta l'avevano pure trovato: erano loro che costituivano l'ossatura amministrativa, culturale, economica della regione, soprattutto poi in Eritrea, la colonia primogenita, dove avevano cominciato a insediarsi gi dal 1870, praticamente appena si era formato il nuovo Stato italiano. C'erano da settant'anni a dire molto, ch, a confronto di certe colonie bisecolari degli altri, facevano ridere, eppure come ci mettevano piede, tac, mistero, non se ne volevano pi scollare.
Da Massaua partivano navi stracolme di migliaia di prigionieri, anzi, internati, bisogna chiamarli internati, ch la diplomazia ha le sue regole linguistiche: occorre ricordarlo, i prigionieri di guerra erano i militari, e bisognava trattarli da prigionieri, secondo le norme del Trattato dell'Aja del 1907, ma i civili li si chiamava internati e li si trattava come si voleva, perch all'epoca nessuna convenzione internazionale si occupava di loro. Bisognava svuotare l'Eritrea, e sbrigarsi: comunque andasse la guerra, avrebbe avuto un dopoguerra, e meno italiani si fossero trovati l in quel momento, meno l'Italia avrebbe potuto accampar diritti e primogeniture. In effetti, chiss perch, quegli italiani consideravano spesso con affetto quelle sassaie e quei cumuli di pietrisco e terraccia, come fossero un figlio da allevare a suon di coccole e scapaccioni. Si sentivano importanti l in Eritrea, e quindi disposti ad alternare supponenza e affetto, gran faticate sulla terraccia sassosa e arroganti atteggiamenti.
Bisognava quindi mandar lontano tutti quegli italiani che avevano la supponenza e la speranza di restare l. Si poteva cominciare a caso, da un cinema, una strada, un condominio: si circondava, si bloccava chi c'era. In Eritrea, intorno al 1941, erano circa 41.000 i civili italiani presenti, di cui
11.000 donne(312). Fanno circa 30.000 maschi, e togliamo ragazzi e bambini, diciamo, minimo, uno per donna, anche se era un'epoca di famiglie numerose: vogliamo andare a 15-20.000 rimasti? Li si metteva in galera, pardon, in campo di internamento. Poi, con calma, li si poteva allontanare;
caricandoli su navi a circa 800-1000 per volta si poteva fare abbastanza presto: l'Africa  grande e, grazie a Dio, l intorno le colonie inglesi per smistarli non mancavano. Bastava prendere i maschi validi, tanto donne e bambini non contavano granch, e oltretutto si evitava cos la possibile reprimenda di organismi internazionali, come magari la Croce Rossa, e soprattutto i noiosissimi scandali interni.
C'erano, a bordo del Nova Scotia, prigionieri militari? Il Capital News, supplemento del quotidiano Daily News del 5 febbraio 1981, di Pietermaritzburg, in Sudafrica,
riporta per esteso la testimonianza di un certo Saverio Fonzetti (o Fonzettie, come viene ripetutamente citato, ma questa forma del cognome  alquanto improbabile), sopravvissuto al naufragio, curato, in febbraio, presso l'Ospedale per prigionieri di guerra di Pietermaritzburg, che si dichiara sergente maggiore della Marina italiana. Saverio Fonzetti, secondo l'articolo, rilasci tale dichiarazione il 7 febbraio 1942 dall'Ospedale per prigionieri di guerra di Pietermaritzburg, dove si trovava ricoverato. Ma la testimonianza di Fonzetti, almeno nella versione riportata,  talmente vaga e scorretta, a cominciare dal suo stesso nome, da lasciare forti dubbi sulla sua validit: ci sono tali e tante pacchiane trascuratezze (basti dire che la data dell'affondamento viene anticipata addirittura di un anno, che il sommergibile tedesco sarebbe stato l'U-117, e che secondo Fonzetti il siluramento sarebbe avvenuto il mattino del 1 dicembre) da gettare molti dubbi sull'intera storia. I dubbi, a questo punto, riguardano ovviamente anche la presenza sul Nova Scotia di un sergente maggiore della Regia Marina.
Lino Pellegrini, sul Reduce d'Africa dell'aprile-maggio del 2005, conferma la presenza a bordo di militari, scrivendo: Le nostre navi da guerra che il conflitto aveva bloccato in Eritrea si erano tutte autoaffondate(313): salvi, invece, gli equipaggi. Donde, appunto la prigionia. Nettuno Marini faceva parte di uno di quegli equipaggi. Nettuno Marini, dice Pellegrini,  lo pseudonimo di un superstite del Nova Scotia che il giornalista avrebbe incontrato dopo molti anni; ma lo stesso uso di uno pseudonimo fa pensare che possa trattarsi di un espediente narrativo del giornalista.
Inoltre,  accertata la presenza sulla nave del tenente Adolfo Giannino Van Axel Castelli che, fatto prigioniero a Gondar, venne imbarcato sul Nova Scotia, ma sotto il falso nome di Giovanni
Favero (nome col quale  ricordato anche nell'elenco delle vittime riportato nella cappella di Add
Qual) e senza alcun grado militare. Il falso nome non era un'eccezione; l'abbiamo gi visto per l'Arandora Star, e si ripete in vari casi anche sul Nova Scotia(314).
La presenza di militari tra i prigionieri italiani  sempre stata messa fortemente in dubbio, anzi, generalmente negata dalle poche fonti scritte primarie - si tratta di ricordi di sopravvissuti -, e anche dalle testimonianze orali che io stessa ho raccolto.
Risulta, tra i deceduti, un Antonio Broccolo, guardia della PAI (Polizia dell'Africa italiana) catturato in Etiopia.  probabile che, nella fretta di allontanare gli italiani dal Corno d'Africa, si utilizzasse ovviamente lo stesso trasporto per internati e prigionieri.
Non ho trovato riscontri a quanto ha dichiarato Lorenzo della Martina, consigliere del Consiglio Generale degli italiani all'estero, il 17 marzo 2003, quando, in occasione dell'annuale commemorazione presso il cimitero militare di Hillary, presso Durban (Sudafrica), ha sostenuto che dei prigionieri italiani [...] la maggior parte proveniva dagli equipaggi di navi che la guerra aveva bloccato in Eritrea, come la Tevere, la Colombo, la Mazzini(315). Non  questione da poco sapere se in quell'occasione la maggior parte degli italiani a bordo fosse composta da gente pratica di mare e di guerra, o piuttosto da funzionari, impiegati, commercianti, meccanici.
Tale notizia ha probabilmente origine da un articolo sulla tragedia del Nova
Scotia di Carlo
Dominione, apparso sulla Domenica del Corriere il 28 novembre 1962, poi ripubblicato su Mai
Tacl nel luglio-agosto 1982, in cui si citano queste tre navi, dicendo che furono autoaffondate prima dell'occupazione (affermazione inesatta per la Mazzini, corretta, invece, per la Colombo).  da escludere che il nome Colombo sia da riferire al nostro splendido veliero nave scuola, quello che venne poi consegnato alla Marina sovietica per disposizione del trattato di pace, e che prese il nome di Donaj (Danubio), restando in servizio fino al 1963. Si tratta invece, evidentemente, della ex San Gennaro(316), che era stata la maggiore unit della Marina passeggeri italiana nei primi decenni del Novecento; fu poi trasformata nel 1920, ricevendo il nome di Colombo. Nel giugno del
1940 rimase bloccata all'ancora nella baia di Archico, presso Massaua, e nell'aprile del 1941 si autoaffond, insieme ad altri sei piroscafi, per un estremo tentativo di impedire agli inglesi l'accesso
alla banchina petrolifera. Venne poi recuperata e demolita dagli inglesi. Comunque, sottolineo, era una nave civile.
Quanto alla Giuseppe Mazzini(317), venne affondata da un bombardamento aereo il 2 aprile 1941 presso le isole Dhalak; risulta anch'essa un mercantile.
Di maggiore difficolt  l'identificazione della Tevere. Esisteva una nave ospedale Tevere, che fu per semiaffondata davanti al porto di Tripoli(318); quindi,  improbabile che l'equipaggio di tale nave si trovasse in Eritrea nell'autunno del 1942.
Nessuna delle tre risulta comunque nel meticoloso repertorio di Gino Galoppini, Guida alle navi
d'Italia dal 1861 a oggi(319), che nomina ciascuna delle 2904 navi che hanno fatto parte della Marina
militare italiana in 120 anni.  quindi da escludere che si trattasse di navi militari. Tuttavia, gli equipaggi di queste navi, almeno in parte, furono poi, logicamente, incorporati nei ranghi militari in
Eritrea; lo dimostra un documento inviato il 1 dicembre 1949 dal ministero della Difesa, Ufficio
Ricerche dispersi Stato civile, al ministero dell'Africa italiana, in cui si cercano notizie di Domenico
Macr, da Pizzo Calabro, deceduto, ex marittimo civile a bordo del piroscafo Colombo, poi passato all'Esercito(320).
Il comandante dell'U-177, Robert Gysae, afferm nel diario di bordo di aver recuperato due marinai della Marina mercantile italiana, ma non ne d ulteriori dati. Forse, il fatto stesso di essere pratici di mare li aveva favoriti quanto a possibilit di salvarsi. Ma i sopravvissuti di cui ho raccolto o trovato testimonianze erano civili che col mare non avevano mai avuto a che fare.
Lo chiamavano tutti Mislaki, quel greco arrogante che ora girava per Asmara con l'aria del vincitore; era uno dei tanti greci, armeni, siriaci, levantini che, in qualche modo, la sorte aveva spinto fin lass, su quell'altopiano verso l'Equatore, e che ora si dava arie da vincitore nei confronti di quegli italiani che negli anni passati l'avevano sempre snobbato e gli avevano rifilato gli incarichi pi umili. Neanche i vincitori veri, a dirla tutta, si erano azzardati pi di tanto a dargli fiducia, e lo avevano tuttavia considerato abbastanza incattivito e malmesso da affidargli il compito di carceriere a forte Baldissera, dove venivano portati quelli delle retate.
I coniugi De Domenico, appena vennero a sapere cos'era successo, si precipitarono al Comando della polizia inglese: Giovanni De Domenico, s, ce n'erano due catturati, s, stessa et, 17 anni, stesso nome, cugini tra loro. Presi alle 9 di mattina, col solito sistema: si bloccava una strada, si circondava un palazzo, chi c'era c'era. Niente da fare al Comando, anche se il padre si affannava a spiegare che quei due ragazzi non avevano fatto niente di male e la madre, singhiozzando di dolore e di rabbia, si tratteneva a stento dal dire ci che pensava su quei rastrellamenti a casaccio, che sembravano fatti solo per creare panico nella colonia italiana, ma senza neanche uno scopo preciso: tanto, dove avrebbero potuto scappare, gli italiani d'Eritrea, circondati da territori inglesi?
Provarono direttamente alle carceri; Mislaki li guard, sogghign: Gi, vostro figlio  qui e aggiunse, con una battuta che sembrava presa da una tragedia di Eschilo, e che in famiglia avrebbero sempre ricordato: Domani sar segnata la sua sorte, poi alz le spalle e se ne and. Ma
i De Domenico non erano tipi da arrendersi; avevano impiantato una delle pi affermate sartorie di
Asmara, La Modernissima, proprio di fronte alla cattedrale; conoscevano tanta gente, la smossero tutta. Arrivarono a un tale Antonio Resi, che era riuscito a diventare in qualche modo autista del comandante della polizia militare inglese, il quale a sua volta si diede da fare. Solo uno dei due, Giovanni De Domenico, si salv; la porta della sua cella si apr, pass davanti a Mislaki: ne avrebbe ricordato per sempre la faccia. Lui torn alla sartoria; suo cugino fu portato quel giorno stesso a Massaua, per l'imbarco(321).
La moglie era incinta, un po' stanca, perci al mattino usc lui per andare a prendere il latte, mentre lei riposava; entr in uno dei tanti bar di corso del Re, uno di quelli con la macchina Gaggia, il bancone di radica e vetro, gli specchi alle spalle dei camerieri. Prese la bottiglia, mentre pagava alz lo sguardo e li vide negli specchi: soldati sudanesi, neri grandi e urlanti, con quei buffi elmetti a padella. Li presero tutti, quelli che ancora si illudevano di poter prendere il caff al bar, come fossero in una tranquilla cittadina italiana degli anni Trenta e non in un paese conquistato dalla guerra mondiale. Rimasero solo i camerieri eritrei, ad accalcarsi terrorizzati sulla soglia, a guardare il branco che si allontanava lungo il viale di palme, con quelle poche donne piangenti e urlanti che inutilmente li seguivano, incespicando disperate sulle alte zeppe di sughero, i cappellini storti(322).
Alessandro e Giuseppe Motta erano fratelli. Si erano piazzati come si deve a Decamer: venivano da Bologna e, soprattutto a quell'epoca, gli emiliani avevano nel sangue motori, cinghie di trasmissione e dinamo. Avevano impiantato una ditta di autotrasporti che funzionava bene, in un paese dove stavano espandendosi ricchezza, commercio, imprenditoria, consumo. La guerra del 1935-1936 aveva diffuso camion e autocarri quasi ovunque nel Corno d'Africa, con tutto quel po' po' di roba che c'era da trasportare, e i fratelli Motta avevano trovato un loro spazio nel settore. La loro ditta, lungo la via Imperiale di Decamer, la Torino dell'Eritrea, se la cavava bene. Poi, con l'arrivo degli inglesi, chiaramente le faccende cambiarono: catturati anche loro, e messi ad allevare galline e conigli in campo di prigionia. Non era poi male, non fosse stato che Alessandro pensava troppo spesso al figlio, che aveva pochi mesi, e l'ultima volta che lo aveva visto era tutto tenerello e imbambolato. Quando scrisse quella lettera a Rina mica lo sapeva che poi lui e suo fratello Giuseppe sarebbero stati portati a Massaua per essere imbarcati, e se ne stava l ad aspettare che la faccenda in qualche modo finisse, mentre lui zappettava la lattuga nell'orto del campo:
[...] Sto benissimo e godo ottima salute, come pure Pippo e Mansueto e Corrado. Ricevo spesso tue notizie e sono molto contento, la nostra attivit  orticultura e allevamento di conigli, galline, eccetera. Quindi st pure tranquilla. Come sta il mio piccolo e indimenticabile Gianni? In una tua
lettera me lo descrivi tanto carino e gi alto un metro. Beata te che puoi goderti tanta gioia e tanto affetto da cos vicino, porgigli tanti bacioni affettuosi, bacioni e abbracci dal suo paparino che non
lo dimentica mai... E tu mia cara Rina?? Il tuo Sandro ti ha sempre presente e attende con ansia
infinita di poterti abbracciare e non abbandonarti mai pi.  con immensa fiducia che attendiamo il giorno del ritorno e voglio augurarmi avvenga presto [...].
Insomma, niente di particolare, la solita lettera passabile alla censura del campo, qui tutti bene, ce la passiamo bene, e cos speriamo di voi, bacioni. Solo che la lettera arriv in via Giuseppe
Guidicini 8, a Bologna, il 2 febbraio 1943, quando Alessandro e Giuseppe Motta erano morti entrambi da mesi.
Per anni i familiari restarono attaccati a una qualche speranza, finch non arriv al padre dei due fratelli un'altra lettera. Era stata spedita il 13 giugno 1946 da un corregionale, Giuseppe Lombardi, che era nato nel reggiano, a Castelnuovo Sotto, vicino a Reggio Emilia, ma gi da tanti anni si era trasferito a Parma. Cosa scrivi a un padre che ha perso due figli in un colpo solo? Non puoi fare altro che dire cose cos, le solite cose:
[...] non credo sia il caso di nasconderle purtroppo dolorosamente la triste verit.
 verissimo, tanto Pippo come Sandro erano con me sul Nova Scotia. Disgraziatamente per nessuno dei due fratelli riusc a salvarsi. Il Pippo mor subito nell'affondamento stesso, mentre il povero Sandro stette con me in acqua per circa due notti e due giorni, lo aiutai molto, lo incoraggiai per tenerlo su col cuore, poich ormai eravamo rimasti solo io lui e un terzo che mor subito dopo Sandro. [...] Il cuore mi dice, Lombardi, che lei si salver, e porti un bacio a mio figlio e gli dica che morendo pensavo sempre a lui. [...] Egr. Sign. Motta, la prego di essere forte e coraggioso come lo sono stati i suoi due figli fino all'ultimo [...](323).
Si chiamava Morozzo Morrozzi, ch a Firenze hanno sempre avuto questa abitudine di coniare il nome dal cognome. Un tipo sempre allegro, una birba che i bambini del vicinato ci andavano matti, lo consideravano un compagno di giochi, anche se era ben pi grande di loro: gli piaceva cantare quelle canzonette che erano in voga, di Rabagliati, del Trio Lescano, del Quartetto Cetra, cos saltellanti e vispe, che sembravan fatte apposta per dare allegria. Intonava, per divertirli, Maramao perch sei morto e Aurora ci ricamava sopra: Maramao  un nome da gatto, da grosso gattone pingue e pigro, e lei si immaginava uno strano gatto che mangia pane e lattuga e beve vino: Pane e vin non ti mancava, la lattuga era nell'orto, un gatto strambo come quello di Alice nel Paese delle Meraviglie. Aurora Rapicavoli, alla fine di novembre del 1942, era sulla Giulio Cesare, una delle Navi bianche, come vennero chiamati quei piroscafi che dovevano trasportare in Italia le donne e i bambini profughi dalla zona della guerra del Corno d'Africa, e per le quali Mussolini aveva chiesto e ottenuto l'immunit dal governo inglese. Quando passarono davanti al Mozambico, nel vedere tutti quei relitti e quei rimasugli che galleggiavano, e vennero a sapere che si trattava dei resti di una nave inglese affondata pochi giorni prima dai loro alleati tedeschi, la gioia fu incontenibile: cos imparavano, quegli inglesi che gli avevan tolto case, mariti, padri, figli, sicurezza e futuro. Poi la verit si seppe e, man mano che la notizia raggiungeva i ponti, le boccacce che i bimbi facevano agli inglesi dell'equipaggio e le grida d'entusiasmo delle donne si trasformarono in smorfie, in singhiozzi. Aurora era piccola, e fece fatica a capacitarsi che il suo amico Morrozzo, quello che strillava: Viveeeere, senza maliinconiiia..., e che qualche settimana prima era stato imbarcato sul Nova Scotia, non ci sarebbe tornato pi, a Firenze(324).
Anche Anna Landi part dall'Eritrea su una nave bianca, la Duilio. In quel momento se ne stava ingrugnata in un angolo, indifferente a tutte le prelibatezze che venivano offerte ai bambini (tutti quelli che erano imbarcati sulla Duilio, o sulla Saturnia, o sulla Vulcano, o sulla Giulio Cesare, ricordano il trattamento principesco con cui vennero accolti a bordo, tanto pi se paragonato alle angherie precedentemente ricevute nei campi di prigionia, e al devastante strappo dai luoghi della loro vita africana). Quel giorno aveva ricevuto a bordo la cresima, e la sua madrina era stata la signora Gritti. I Gritti erano amici di famiglia, da tempo frequentavano i suoi genitori, seguendo quel rituale di incontri, inviti, frequentazioni, pettegolezzi che costituiva la vita sociale un po' annoiata degli italiani di Asmara. Suo padre Augusto, ex sergente dell'aeronautica, poi impiegato nella fabbrica di acque minerali Giommi, era un pezzaccio d'uomo con due spalle cos, che i magri ascari guardavano ammirati dicendogli Tu due uomini!. Quel torace solido e vasto copriva due polmoni da tenore, e infatti Augusto Landi amava cantare, ma lui non era come Morrozzo Morrozzi, lui andava sulle cose serie: brani d'opera, melodie cantate da Beniamino Gigli o Caruso...
Era ingrugnata e coi lucciconi, Anna, quel giorno.
Quando suo padre era stato preso e chiuso nel campo di Decamer, sua madre mica era andata per il sottile. Le relazioni e i pettegolezzi della sonnacchiosa societ di Asmara le permisero di entrare in contatto con una ballerina, diceva la madre arricciando un po' le labbra, che era l'amante di un pezzo grosso inglese. E, grazie all'intervento della ballerina, poterono andare, madre e figlia, a Decamer, fino al reticolato del campo. La sagoma del padre, l oltre la rete, era inconfondibile, a lei sembrava uno di quei giganteschi sicomori che aveva visto lungo il percorso, le
pareva ancora protettiva e rassicurante. Anche Augusto la vide, pur cos magretta, vicino alla mamma, e cominciarono a salutarsi da lontano, finch una guardia, seccata, la respinse col calcio del fucile, sbattendola a terra, magari senza volere essere cos brutale, ma ci voleva poco a tirar gi una bimbetta di 11 anni cos esilina, che non si capiva come mai da un padre cos fosse venuto fuori uno scricciolo del genere.
Anche Augusto part in novembre per il Sudafrica. Quando ad Asmara si seppe del Nova Scotia, e quando un po' alla volta cominciarono ad arrivare gli elenchi dei sopravvissuti, il nome di Augusto Landi non c'era. Cos capirono, o credettero di capire(325).
Poi anche loro due, Anna e la mamma, erano state messe in campo, piantando l tutto in fretta e furia, e Anna si ricorda ancora della rabbia che le era montata dentro lo stomaco quando, all'ingresso, un ufficiale, uno di quelli col frustino come se ne vedono nei film, faceva requisire il poco oro che le signore portavano ancora addosso e i giocattoli che i bambini tenevano stretti.
E anche questa dei giocattoli  una delle solite storie, come per i contenuti delle lettere: non puoi leggere niente sui bambini in guerra, senza trovarci storie di giocattoli piantati l, in cucina, sui divani, all'ingresso dei campi, in strada. Allora forse non  retorica, dev'essere andata proprio cos.
 semplicemente che tutti i bambini ricordano per prima cosa i loro giocattoli, e quindi tutti, da adulti, li rimpiangono.
Anche i Cicero erano ben conosciuti ad Asmara. Imprenditori, agiati, numerosi, anche loro con tanti omonimi, cugini, zii, nonni: solo di Leopoldo Cicero ce n'erano ben sette. Uno dei Leopoldo era andato al cinema Odeon, uno di quegli eleganti e gradevoli edifici degli anni Trenta che
Asmara, a differenza di tante nostre citt, ha conservato intatti fino al giorno d'oggi; finisce lo spettacolo, suona l'inno nazionale inglese, alcuni si alzano, altri restano a chiacchierare con gli amici, a paciugare con la morosa, a guardare per aria con la faccia strafottente dell'Io me ne frego. Poi anche l, d'improvviso, le porte che si aprono alle spalle degli spettatori, la retata, le ragazze e le signore che strillano, gli ordini di Stand up!, Move on!, l'affollarsi stretto lungo le file di poltroncine, le mani che si serrano. Non serv, ai Cicero, essere cos importanti e conosciuti in citt; il capofamiglia si precipit gi, fino a Massaua, per implorare, fin sotto il piroscafo, che lasciassero andare suo nipote Leopoldo; aveva poco pi di vent'anni, accidenti, e se non s'era alzato all'inno era per strafottenza giovanile, o perch era con la morosa, o perch stava chiacchierando con gli amici... ma il Nova Scotia si allontan dalla banchina(326).
Lascia ora che ti stringa a me con tutta la forza del mio amore, e che ti tenga in un covaccino lungo, lungo, lungo.327 Era una delle ultime lettere di Giovanni a Pia.
Covaccino  un termine che possono inventarsi solo le nonne. O gli amanti.
Si erano conosciuti all'ombra delle Due Torri, Pia Maria Pezzoli e Giovanni Ellero.
Lei, bolognese, non si era limitata a essersi laureata in Legge, ma, bench donna, aveva deciso di usare la sua laurea ed era diventata una delle poche procuratrici legali degli anni Trenta; veramente, avrebbe voluto addirittura fare il medico ma, secondo il padre, questo, insomma, per una donna
sarebbe stato un'esagerazione. Era di buon ceto sociale, per cui, anche se i beni della famiglia avevano risentito della crisi economica del 1929, era ben inserita nella societ felsinea: all'epoca, nella colta Bologna, era importante aver frequentato il liceo Galvani e via Zamboni, e avere un nonno conoscente di Carducci e D'Annunzio, anche se la madre ora gestiva una sartoria, bench raffinata, e il padre, ex imprenditore, era diventato un semplice agente nel ramo della canapa.
Giovanni, friulano, anche lui proveniente da famiglia di ottime referenze culturali, soprattutto nel campo legale, si era laureato in Procedura Civile; si conobbero perci tra tomi di Diritto. La figurina sottile e gli occhi ironici di lei e l'aria pensosa, nonch la barbetta a pizzo di lui, non facevano notare che Pia aveva cinque anni di pi. Lei era una sportiva, e anche la scelta dei suoi sport la diceva lunga: tennis, equitazione, scherma, arrampicate sulle Alpi. Esperienze che certo le servirono poi. Si sposarono a maggio del 1936.
Giovanni vinse il concorso come funzionario in colonia, e nell'agosto del 1936 partirono tutti e due, anche se non erano tante le mogli che decidevano di seguire il marito nell'avventura coloniale, che veniva vista come una tappa provvisoria, utile alla carriera, un'occasione per arricchire il proprio curriculum in vista di ulteriori sbocchi nella diplomazia o nell'amministrazione statale. Di norma, si partiva, si faceva un po' di esperienza, si imparava a trattare colleghi e indigeni, si tornava a casa e si vinceva un ulteriore pi gratificante concorso in un posto pi comodo.
E forse, anche quei due partirono con queste intenzioni: invece, nel mal d'Africa ci cascarono anche loro, e la vita in Eritrea li coinvolse e li trascin.
Lei era troppo intelligente e ironica per lasciarsi intrappolare dalle consuetudini vagamente puerili della cerimonialit esoticocoloniale. Gi al rito del passaggio del Canale di Suez  un po' annoiata dagli infantilismi della solita commedia di Nettuno con gran barba, ballo, champagne e sciocchezze simili(328). Ma non era certo costituita da balli e champagne la vita dei funzionari italiani in colonia, anzi. Si pensa magari, erroneamente, agli addetti amministrativi italiani nelle colonie come a un branco di gaudenti, di null'altro preoccupati che di fare carriera, godendo di privilegi e di sottomissione indigena, in ambienti, se non proprio sontuosi, quantomeno esoticamente raffinati. La realt era un campare affaticato e spesso squallido(329).
Accettano entrambi, senza troppi problemi, la vita in baracca, il mobilio sostituito da cassette e sgabelli, la polvere onnipresente, gli insetti voraci, le cucine lerce, le condizioni igieniche decisamente precarie, a cui Pia cerca di provvedere personalmente, sgurando, -lo scrive proprio cos, all'emiliana - con stracci, petrolio e acqua, e l'incertezza sulla destinazione, dato che i funzionari venivano spostati qua e l da un momento all'altro; anzi, lei in particolare ci si diverte da matti, non le interessa granch una casa in muratura, preferisce vedere dei posti nuovi e dei visi nuovi... Finch siamo giovani  meglio che vediamo un po' di mondo!(330).
Intanto, Giovanni anzi Gion, come lo chiama lei, in quanto commissario regionale, si occupa di licenze per aperture di spacci, questioni locali di indigeni, assunzione di manodopera bianca e nera. Sempre con pochi soldi. La residenza  senza soldi(331).
Macall, Addi Caih, Arfali, Om Ager, Addi Ugri, Adigrat, End Sellassi, Ad Remz...
Ci vogliono mesi per avere l'occasione, saltuariamente, di scambiare parole con una signora italiana, ma Pia preferisce magari chiacchierare con Ali Bey, settant'anni, quattordici figli, tre mogli e la quarta in arrivo, il quale le ricorda suo padre, forse per via del sorriso smagliante e della barbetta, ma che, decorosamente, non la va mai a trovare da solo, perch sarebbe sconveniente per lei. Mangiano quel che capita, generalmente il cibo locale, perch Pia saggiamente osserva che se gli indigeni mangiano cos, una ragione ci deve pur essere. Ci sentiamo ormai molto africani e subito giustamente si corregge o africanizzati che dir si
voglia.(332). Mesi e mesi a godersi gli urlii dei mercati e delle iene, i tramonti e i cieli notturni, gli assalti delle cavallette, delle termiti, dei bambini, i cenci e le fute e gli sciamma, i sassi e la polvere, le lunghe camminate durante le quali la resistenza fisica della sportiva Pia suscita l'approvazione degli indigeni, il capretto arrosto, la burgutta spaccadenti, i litri di dai, che l fanno dolce come il paradiso e nero come l'inferno, le puzze e gli odori e i profumi di un'umanit e di una natura che li travolge.
Quando rientrano ad Asmara, si sentono quasi spaesati:
In questa stranissima citt, che innalza grattacieli in 18 accanto a casette larghe e basse da paesetto di campagna, ci si sente completamente spaesati - non  Europa e Occidente, non  Oriente, non  la brousse alla quale ormai ci siamo abituati e affezionati -anche la luce  strana: il mattino pare tramonto, il tramonto alba(333).
 una delle pi condivisibili descrizioni di Asmara che io abbia mai letto. Non a caso l'ha scritta Giovanni, che dei due  probabilmente il pi poeta, il pi idealista, il pi astratto.  lui che scrive:
Tanto Pia che io non riusciamo pi a ingranarci in un ambiente pervaso da quella socialit artefatta che costituisce la caratteristica dell'arricchita borghesia coloniale. E se in avvenire saremo costretti a vivere qualche tempo nei capoluoghi di governatorato, ci vorr davvero una buona dose di pazienza e un controllo costante dei freni inibitori.334
Per poi rivendicare orgogliosamente, ancora due anni dopo, sia il proprio patriottismo, sia la propria insofferenza verso la maggior parte dei colleghi:
Ma anche se il paese non e certo bello e se non mancano disagi e preoccupazioni, fa sempre piacere essere utili al proprio paese: forse siamo i soli in tutto l'impero ad avere di queste idee, perch non si cerca in genere altro che il proprio comodo e mettere via danaro da andare a godere
a casa(335).
Non sopportano i pettegolezzi degli italiani di Asmara, le loro continue lamentele per l'inettitudine dei servi indigeni, con i quali invece loro due sembrano andare d'accordo; si considerano, fin troppo intellettualisticamente, superiori a tali puerilit. Cercano di stare il pi possibile lontani dai bianchi e vivere delle proprie emozioni e dei propri affetti; Pia, con un certo snobismo e senz'altro con molto autocompiacimento, non esita a definire le altre signore italiane stupide, poverette, quintessenza della stupidit muliebre. Si sentono africani della brousse, ma godono ad ascoltare alla radio, quando ci riescono, Wagner, Bach,
Grieg; snobbano i libri della Biblioteca azzurra che la Snia Viscosa manda in omaggio ai commissariati e residenze delle colonie, ma si fanno spedire Gide, Cline, Mauriac, Maugham, e i profili verdi della collezione Medusa della Mondadori cominciano a seguirli nei loro spostamenti. Fanno di tutto per mantenere elasticit intellettuale e distacco logico.
E anche se le informazioni che abbiamo sulla loro vita in colonia provengono dalle loro stesse lettere, quindi ci pu obiettivamente essere un fumus suspicionis sulla correttezza continua dei loro comportamenti e sulle descrizioni dei loro atteggiamenti, qualsiasi tara si possa eventualmente porre, non si pu evitare di riconoscere la loro autonomia di giudizio e la loro sincera ammirazione e stima per i popoli con cui sono venuti a contatto.
Lei osserva, con sguardo divertito, lo stupore dei locali davanti alla vasca da bagno che finalmente completa una delle loro sedi, il timore generale per il diavolo, che viene accusato di qualsiasi piccolo incidente domestico, dall'arrosto bruciato alla lampada che non si accende, la tranquilla partecipazione delle sharmutte a cerimonie e feste (Una particolare categoria di donne -molto numerose - che da noi nessuno avvicinerebbe, sono invece considerate all'incirca come le etre dell'antica Grecia.) Lui nutre interessi antropologici e archeologici, raccoglie materiali etnografici, informazioni su genealogie e linee di transumanza, scrive relazioni e memoriali su ci che vede, sulle trib e i popoli che conosce.
Pia bada pi al fattore affettivoemozionale che a quello intellettualefilosofico, e si rende ben conto delle difficolt e dei rischi a cui pu andare incontro, in quelle situazioni, un europeo che non sia aiutato da una famiglia solida:
Guai poi a chi ha un marito, una moglie o dei figli, coi quali viva in disaccordo! E anche non bisogna affezionarsi pi di tanto alle cose, se non a quelle trasportabili con s. [...] Omnia mecum porto, credo debba essere la divisa di ogni persona che voglia non morire di malinconia in terra
d'Africa(336).
Lei, per fortuna, ha comunque il suo Gion, il suo Mossino che, quando si allontana per qualche incarico in una localit ancora pi periferica di quelle dove normalmente vivono, le scrive di volerla prendere tra le braccia e dirle le pi dolci parole, la chiama Mossina e Coccoletta, le chiede di aspettarlo con un monte di coccolezzi, le invia il suo pensiero pi che mai mossinesco. Dopo sei anni di matrimonio, quando parlano tra loro, ancora tubano, e il linguaggio ironico e acuto del loro epistolario si sfalda nelle solite zuccherose espressioni degli innamorati. Fanno in tempo a festeggiare il loro anniversario di matrimonio, nel maggio del 1942. Non pensano certo che sar l'ultima volta.
Lui, gi da qualche tempo, dopo la caduta di Asmara, lavora alle dipendenze degli inglesi che, ovviamente, hanno mantenuto la struttura amministrativa che hanno trovato sul luogo, non potendo certo sostituirla sul momento. Gli vengono anzi affidati incarichi che lo appassionano, come una spedizione tra i pastori Saho nella Dancalia settentrionale, per organizzare il conferimento del loro latte di capra ad alcuni caseifici. Non solo pu cos continuare i suoi studi
sulle genealogie dei Saho, ma addirittura viene accompagnato, come supervisore britannico, dal celebre antropologo Sigfried Nadel(337), di cui lui aveva gi letto alcuni saggi. I due se la intendono bene, chiacchierano di letteratura, musica e filosofia, ovviamente approfittano dell'occasione per aggirarsi tra le rovine di Adli, tentando anche qualche inutile scavo: ci vuol altro che il loro improvvisato zappettare per rintracciare notizie sugli axumiti, sotto quei compatti e profondi strati di pietra. Giovanni, l'intellettuale, sogna per un attimo di campagne sistematiche di scavi, di archeologi e assistenti e sterratori che si aggirino in quel paesaggio dantesco di baratri infernali, di pozzi profondi, di montagne imponenti, di burroni a strapiombo.
E poi la spedizione continua, girano la penisola di Buri, e via lungo l'impervia linea di displuvio tra i due fiumi stagionali Hadds e Comail, che da trent'anni nessuno ha praticato. Chiss come piacerebbe a Pia percorrere quelle giogaie e quelle sassaie, tra burroni da cui precipitano capre e cammelli, ma su cui i Saho costruiscono quasi in bilico le loro instabili, precarie capanne;
ammirare, presso le pozze d'acqua, i voli frenetici dei coloratissimi colibr e le cromie singolari dei veli delle donne Saho, sorprendersi a notare l'anello nasale, simbolo della donna sposata, sulle narici di ragazzine che dimostrano 12 anni.
Sente di doverle una promessa: La prossima carovana le scrive ti porter con me. Ma per ora mi limito a sussurrartelo in un orecchio...(338).
Non ci sar una prossima carovana, per Giovanni e Pia.
Il 2 giugno 1942 Giovanni Ellero viene internato nel campo P. O.W. 401 di Decamer, insieme ai civili. E il prigioniero n. 379210. Lei  l vicino, ad Addi Caih, proprio nel luogo dove avevano iniziato la loro avventura coloniale e dove Gion, qualche mese prima dell'arresto, era stato incaricato della reggenza del commissariato.
Perch questo diverso atteggiamento da parte del governo inglese, che fino a qualche mese prima gli dimostrava fiducia? La risposta la d l'Encomio solenne alla memoria(339): Commissario del governo in territorio coloniale occupato, collaborava con le locali organizzazioni di resistenza, incoraggiando italiani e nativi, occultando sbandati e armi. Dimesso d'autorit dalla carica per delazione, veniva arrestato e internato in quanto civile [...].
Il campo di Decamer comprende centinaia di persone, che vanno e vengono, parecchie conosciute in quanto appartenenti al ceto in vista di Asmara. Molti non sono in buona salute. Ne arrivano e ne partono di continuo, a centinaia. Centinaia di catturati dalle retate, centinaia che vengono allontanati per destinazione sconosciuta, senz'altro qualcuna delle tante colonie inglesi che accerchiano i resti dell'Africa orientale italiana:
Ieri mattina alle 3, come ormai sar risaputo anche fuori, sono partiti alla volta di Massaua oltre
500 persone tra coloro che stavano fissi a Decamer e quelli fatti affluire da Asmara: Legi, il dottor
Marini, Gaddi, la trib dell'Agip, a eccezion fatta del dottor Baldazzi, fra gli altri. Pare che il criterio discriminante sia stato per un gruppo la pericolosit politica, e per un altro tendenze criminali comuni: naturalmente l'imponderabile avr avuto la sua buona parte. Sta il fatto per che anche
molti malati gravi (Gaddi ha un'asma impressionante, il dottor Marini  assai malandato, peggio di lui sta l'ingegner Fiacchi, e chi pi ne ha pi ne metta) sono stati fatti inesorabilmente imbarcare.
[...] La destinazione ignota, a tutt'oggi: chi parla di Port Sudan, [...] chi insiste per il Sudafrica, chi ha tirato fuori la chiacchiera di Assab. [...] Noi rimasti... aspettiamo di partire(340).
 una comunicazione che, anche riconoscendo che si tratta di voci correnti, quindi non proprio affidabili (anche se probabilmente le voci correnti per il campo, in una comunit di poche migliaia di famiglie come era quella degli italiani residenti in colonia, erano pi sicure di qualsiasi relazione ufficiale britannica), ci d un primo criterio di scrematura tra quelli destinati a restare e quelli scelti primariamente per l'allontanamento: via i politici, via i delinquenti. Pi, ovviamente e ironicamente, l'imponderabile: a volte vengono sorprendentemente liberati alcuni soggetti che, fino a qualche tempo prima, erano considerati dagli inglesi pericolosissimi. Chi ci capisce qualcosa  bravo.(341).
Inoltre, il tipo di accoglienza riservata ai malati comincia a introdurre un tema che verr esaminato in altre lettere: il trattamento dei civili. Ricordiamo che Gion, prigioniero, scriveva alla sua Mossina, e che quindi non aveva certo interesse a incrudelire sui particolari, anzi magari cercava di attutire la realt; d'altra parte, Pia era l'unica confidente a cui consegnare i suoi sconforti.
Erano riusciti perfino ad aggirare il controllo e la censura, per mezzo di un collegamento. Si trattava probabilmente di un cosiddetto triangolino, cio di uno di quegli internati che, in cambio di alcuni lavoretti o soprattutto di buoni rapporti con la direzione britannica, avevano la possibilit di qualche libera uscita e che riusciva a consegnare le missive a un autista dell'autolinea(342). Il carteggio conserva fogli e biglietti accuratamente ripiegati pi e pi volte, fino a renderli facilmente occultabili. Ellero scrive fitto fitto, senza quasi mai ripensamenti o correzioni, con grafia minuta, per sfruttare al massimo quelle paginette di taccuino, o quelle veline sottili.
 grazie a questa corrispondenza clandestina che abbiamo notizie sulla situazione del campo di
Decamer, e sul trattamento degli internati che, talvolta, l'avvocato Giovanni Ellero considera con piglio professionale, analizzandone la mancanza di legislazione in proposito(343). Si dormiva su letti addirittura a quattro piazze, che ovviamente obbligavano a promiscuit inusitate; acqua limitatissima, rancio insufficiente, scarpe fabbricate con suole di fortuna, abiti cenciosi, nonostante gli sforzi per rammendarli e lavarli(344). Ellero, che certo, per quanto riguarda le mancanze materiali, non  un piagnone, anzi lancia frecciatine contro i piagnucolosi e gli svenevoli, anche nella sua ultima lettera(345) definisce il trattamento ricevuto dagli internati di gran lunga inferiore al livello minimo della dignit umana.
Naturalmente, l'amministrazione inglese si preoccupava di tenere in qualche maniera impegnati gli uomini; con disciplinata e militaresca ostinazione, era evidentemente stabilito dai regolamenti che non importava il lavoro, purch si lavorasse. Abbiamo visto che alcuni fortunati, come
Alessandro Motta, si occupavano di allevare galline e conigli. Altri invece, come Giovanni, erano
pi inutilmente adibiti a districare o arrotolare per ore alcune decine di metri di reticolato, oppure a raccogliere nei dintorni vecchie lattine di sardine e conserve (ammirevole spirito ecologico) o a ripulire fossi.
Che il campo comprendesse anche criminali comuni,  ovvio, dato che tutti gli italiani venivano internati, indipendentemente da classe, cultura, precedenti o moralit, ed Ellero non lo nasconde certo. Ed  quindi credibile, in parte, la voce che correva ingigantita, come abbiamo visto, tra i sudafricani di guardia sul Nova Scotia, cio che gli imbarcati comprendessero, come dice Nat Herman, i peggiori tipacci e criminali che mai avessero lasciato il loro paese, anche se ovviamente si tratta di un'astrusa esagerazione, e l'avvocato Herman se ne rendeva ben conto.
Certo,  indubbio che il campo comprendesse, come dice Ellero, anche spie e delatori, delinquenti comuni, girella, spie, persone in malafede.
Lui, invece, sembra approfittare della situazione di internato per mettersi alla prova, per saggiare la sua rettitudine morale. Non  pi il reggente, o commissario, o funzionario:  l'internato 379210.
Almeno con la sua Mossina, non se ne rammarica, anzi, dichiara di provare l'ebbrezza dell'umilt, una sorta di disintossicazione francescana dai rapporti formali. Tant' che, quando un cortese capitano, simpaticissimo, che non si limita semplicemente a parlare italiano, ma addirittura riesce a intendersi in pi di una decina di dialetti e vernacoli vari, gli chiede gentilmente se per caso abbia voglia di lasciare quell'assurda situazione, totalmente impropria per una persona della sua levatura sociale e professionale, e andare a collaborare con gli americani, per un'attivit tranquilla, pulita, professionale, teorica, chess, qualcosa tipo conforto e ausilio agli altri internati... lui ringrazia cortesemente e rifiuta.  una faccenda di dirittura morale: E per questo le ragioni sono d'indole diversa, il desiderio di rimanere inter pares, quello di dare... l'esempio (i puntini di sospensione sono suoi, e dicono qualcosa sul suo riserbo a porsi come campione di incorruttibilit), ancora il benessere fisico che mi viene dal movimento e dalla fatica, e altro ancora(346).
Non accetta condizioni. Da tempo circolano al campo voci sullo spostamento dei prigionieri qua e l, in altri campi all'interno dell'Eritrea, o anche in Sudan, o in Rhodesia, o in Sudafrica...
L'allontanamento dall'Eritrea, dove potrebbe mantenere una qualche forma di contatto clandestino con Pia,  per lui un incubo, e chiede alla moglie, se pu, di agire in suo favore, ma solo per stornare una eventuale partenza dall'Eritrea, non altro. Non potrei aderire a nessuna richiesta di libert vigilata, semivigilata a forme analoghe, che richiedono impegni scritti a me ben noti nella forma e assolutamente inaccettabili nella sostanza(347).
Anche Pia fa la sua parte, sostenendo con fermezza e dignit la sua condizione. Da una lettera(348), si capisce che un inglese ha espresso un giudizio positivo sulla moglie, per il suo comportamento dopo l'arresto di Giovanni: lui ne  fiero, e se ne esce con un'altra espressione che sembra una citazione da un classico latino: [...] ho sempre pensato che dal nemico non si pu avere n amicizia n simpatia n disinteresse, e che quindi se ne pu sperare al massimo il rispetto; e in un frettoloso, minuscolo bigliettino, uno degli ultimi che riuscir a inviare, invita Pia a rileggersi Proverbi, 31, 29.
Andiamo a rileggercelo anche noi: il 31  l'elogio della donna ideale, e al versetto 29 il marito esclama: Molte figlie hanno compiuto prodezze, ma tu le hai superate tutte quante!.
E c'entra probabilmente il patriottismo, ma non quello con la p minuscola, molto minuscola, come dice lui, sempre kantiano e distaccato, quel patriottismo spicciolo che spinge gli internati a festeggiare incongruamente e assurdamente il compleanno di Roma con cori ed entusiasmi fuori luogo. Giovanni Ellero trova nella sua cultura vera e profonda, nella sua lucidit di sguardo, e nel suo scetticismo, la capacit di analizzare ci che succede in quel marasma: A cose finite voglio proprio divertirmi a fare uno studio comparato della figura giuridica dell'internato civile! Per quanto riguarda questa sede, l'internato civile non ha addirittura una figura giuridica. L'arbitrio pi assoluto e una noncuranza incredibile regolano tutti gli atti della vita cotidiana. Tanto per cambiare i connazionali preposti all'organizzazione interna del campo - la responsabilit... la paura di perdere il posto... il temperamento pieghevole... e peggio - agevolano il sistema, e chi ci rimette  la povera gente. Ho raccolto una casistica davvero edificante. Dico ci da osservatore assolutamente obiettivo e senza la minima ombra di rancore... Ciononostante il mio morale  pi elevato che mai. Ho sempre pensato che le umiliazioni, in circostanze del genere di quelle in cui noi viviamo, non toccano chi le subisce ma si ritorcono su chi le ordina e le tollera.
Seneca (e il disincantato Ellero, che qualche mese prima ad Aduli chiacchierava di humanitates con Nadel, lo conosceva bene...) non avrebbe potuto scrivere l'ultima frase con pi concisione e pacatezza.
Anche se verso l'autunno l'amministrazione inglese comincia a porsi il problema di differenziare la situazione dei civili da quella dei militari(349), tuttavia nella stessa lettera si fa notare come la severit nei riguardi dell'isolamento non accenna a diminuire, tant' che non si poteva ricevere nessun pacco con viveri o libri, e neanche mandare fuori dal campo la biancheria sporca; regime, in altre parole, di gran lunga peggiore di quello carcerario, anche della stessa Eritrea.
Fu molto probabilmente in quei giorni che Anna Landi, bimbetta, riusc a intravedere da lontano suo padre Augusto nel campo di Decamer(350). E fu forse un sikh, quel soldato che lei ricorda come enorme e barbuto, quello che, forse senza neanche volerlo, la sbatt a terra respingendola. Mentre il gentile capitano, che parlava italiano e pi di dieci dialetti e vernacoli vari, si intratteneva con gli ospiti di Decamer per chiedere collaborazione, le sentinelle indiane che ci accompagnano al lavoro hanno cambiato il loro atteggiamento, sostituendo alla tolleranza una durezza che in certi casi tocca la violenza(351).
Alla fine di ottobre, il campo di Decamer quasi si svuota. Evidentemente, Radio prigionia funziona bene, e, anche se nessuno lo deve sapere, tutti sanno dove sono destinati: l'ultimo imbarco di 850 persone, quello di fine ottobre,  per la Rhodesia. L'intransigente Giovanni  un po' irritato dalle sceneggiate imbastite dagli internati che vengono allontanati: le trova poco dignitose. Non
capisce perch stavolta mi hanno evitato l'evacuazione. Che la sua ex carica di alto funzionario lo faccia trattare in qualche modo particolare? Se lo chiede e lo chiede alla sua Mossettina bella.
Negli ultimi giorni di ottobre, a Decamer, sono rimasti in pochi: circa quattrocento persone, delle quali un centinaio tra militari e personale sanitario; il resto civili. Ma gi si parla della prossima partenza: Pare che 120-150 civili dovrebbero uscire prossimamente, perch destinati a lavorare qui o l. Il controllo di polizia sui pochi rimasti  pi stringente, i giorni gocciolano uno dopo l'altro, Giovanni vede i suoi capelli che sorprendentemente diventano sempre pi bianchi, cerca di distrarsi leggendo un testo di fisica che chiss come  capitato laggi: Dalle stelle agli atomi di Karl Stormer, un norvegese che certo non avrebbe mai potuto immaginare che il suo libro avrebbe recato conforto a un colto italiano in un campo di internamento di Decamer, nel bel mezzo dell'Africa. Beato lui, Stormer...
 sempre pi astratto, sempre pi innamorato. Al ricordo di Pia si abbranca, perch quelli come lui, ormai troppo lontani dal ritmo della vita per farsene coinvolgere, avrebbero bisogno di avere accanto persone vitali, persone che afferrano stracci e benzina per pulire cucine lerce. Le sue ultime lettere, soprattutto alla luce di quel che successe poi, sono strazianti, ma sono lettere che qualsiasi innamorata sogna di ricevere dopo qualche incontro; non potrebbe neanche sperare di ricevere dichiarazioni simili dopo anni e anni di matrimonio, come  successo a Pia:
Ti sento sempre forte e serena, nonostante le privazioni imposte dalla lontananza, e che - mi verrebbe voglia di gridarlo forte ai piagnucolosi e agli svenevoli -, per noi hanno un significato ben pi importante di quanto non siano privazioni materiali o calcoli di convenienza. Sentimi, sempre, vicino; e unito a te da vincoli non soltanto indissolubili, ma dolcissimi: qualunque prova ci riservi l'immediato avvenire, anche quella certamente durissima di una mia sempre possibile evacuazione.
Sai a che pensavo poco fa? A una nostra conversazione del marzo o dell'aprile scorso: tu dicevi che due esseri che si amano devono restare sempre vicini, perch soltanto la comunione di vita pu dare la perfetta comunione degli spiriti; io convenivo con te (come avrei potuto non convenire? Per me la tua vicinanza, la tua compagnia rappresentano per se stesse lo stato della illimitata beatitudine...), ma - ben piantato nella realt - ti ricordavo la guerra, in genere, e in specie l'altra guerra, e le circostanze imposte dalla medesima. Per quanto non ce ne fosse bisogno, per quanto in un certo senso sembrasse impossibile, il nostro amore uscir ingigantito anche da questa vicenda.
Tutti i miei baci, tesoro, tutti i miei baci pi appassionati e pi ardenti si posano sulla tua bocca: chiudi gli occhi, un momento, chiudi gli occhi quando vuoi durante le lunghe giornate, e sogna con me i sogni pi belli. Hai mai pensato come la nostra vita, la nostra vita, dico, di noi due Mossini,  al limite tra il sogno e la realt?(352).
C' da sentirsi imbarazzati a penetrare cos brutalmente nell'intimit dei due coniugi tramite delle carte d'archivio.
Pochi giorni dopo, il 7 novembre, parte l'ultima lunga lettera. Si tratta ancora, ovviamente, di una
missiva clandestina, come dimostrano i suoi contenuti, sia per la passionalit rinnovata sul loro amore, sia perch si fa riferimento alle voci che correvano sulla probabile destinazione (che ufficialmente avrebbe dovuto essere segreta...), nonch al sistema criptato per comunicare il nome della futura residenza in prigionia (cio giocando a sviluppare un acronimo; nel caso che la futura sede fosse stata per esempio Durban, come gi si sussurrava all'interno del campo di Decamer, la frase iniziale della lettera sarebbe stata Dopo un regolare buon andamento del viaggio).
Ci d inoltre informazioni preziose su questa drammatica evacuazione, la cui procedura segu norme diverse dal solito: si ha l'impressione che davvero l'amministrazione britannica si stesse affrettando a svuotare pi che rapidamente i campi di internamento. Ellero infatti, a quel che dice, era inserito in un gruppo che in un primo tempo non era destinato a uscire, e quindi in un certo senso la zavorra di cui occorre una buona volta liberarsi. Inoltre, per completare il numero degli evacuati in modo da riempire la nave, da qualche giorno stavano arrivando decine e decine di persone rastrellate nelle citt e nei villaggi dell'altopiano, Add Qual, Addi Ugri, Asmara. Il che sembra confermare ulteriormente il fatto che gli italiani venivano catturati senza una ragione precisa, ma per completare il numero, che di solito si aggira sul migliaio. Nel caso del Nova
Scotia, furono un po' meno, data la presenza a bordo dei 130 soldati sudafricani gi imbarcati a
Suez. Inoltre, le formalit di partenza furono diverse dal solito: quella di Ellero  l'unica testimonianza a riportare che:
Con procedura assolutamente nuova, ieri siamo stati invitati a riempire l'ennesima scheda con generalit varie, ma fotografati uno per uno con un numero puntato sul petto, tipo Sing Sing: la fotografia servir per una tessera, gi pronta, anzi da noi singolarmente gi firmata, e che  identica a quella usata ad Aba(353) per gli evacuati verso il Kenia e ora per i partenti verso l'Italia.
A parere di Ellero, questa tessera identificativa poteva forse costituire un documento per potere, in qualche modo, trovare un lavoro a Durban o dove li avrebbero mandati; alla luce di quanto ora sappiamo riguardo alla confusione che spesso veniva creata tra i prigionieri da evacuare, con scambi di identit fra internati, nomi falsi, eccetera, poteva essere invece un tentativo - ma, come abbiamo visto, fall anche questo - per mettere un po' di chiarezza in quel viavai.
Giovanni, ovviamente, sa che quella sar l'ultima lettera non censurata che potr inviare, anzi, si raccomanda con Pia di usare nella futura corrispondenza uno stile distaccato, non certo quello appassionato e intimo che fino a quel momento avevano potuto permettersi grazie ai triangolini che fungevano da postini. Quindi riprende la missiva pi volte durante la giornata, cerca di scrivere
fitto fitto tutto quello che pu, si dibatte fra il tentativo di incoraggiare Pia (bisogna essere forti anche oltre i limiti della resistenza umana) e l'amara ammissione di non credere a un domani migliore. Cerca di giustificare la tepidezza del proprio sentimento religioso tepidezza che preoccupa spiritualmente Pia, profondamente religiosa, e la assicura che proprio la solida
sicurezza cattolica
della moglie gli ha fatto iniziare un cammino di conversione, dato che le gocce d'acqua hanno
finito per incidere quel macigno che sono io. E questo pu spiegare le due testimonianze, pi
avanti riportate, dei compagni che lo videro in acqua aggrappato a un relitto: entrambe le lettere
ricordano il suo impegno nella preghiera.
Alla fine, sogna addirittura che in un domani anche Pia, dovendosi svuotare l'Eritrea, debba allontanarsi, e venga avvicinata a lui, verso sud, pur tremando per le difficolt della moglie, che dovrebbe trovarsi ad affrontare una traversata. Poi conclude con alcune frasi (il mare brutto e cattivo... la vita  una cosa troppo bella...) che risultano struggenti, soprattutto alla luce di quanto poi sarebbe accaduto:
Pensa soltanto al mare, al mare brutto e cattivo, e alle tue sofferenze. Ma anche il viaggio sarebbe transitorio, e poi... e poi ci sarebbe la ricompensa adeguata.
Ciao ancora, tesoro. Salutami tanto affettuosamente il Padre e le ottime Sorelle. E ancora tutti coloro che ci vogliono bene. Ai nostri amici M., cari e matti, d a mio nome che la vita  una cosa troppo bella per spenderla in schermaglie sterili...
Ancora un bacio, ancora un bacio, ancora un bacio... dal tuo Mossino.
Sergio Galliussi era stato registrato all'imbarco con il numero 9190. Doveva essere il suo numero portafortuna, evidentemente: e pensare che a lui invece sembrava di stare cos male. Stava talmente male che ad Aden dovettero sbarcarlo per farlo operare d'urgenza, e da l fu poi rispedito, per il momento, in Eritrea. Bel colpo(354).
E quell'altro l, invece, cos'aveva cercato? Improbabile che cercasse la salvezza, la libert: dove la trovi, se sei italiano in un'Eritrea occupata da nemici? Ma chiss, a volte il destino aiuta...
Comunque, qualcosa cercava: la dignit della fuga, forse. Il non arrendersi alla sorte.
L'urlo Man overboard! scosse l'aria calda della notte quasi in contemporanea con il tonfo. Nat
Herman si precipit al parapetto in tempo per sentire un ordine assurdo, dato da un ufficiale a una sentinella: Colpiscilo, ma non a morte. Ma che diavolo significava? L'unica cosa che emergeva, mentre l'uomo nuotava vigorosamente attraverso la baia verso riva, era la testa: come si poteva colpirlo senza ammazzarlo? Comunque, non venne ammazzato: and a depositarsi, ansante e sfinito, tra le accoglienti braccia di un gruppo di poliziotti militari che lo attendevano a riva, e fu trasportato di nuovo a bordo, per essere saldamente rinchiuso in cella gi nelle stive.
Ci aveva provato, a sfuggire alla sorte.
Herman era piuttosto annoiato dalla vita di bordo. Avevano lasciato Massaua il 14 novembre, e da allora i pericolosi soggetti della cui sorveglianza era stato incaricato si erano rivelati frastornati civili, autotrasportatori, studenti, albergatori, che non avevano nessuna intenzione, o comunque nessuna capacit, di scatenare rivolte.
Le pochissime donne a bordo continuavano a mantenersi riservate; ogni tanto vedeva sul ponte di comando madre e figlia che passeggiavano un po'. Lei qualche volta fumava una sigaretta, guardando l'orizzonte. La bimba era un tipo tranquillo, raramente si allontanava; quando la madre era impegnata nel suo lavoro di impiegata, lei girellava zitta zitta per la nave; doveva sapere sia l'italiano che l'inglese, perci, certo, ogni tanto si fermava ad ascoltare le chiacchiere dei sudafricani, ma anche quelle dei crocchi di prigionieri durante l'ora d'aria. Per aveva un nome strano, n italiano n inglese, Valcheria; ricordava le Valchirie, quelle bellissime amazzoni che accompagnano nel Walhalla i guerrieri morti. Probabilmente i suoi genitori le avevano dato quel nome perch speravano che diventasse anche lei alta, bionda, bella e coraggiosa.
Una bella noia. Qualsiasi diversivo era ben accetto, ma fino a quel momento le uniche distrazioni erano state la fuga di una scimmietta che un soldato, chiss in che modo, era riuscito a portare a bordo, e che era scappata per andare a far danni proprio nella cabina del capitano; l'imbarco ad Aden di alcune altre infermiere, quando avevano sbarcato anche un italiano, quel certo Galiussi, colto da un attacco di appendicite; le esercitazioni di salvataggio, che erano peraltro quanto mai approssimative. Nat era stato assegnato al servizio antincendio ed era responsabile di una delle poche zattere. Le scialuppe erano sotto la diretta responsabilit dell'equipaggio.
In pratica, gli unici effettivi sistemi di sicurezza erano l'obbligo per equipaggio e militari di indossare sempre il giubbotto di salvataggio, e la solita proibizione assoluta di fumare all'aperto durante la notte.
Una bella noia. Per fortuna che ormai si stava per arrivare. Ormai era sabato, 28 novembre. Gi dalla settimana che viene, pensava Herman, sar a casa.
All'alba di sabato, 28 novembre 1942, in posizione 28 30' S / 33 15' E, all'appuntamento si ritrovarono tutti: sull'U-177, Robert Gysae e la sua cinquantina di uomini di equipaggio; sul Nova Scotia, i centotredici dell'equipaggio, con il comandante Alfred Hender, centotrenta sudafricani incaricati di sorvegliare i 780 internati italiani(355), ventidue soldati, di cui alcuni feriti leggeri, sei passeggeri, di cui una bambina e alcune donne.
 un copione che sembra di conoscere gi, ma precisiamo, per quanto possibile, le cifre: 1052 persone su una nave progettata per centocinque passeggeri ospitati in cabina, e ottanta poveracci di terza classe da piazzare sui ponti. Con l'equipaggio, un tempo si arrivava a neanche trecento persone, e ora ce n'erano pi di mille.
Un rapporto tra imbarcabili e imbarcati superiore anche a quello dell'Arandora Star.
E c'erano anche, nelle stive della nave, i saluti, le foto, le speranze, i lamenti, le battute, i ricordi contenuti in tremila sacchi di posta, per la maggior parte lettere a casa dei soldati impegnati nel Nord Africa.
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CAPITOLO QUARTO.
MUOVIAMO CONTRO L'INGHILTERRA.
 L'affondamento.
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oh m'avesse il d stesso in che la madre mi partoriva, un turbine divelta dalle sue braccia, ed alle rupi infranta o del mar nell'irate onde sommersa. (Libro 6).
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e d'altre spume ribollendo e di sangue e corpi estinti. (Libro 21).
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Or vuole il Fato che sommerso io pera d'oscura morte, ohim! (Libro 21).
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Il comandante Gysae aveva avuto modo di osservare bene l'obiettivo; gi da tempo le lenti Zeiss
del suo binocolo gli avevano permesso di avvistare qualcosa in avvicinamento: 0412 Rauchwolke
gesichtet. Gegner kommt schnell naeher. Ist mittlerer Passaggierdampfer. Fahrt etwa 14 am - Ore
4,12 avvistato fumo. Nemico in rapido avvicinamento.  una nave passeggeri di media stazza.
Viaggia a circa 14 miglia marine. I diari di guerra dei sottomarini riportavano l'ora di Berlino, quindi le 4,12 indicate erano le 5,12 locali del mattino: l'alba era sorta da mezz'ora(401) e nel primo chiarore il Nova Scotia si stagliava contro il suo orizzonte.
Gysae aspetta. La chiglia della nave continua a fendere le onde seguendo un tracciato a zigzag, come normalmente facevano le navi nel tentativo di ingannare in qualche modo i siluri, quindi c'
ancora tempo prima che arrivi a tiro, e il suo U-177 rimane in affioramento, seminascosto tra le
onde grigie del primo mattino nell'Oceano Indiano. Solo dopo pi di due ore stabilisce che  giunto
il momento di immergersi: meglio non correre rischi. Alle 7,31 ora locale d ordine di immersione:
28,11.42 KP 5990 0512 Rauchwolke, Dampfer iS. - 0631 [simbolo freccia in gi], e continua a
sorvegliare la preda in arrivo: Nel periscopio appare forte armamento e pittura da guerra, scrive
sul diario di bordo. La pittura mimetica da guerra, tre cannoni, mitragliatrici, radiogoniometro, lo convincono che si tratta s di una nave passeggeri, ma convertita in incrociatore ausiliario; infatti, mentre nella prima nota l'aveva identificata come Passagierdampfer, nave passeggeri, poco pi
avanti nel diario la chiama Hilkskreuzer, incrociatore. Comunque, che sia nave da guerra o nave
mercantile non ha importanza, anzi. Nei piani di Doenitz, i sommergibili dovevano avere
essenzialmente funzione di arma strategica, quindi il loro obiettivo principale doveva essere
appunto attaccare soprattutto i mercantili nemici, mandare in fondo all'oceano le materie prime cos
necessarie alle fabbriche britanniche, impedire rifornimenti e ricambio truppe, ostacolare le attivit
industriali, rallentare al massimo il riarmo nemico. Ovvio che in quegli anni le navi passeggeri non
portavano certo in giro croceristi in vacanza, quindi erano ottimi obiettivi.
Valcheria Ignesti, quel mattino presto, era gi sul ponte. Accanto a lei sua madre, Alda, stava fumando la prima sigaretta della giornata, prima di rientrare nell'ufficio del comandante a finire le
ultime pratiche che precedevano l'arrivo. Le avevano trovato una seria giustificazione per la sua
presenza a bordo: segretaria del comandante; una delle tre sole donne imbarcate.
Per la precisione, tre donne e una bambina.
Una bambina di 8 anni, per, si fa notare su una nave che trasporta sudafricani, inglesi, italiani in tempo di guerra; soprattutto, poi, se  una bimbetta che ha un nome strano e che parla entrambe le
lingue. Per Valcheria non doveva essere una gran chiacchierona. Aveva avuto una certa quantit di
esperienze: malattia tragica e poi morte del babbo; arrivo nella sua citt di un esercito che i suoi amichetti italiani le avevano indicato come nemico, ma che la mamma sembrava invece apprezzare;
difficolt a capire, quando i suoi amici a scuola la sfottevano, se doveva considerarsi italiana quindi perdente, come il babbo e i nonni paterni, o sudafricana quindi vincente, come la mamma e i nonni di Durban. Nella confusione, preferiva probabilmente stare ad ascoltare, senza esporsi tanto.
Era mattino presto: sul ponte c'era freddino, e Valcheria si stringeva nel suo golfino rosso. Alda
fumava, e taceva. Nell'aria c'era odore di arrivo. Ancora poche ore, pensava la giovane donna, e
avrebbe rivisto sua madre. Ne erano passate tante, da quando l'aveva salutata per andare in Eritrea
con Gastone. Stava per tornare nel suo paese, nei luoghi dove era nata, dalla sua famiglia, dopo tanti anni; ma magari, con quel nome e cognome, Alda Cecilia Ignesti Lorenzino, avrebbe avuto dei problemi nei rapporti con gli altri, avrebbe durato fatica a far capire che lei l'Italia non l'aveva neanche mai vista. Sperava che Robert la raggiungesse presto. Robert era protettivo, affettuoso, l'avrebbe aiutata.
Valcheria guardava in l, da qualche parte sul mare. Pensava all'Olandese Volante.
Un tizio a bordo, come si usa in mare per fare passare tutto quel lungo noioso tempo, aveva raccontato qualche giorno prima di quel veliero che tante volte era stato avvistato al largo del Capo di Buona Speranza, pi o meno dove stavano andando loro. Chi raccontava era un sudafricano, e diceva che qualche anno prima, nel 1939, c'era proprio anche lui sulla spiaggia di Glencairn(402). Beh, fatto sta che erano belli tranquilli, era una giornata che non c'era una bava di vento e stavano tutti l abbioccati a prendere il sole e a slumare le ragazze quando ti compare quello l, l'Olandese Volante, sicuro sicuro, non poteva che essere quello, con le vele a brandelli, che filava come se fosse spinto dall'alito dell'inferno, sicuro, e l'avevano visto a dozzine, tutti quelli che erano sulla spiaggia, ne aveva parlato anche il giornale locale. L, al Capo, l'Olandese lo conoscevano tutti, sicuro; era il capitano Vanderdecker, in pratica un boero, che per soldi, stramaledettissimi soldi (e qui Valcheria ricordava la grassa chiazza marrone dello sputo tabaccoso che il marinaio aveva lanciato sul ponte), aveva sfidato la burrasca per doppiare il Capo col suo vascello, anche se tutti, tutti, sicuro, lo avevano supplicato di lasciar perdere, di trovare una cala tranquilla e aspettare che passasse quella buriana. Ma lui niente, l'orgoglio lo accecava, aveva urlato di poter sfidare anche l'inferno con la sua nave! E allora apparve Adamanstor, lo spettro che abita sulla Table Bay Mountain (Valcheria fascinata ascoltava) ad ammonirlo, ma quel maledetto boero cosa credete che abbia fatto? Gli spar, sicuro, spar allo spettro! Ma la pallottola torn indietro e gli trapass la mano sacrilega; allora fu maledetto da Adamanstor, sicuro, e condannato a navigare in eterno, sempre da solo, senza mai toccare un porto tranquillo, e la visione della sua nave avrebbe destato il terrore, e mai avrebbe pi conosciuto, per l'eternit, un saluto o un compagno. E la sua punizione sarebbe stata proprio questa, non la paura provata, ma la paura arrecata. Sicuro...
Valcheria guardava in l, a controllare se all'orizzonte compariva il vascello dell'Olandese della paura, e si stringeva con qualche brivido nel golfetto rosso.
Alda fumava, e pensava a Robert e a sua madre.
Carlo Dominione, pur giovane com'era, era molto conosciuto, tra la giovent dorata di Asmara.
Redattore stenografo del Corriere Eritreo, parlava bene l'inglese; tipo svelto e pratico, era riuscito a sistemarsi in una cabina, che divideva con Luigi Butturini e il dottor Gino Caldiron. Entr un personaggio ben conosciuto: il capitano Romney, il comandante inglese del campo internati di Decamer, che veniva trasferito a Fort Victoria, vicino alle grandiose cascate(403). Romney forse li considerava un po' interpreti, un po' portavoce, un po' referenti degli internati Italiani Fu perci a loro che quel mattino presto, a quanto riferisce Dominione, si rivolse per chiedere un po' di appoggio per organizzare lo sbarco di quel branco di civili italiani del cui proverbiale disordine diffidava: Al tramonto saremo a Durban. Date disposizioni perch lo sbarco avvenga nel massimo ordine. Fatemi fare bella figura e aggiunse, sarcasticamente Mi raccomando: marciate come vi ha insegnato a fare Mussolini...(404). Ma nessuno del Nova Scotia avrebbe pi marciato sui moli di Durban.
A bordo la tensione era alta, gli sguardi cattivi. Un migliaio di uomini, in gran parte giovani, robusti, che dovevano essere controllati sempre a vista dai soldati sudafricani. Gente che in quel benedetto paese, che era allora l'Eritrea, aveva impiantato attivit, e magari messo su famiglia, con italiane o con madame, come venivano chiamate le spose eritree; d'accordo, si sapeva che spesso erano matrimoni a tempo, che sarebbero durati finch il marito fosse rimasto l, ch quelle splendide, flessuose, timide ragazze locali mica potevano poi essere portate in Italia, al paesello natio; ma finch si poteva, perch non godersi quell'eleganza di portamento, quelle mani e quei piedi da principessa che spuntavano tra le pieghe della futa bianca, quei silenzi e quei gesti dolci e antichi, quel sentimento che non si capiva se era affetto o solo attaccamento, ma che comunque ti stordiva? E poi c'erano anche matrimoni veri, certi, matrimoni da cui sarebbero nati figli a cui trasmettere nome, educazione, lavoro, princpi. Pensava forse a lei, Giovanni Barzano, alla sua sposa indigena silenziosa e incinta(405), quando sent le voci di una delle tante liti, uno dei soliti, furibondi, inutili attacchi tra cagnacci disperati che ormai capitavano tante volte al giorno.
Porca troia quella puttana di tua madre! Ma Oliviero Freschi era un romagnolo, e a sentire chiamare cos sua mamma, fosse l'offesa intenzionale o meno non ci pens brisa su: sped al compagno uno di quegli sganassoni che lui l fece appena in tempo a cascare addosso a uno di quei mastini sudafricani biondi con l'elmetto a padella. Li presero tutti e due, e invece di rispedirli nella stiva, dove sarebbe stato il loro posto, li scarriolarono dal capitano, ancora digrignanti e scalcianti l'uno contro l'altro. Il sottufficiale sudafricano che li accompagnava fece il suo rapido rapporto, ma Freschi, a Decamer, gestiva l'albergo diurno, con gente che andava e veniva di continuo e che parlava un po' tutte le lingue d'Africa, per cui l'inglese lo sapeva abbastanza da aggiungere, tanto che fosse chiaro, che quel bastardo gli aveva offeso la madre. Il capitano
Hender lo squadr, cap che in quella situazione, se voleva riuscire a padroneggiare la faccenda, doveva prendere posizione ed emettere un giudizio. Non si controllano centinaia di uomini stranieri e nemici se si fa il Pilato e non si sa dire un s o un no. Non si poteva semplicemente rispedirli in stiva entrambi. Hender non sapeva che in quel momento stava emettendo una sentenza di vita o di morte, comunque la sua decisione fu rapidamente presa e Freschi, valutato parte lesa, fu lasciato libero di tornare sul ponte.
Fu la sua salvezza, perch il boato giunse dopo pochi minuti, e per chi in quel momento si trovava gi nella pancia della nave, le possibilit, che pure erano poche per tutti, furono assai meno, praticamente nulle(406).
Erano le 8,15, a bordo: chi prendeva il sole, prima che scottasse troppo; chi fumava e contava la vincita del gioco a carte della sera prima; chi, come il geniere Ivor Bass, si stava godendo un caff(407); chi, come il suo commilitone Vic Davidson, stava preparando i bagagli per l'arrivo ormai prossimo, chi si stava rinfrescando con una doccia...
L'ordine era partito sicuro e tempestivo: Preparare camere di lancio. Nel profondo, al momento giusto, Gysae seppe che i tubi lanciasiluri erano pronti a operare.
La centralina di lancio elabora in pochi secondi i dati necessari. I giroscopi stabiliscono traiettorie leggermente divergenti per tre siluri, da una distanza estremamente ravvicinata: 380 metri. Sul diario di guerra dell'U-177  annotato 0715 Punto nave 8325 -sganciati tre siluri - corsa da est 380. - tre centri.
I proiettili colpiscono tre obiettivi: sala macchine, ponte e prua. Alcuni serbatoi esplodono e la parte centrale del Nova Scotia si incendia immediatamente, poi il fumo denso e caliginoso nasconde la visione al periscopio. Ma, se manca la vista, in mare supplisce il suono, e l'idrofono evidenzia che i motori della nave si sono fermati. Un'altra preda raggiunta. Qualcuno a bordo canticchia quella canzonetta diffusa tra i marinai tedeschi: Wiir fahren gegen Engelland -Muoviamo contro l'Inghilterra.
Poi la caligine si dirada, e il periscopio inquadra il Nova Scotia che sta nettamente sbandando sulla sinistra, mentre il ponte formicola di figure, non tutte col giubbottosalvagente. Gysae annota: La parte centrale, con ponte centrale, zona trasmissioni, zona passeggeri e scialuppe,  in fiamme.
Causa l'evidente sbandamento non si possono utilizzare i cannoni. I cannoni erano un paio di antiaereo e un calibro 3.7 o 4 a poppa.
Quel che era accaduto nel frattempo, tra siluramento ed emersione del sommergibile,  pi che intuibile. Chi era in cuccetta, ebbe forse qualche tempo per capire cosa era successo, cercare freneticamente una via di salvezza, e precipitarvisi. Chiss che fine fece quel tizio che aveva litigato con Freschi: si salv? Improbabile. Chi era sottocoperta, ebbe scarse possibilit. Ma anche per chi era sul ponte, si scaten un incubo mortale.
Nat Herman, l'avvocatosoldato, era sottocoperta, dove stava dormicchiando.
Quando sent l'esplosione e la luce salt, cap subito, o magari non stette neanche a perdere tempo per capire: sui campi di battaglia in Africa settentrionale aveva certo gi sperimentato quella sensazione, per cui
probabilmente fu l'istinto che lo fece schizzare fuori dalla cabina in mutande e scalzo, e in un attimo, per quegli strani scherzi che combina il cervello con la sensazione del tempo, era gi diventata vecchia l'assurda idea, che contemporaneamente gli si affacciava, di recuperare dai pantaloni almeno il libro paga. Sette minuti; non lo sapeva, ma gli restavano solo sette minuti per salvarsi: tanto fu il tempo che rimaneva alla nave prima di sprofondare definitivamente.
Chi, come lui, attraversando due muri di fuoco, riusc a trovarsi sul ponte, solo se incosciente o strafottente poteva credere di cavarsela: i serbatoi erano in fiamme, tutto intorno al ponte si vedevano solo muraglie di fuoco e fumo nero. Assurdo sperare di uscirne. Chi provava a correre verso le paratie si ritrovava ad annaspare sull'olio che ormai cospargeva il ponte, sul quale il forte rollio della nave provocava la macabra, orribile visione di corpi dilaniati, anzi, diciamolo chiaro, di pezzi di corpi dilaniati che scivolavano qua e l. Un marinaio si guard intorno, vide l'inferno, sent l'odore della carne bruciata di quelli che erano ormai avvolti dalle fiamme e ancora, chiss come, correvano urlando pazzamente verso le paratie, poi con lucida determinazione torn sui suoi passi, verso la sua cabina sottocoperta: meglio una morte veloce(408) e non se ne parli pi. Pi d'uno ricorda un tozzo italiano, che quando ci fu l'esplosione era seduto presso il parapetto. Non si agit pi di tanto: si guard intorno, osserv tranquillamente la terrificante situazione, poi afferr un pezzo di cima che in quel momento era presso di lui, e si impicc al parapetto; come se avesse preventivato da un pezzo questa eventualit e il suo conseguente, lucido, immediato comportamento. E intanto un uomo cercava qua e l la sua dentiera, strappatagli via dall'esplosione: il terrore ha anche di queste grottesche manifestazioni.
L sul ponte,  chiaro, non c' scampo. Nat sente qualcuno che urla: Gli obl!. Ma gli obl erano quasi tutti chiusi ermeticamente, anche per necessit di oscuramento; al massimo si potevano aprire quel tanto che permetteva un po' di ventilazione. Non tutti, per, sono serrati. Mentre torna al buio verso le cabine, ormai quasi rassegnato all'idea che il suo servizio in Africa settentrionale includesse un biglietto di sola andata, come poi ebbe a dire, si infila in una cabina che ha un obl miracolosamente aperto. Non  solo, e qualcuno di quelli che si sono riparati l dentro ha la prontezza di chiudere la porta, appena un attimo prima che il torrente d'olio incendiato raggiunga l'ambiente e lo trasformi in un rogo. Non  facile infilarsi in un pertugio come quello degli obl. Un compagno ci si ficca prima di lui:
Sebbene possa sembrare facile, la cosa richiese un tremendo sforzo fisico. L'uomo riusc a
uscire e si afferr a una cima. Poi chiese urlando un giubbottosalvagente, che cercai di procurargli, ma senza trovarlo a causa della semioscurit della cabina. Gli gridai di togliersi dai piedi, poich avevo una fretta disperata di abbandonare quella nave colpita a morte e di evitare di finire bruciato vivo.
Sentivo che la nave si inclinava e affondava rapidamente. Era stata colpita in mezzo, sulla sinistra. La cabina si trovava sul lato destro. Se fosse stata a prua o a
sinistra non sarei mai sopravvissuto. Gli uomini che si trovavano nelle lavanderie sotto il ponte non ne uscirono mai pi.
Erano intrappolati, e non ebbero scampo. L'unica via d'uscita era lungo i corridoi, che bruciavano furiosamente. Nessuna possibilit, per loro.
Nat commette un errore tremendo: nella frenesia, si infila nell'obl con addosso il giubbottosalvagente, ovviamente resta incastrato e perde secondi preziosi per scivolare di nuovo nella cabina, togliersi il giubbotto, che posa l accanto su una branda, e di nuovo cercare di sgusciare verso l'esterno, procurandosi escoriazioni cos profonde da lasciargli le cicatrici per tutta la vita. Non capir mai, in seguito, come abbiano potuto degli uomini, talvolta anche pi massicci di lui, riuscire a passare per quello spiraglio. Eppure, gli risulta che siano stati almeno una decina quelli che si salvarono grazie a quel passaggio, canale di parto che li riport alla vita.
Ce la fa, esce, si aggrappa, con l'altra mano recupera il giubbotto appoggiato l, sul lettuccio all'interno, salta. A pensarci, la sua fortuna ha qualcosa dell'incredibile, che anche Herman nei suoi ricordi sembra non realizzare del tutto: non solo  riuscito a trovare una cabina con obl apribile, non solo qualcuno ha chiuso fuori dalla porta quella specie di torrente di lava infuocata che precipitava verso di loro, ma quello che nella sua mente  stato un errore  diventato poi, probabilmente, la sua salvezza:  stato costretto a togliersi il giubbotto.
Nelle parole con cui poi Herman rifer la sua esperienza, si nota una strana mistura tra istinto di sopravvivenza e agire convulso, tra la lucidit di recuperare il salvagente in cabina e il panico che gli ha fatto evidentemente dimenticare un principio fondamentale: non si salta dall'alto di una nave con addosso il giubbotto, tanto meno allentato, come fa chi lo infila convulsamente: ci si pu spezzare la schiena nell'impatto col mare, come certo capit a tanti di quelli che erano riusciti a fuggire a quell'inferno di fiamme. Invece, lui, con quei pochi grammi di sughero stretti fra le mani, si limita, per qualche secondo, ad andar gi nel profondo come un sasso; riemerge annaspando, completamente ricoperto di nafta puzzolente. C' uno zatterino, l vicino, una specie di bigoncia di legno, ma non  facile salirvi, l'untume di cui  ricoperto glielo fa sfuggire, ricasca in acqua,  nel panico, ma non vuole mollare, recupera il suo zatterino, ce la fa, riesce a equilibrarsi quel tanto da salirvi. In salvo. Per il momento.
Carlo Dominione era in cabina con i suoi amici Gino Caldiron e Luigi Butturini, ad ascoltare sorpresi le strane parole del maggiore Romney, che chiedeva a loro uno sbarco ordinato, manco fossero ufficiali comandanti la truppa. Nel suo ricordo, i tre siluri raggiunsero la nave con una tale rapida sequenza da creare l'effetto di un'esplosione unica. Dominione si precipit in corridoio, e riferisce che, per raggiungere il ponte superiore, dovette correre in salita, segno che conferma la rapidissima fine della nave. Trov per caso un salvagente abbandonato, come dice, o meglio perso, dato che nessuno si sarebbe sognato di abbandonare un prezioso salvagente in quei frangenti.
L'acqua era gi al primo ponte di passeggiata sulla sinistra. Sorprendentemente, in quell'impazzimento di urla, bestemmie, grida, dice di aver ritrovato il suo amico Butturini, che lo chiamava da una scialuppa su cui ancora c'era un posto:
Stavano calando la prima lancia di dritta; c'era ancora un posticino all'estrema poppa.
M'accucciai accanto all'amico. I paranchi erano in fuori, le carrucole cigolarono per un istante, poi uno strappo e il cavo poppiero si ruppe; la grossa imbarcazione vol con il suo carico, trattenuta dal cavo di prua.
Quante furono le scialuppe che riuscirono a essere ammainate? Diversi dei testimoni gi citati parlano di tre scialuppe travolte dall'esplosione, quelle di sinistra. Il sergente Kennaugh dice che l'equipaggio si diede da fare per filare le tre scialuppe di destra, ma anch'egli conferma, come Herman e Dominione, che una, quando gi era carica, spezz una cima e rimase appesa al paranco in verticale, mentre i suoi occupanti precipitavano in acqua.
Da quanto i testimoni dicono (le tre scialuppe di sinistra, le tre scialuppe di destra), sembra di capire chiaramente che sul Nova Scotia ci fossero in tutto sei scialuppe. Il che  credibile, dato che era stata progettata per solo un centinaio di passeggeri. Una, pare - ma sembra dubbio -, fosse riservata agli ufficiali inglesi, almeno a quanto
ricorda Lorenzo Bucci(409):
A gambe larghe, con la pistola spianata, il comandante della nave spara contro tutti coloro che stanno tentando di raggiungere la lancia di salvataggio riservata agli ufficiali inglesi. Un solo italiano  riuscito a sistemarsi: lo riconosco,  il dottor Cariddi, direttore della maternit dell'Asmara. Mi vede, mi chiama. Ma la pistola del capitano mi fa troppa paura.
Secondo lo stesso Bucci, comunque, la medesima lancia degli ufficiali inglesi venne poi travolta dall'inabissamento della nave a cui si trovava troppo vicina. Com' ovvio, i ricordi di certi momenti possono essere confusi e non sempre del tutto affidabili, tanto pi che, ancora parecchi anni dopo, sembrava essere rimasto vivo il rancore verso i nemici inglesi. Per esempio, pare strano che fosse proprio il capitano Hender, in quei frangenti, a fare la guardia a una scialuppa, tanto pi che altre fonti(410) lo danno invece per gravemente ferito dalle ustioni. Certo non sopravvisse alla sua nave.
Il sergente George Kennaugh, del III Battaglione Ricognitori sudafricani, se la stava godendo tranquillo; alle 7 aveva finito il suo turno di guardia, e ora era steso sul ponte a prendere il sole, con addosso solo un costume da bagno. Con la mente vuota, si limitava a sentire sulla pelle il fresco del mattino: vero che quella mina di El Alamein lo aveva bruciacchiato per bene, ma insomma, a quanto si capisce, niente di particolarmente grave se lui stesso dichiar poi(411) non solo di poter prestare turni di guardia, ma anche che quella licenza era stata in realt un congedo straordinario per motivi familiari (compassionate leave), dato che a casa erano insorti gravi problemi che riguardavano il figlio dodicenne.
Quando sent le esplosioni, assurdamente, il suo primo pensiero, da lui stesso ammesso, non fu di salvare la pelle, ma di salvare le 2000 sterline che la sera prima aveva vinto al gioco e che aveva lasciato gi in cabina. Con qualche balzo, facendosi largo a gomitate tra la folla che si addensava disperata, si avvi verso il suo tesoro, ma si trov davanti la testa, ma solo la testa, del suo compagno di cuccetta, Gerry Merser, che scivolava lentamente sull'olio: un'esplosione l'aveva fatto a pezzi. Era troppo.
Riusc a recuperare il ponte in tempo per sentire distintamente una bambina che strillava, appena prima di buttarsi anche lui in acqua.
Avevamo lasciato Alda Ignesti sul ponte con la sua sigaretta e, accanto a lei Valcheria, con le sue riflessioni e fantasie da bimba. C'era freschetto sul mare quel mattino, e Alda ricord sempre di aver convinto la figlia a indossare un golfino rosso.
Le testimonianze concordano nel riferire che, subito dopo la prima esplosione, gi il ponte si era trasformato in una selvaggia, demoniaca bolgia, e che la nave aveva iniziato immediatamente e rapidamente a inclinarsi.
Gi al primo colpo Alda stringe a s Valcheria e cerca di proteggerla dalla massa urlante e dalle fiamme; brancolando, fa per avviarsi verso poppa quando il Nova Scotia viene colpito da un secondo siluro, che provoca un'altra tremenda esplosione(412). La ricerca di un salvagente rischia di far perdere secondi preziosi. Non c' proprio tempo di stare a pensare a come agire; Alda decide di seguire il consiglio, anzi, l'ordine, di un ufficiale inglese: Dia a me la bambina. Salti in acqua subito dopo di me. Frammenti di tempo. L'inglese afferra saldamente Valcheria con un braccio, la madre esita un attimo, vede con sollievo che l'ufficiale  riuscito a raggiungere rapidamente una scialuppa, a issarvi la bimba. Per fortuna c' quel golfino rosso, che le permette di vederla bene. Un altro scrollone, sotto i suoi piedi. L'inclinazione  ormai massima, definitiva. Alda salta. Cerca di raggiungere quella scialuppa.
Il golfino rosso era l, a pochi metri da lei. Ancora qualche bracciata e ce l'avrebbe fatta. Sapeva nuotare bene, Alda. Un'ondata arriv, la inghiott, lei si sent trascinare indietro, e poi in fondo.
Quando riemerse, quel cosino rosso era pi lontano, e poi sempre pi lontano...
Era sempre stata un'ottima nuotatrice, il suo corpo minuto pesava meno di 45 chili, ma era fatto in realt di muscoli e tendini ben allenati. Ma forse quell'attimo di esitazione, quel desiderio di accertarsi dove fosse finita la sua Valcheria, se fosse stata messa in salvo, fu determinante: appena in acqua, Alda dovette subito lottare contro il risucchio del piroscafo che stava affondando, trascinando con s, nel profondo, decine di naufraghi. Erano passati solo sei-sette minuti dal siluramento(413). Lei ce la fece, sapeva che doveva raggiungere quel punto rosso. Ma poi le ondate, i sommovimenti del mare che accoglieva la nave, la trascinarono via, non vide pi la scialuppa. Non la vide pi.
Gysae diede l'ordine di emersione. I timoni si inclinarono verso l'alto, l'aria compressa svuot l'acqua dalle cassezavorra. Improvvisamente le onde si fecero alte e agitate, brusche correnti e risucchi catturarono i naufraghi, li fecero ruotare e sobbalzare; qualcuno url: Arriva! e un Leviatano d'acciaio emerse lentamente.
Secondo Nat Herman, che per afferma che la cosa gli fu riferita, fu in quel momento che alcuni sudafricani tentarono comunque non una difesa, che ormai sarebbe chiaramente stata un'assurdit, ma un furibondo, sfrontato attacco, cercando, inutilmente, di regolare il cannone di poppa in depressione tale da colpire il sottomarino, mentre la poppa si alzava sempre pi ad angolo acuto. Se davvero avvenne, fu un beau geste, e come tale assolutamente inutile, dato che a
quel punto ormai il timone era gi in vista, tanta era l'inclinazione della nave, ormai avviata alle profondit.
Quella diagonale di ferro tra mare e cielo, quei ponti che di colpo, in pochissimi minuti, si erano alzati tendendo sempre pi alla perpendicolare con la superficie del mare, determinarono la strage di molti, per anche la salvezza di molti altri: cosa sarebbe successo se quell'eroico, assurdo gesto di puntare il cannone verso il sommergibile avesse avuto successo? Se l'U-177 avesse accompagnato nell'abisso il Nova Scotia, la sua vittima? Molti anni dopo, ormai pi che ottantenne, Nat Herman riconosceva: Fu una fortuna per me e per alcuni altri, come si vide pi tardi, se quel tentativo fall. Ma poi aggiungeva, ancora patriotticamente astioso: Ma la minaccia verso altre navi rimaneva, e sebbene ci tenga alla mia vita, sarebbe stato meglio affondare il sommergibile piuttosto che lasciarlo continuare a far prede nell'Oceano Indiano.
Non se ne esce,  un labirinto etico che non porta a una soluzione: se il cannone avesse potuto sparare e quindi affondare, o danneggiare il nemico tedesco, i sopravvissuti della nave inglese non avrebbero avuto scampo; perch, come si vedr, fu proprio Gysae il primo artefice della loro salvezza; e inoltre, insieme a inglesi, sudafricani, italiani, sarebbero morti anche cinquanta marinai tedeschi.
Ma il cannone non spar, il sommergibile rimase inviolato, e fu per questo che centinaia dei naufraghi poterono poi essere recuperati; ma cos, l'U-177, dopo avere determinato la salvezza di quei tanti, continu a depredare i mari: affond ancora altre dieci navi, fece altre 142 vittime. Chi decise, e come, e perch, che Nat Herman, e Alda Ignesti, e George Kennaugh e altri tornassero a casa, e non ci tornassero invece, tra gli altri, i cinquantuno della Sawalohento, o i trentasette della Cornish City, o anche quell'unica vittima della Efthalia Mari, tutti marinai colpiti dall'U-177 negli anni seguenti?
Indifferente all'inutile tentativo di attacco, l'U-Boot rimase in attesa della fine definitiva del Nova Scotia, che avvenne dopo pochi secondi: mentre ormai quella massa stava infilandosi nell'acqua, i naufraghi intorno videro con orrore alcuni che ancora tenacemente si aggrappavano all'elica del timone a poppa, urlando di terrore perch non sapevano nuotare, ed erano privi di salvagente. Poi, anche il timone col suo grappolo di disperati scivol nell'acqua, e fu tutto.
Sballottati dai marosi color antracite, erano in centinaia i miserabili che, coi volti, le braccia, i corpi ricoperti di una densa patina di petrolio, gli occhi semiaccecati dalla nafta che aveva irritato le congiuntive, ustionati, feriti, lottavano per la sopravvivenza.
Alcuni di loro assistettero, sgomenti, alla visione del sommergibile che, dopo una breve emersione, tornava nel profondo, per poi ricomparire, a circa 400 metri dal luogo del naufragio, facendosi largo tra una massa di cadaveri galleggianti e di sopravvissuti travolti dalle potenti ondate provocate dall'apparire del mostro(414).
La torretta di comando era appena emersa, e ancora la plancia grondava acqua, che gi si vedevano figure umane schizzare fuori dal boccaporto e precipitarsi a scappucciare la mitragliatrice di prua, ma furono subito bloccati da un comandante dalla barba
sorprendentemente ben curata, che osservava col suo Zeiss quei disperati.
Gysae era convinto, fino a quel momento, di aver colpito un incrociatore ausiliario e, come d'uso, si rivolse col megafono ai naufraghi per sapere il nome dalla nave. Inutile: alcuni, sdegnosamente, rifiutarono di dare informazioni al nemico (almeno cos dichiar in seguito Nat
Herman), mentre la maggior parte di quei poveracci esplose in un tale pandemonio di urla, appelli, suppliche, che Gysae non afferr alcun significato. Durch Ausfragen der Schiffsbruechigen, versucht Namen festzustellen. Kein Erfolg, da alles sinnlos durcheinander schreit detta per il diario di bordo, leggermente irritato: il suo tentativo di conoscere il nome non ha alcun successo, perch tutti gridano disordinatamente parole senza senso.
Tuttavia, cap con sgomento che quella nave non trasportava solo truppe nemiche, come aveva pensato. Colse un grido: Italiani!. Secondo alcuni, qualcuno, per dimostrare la presenza di italiani, inton un'aria d'opera, La donna  mobile. Scena giornalisticamente magari efficace, ma francamente poco credibile, sia per la situazione, sia perch corrisponde, in maniera palmare, a uno dei pi diffusi luoghi comuni dell'epoca sui nostri connazionali.
Cap comunque che aveva silurato un trasporto di suoi alleati e quando un italiano, fatto salire a bordo, riusc affannosamente a spiegare di che si trattava, Gysae fatic a nascondere un brivido: l'U-177 era emerso in un mare costellato di relitti a cui si aggrappavano soprattutto civili italiani.
Il diario di bordo registra, alle 8,26:
0726. Emersione - Nell'acqua ci sono centinaia di naufraghi, alcuni con giubbotti di
salvataggio, alcuni su scialuppe o canotti. Non ci sono sufficienti mezzi di salvataggio. Cercato di sapere il nome della nave chiedendo ai sopravvissuti. Nessun risultato, perch gridano tutti insieme parole senza senso. Notato che in acqua ci sono solo italiani. Forti segnali di panico. Per chiarire situazione inviata una scialuppa a recuperare alcuni sopravvissuti; ma i naufraghi arrivano a nuoto
da tutte le parti verso di noi. Poich in due raggiungono contemporaneamente il battello, prendo
entrambi a bordo - due componenti di Marina mercantile italiana.
Agghiacciante: la sorte aveva deciso che quei due, e solo quei due, si sarebbero trovati abbastanza vicino al battello da raggiungerlo, e toccare per primi, contemporaneamente, il traguardo di quella gara per la vita. E Gysae non se la sente di decidere quale dei due debba essere salvato, quale rigettato in mare: li imbarca entrambi. Ma solo loro. L'ordine Triton Null gli vietava, s, di caricare naufraghi, ma al punto 3 lo autorizzava a recuperare coloro che potessero dare informazioni utili. Ed  da loro che Gysae apprende con chiarezza di che nave si tratta, e chi caricava. Sono, a quanto pare, un marinaio italiano e un mozzo, che furono sbarcati solo dopo due mesi, quando, il 22 gennaio 1943, l'U-177 rientr alla base di Bordeaux. Durante quella missione assistettero, dal sottomarino, al siluramento di altre quattro navi(415). Uno di loro era Gennaro Palomba che, come risulta dagli elenchi che il comitato svizzero della Croce Rossa che si occup del caso (vedi
Appendice), fu dapprima inscritto fra i deceduti, e in un secondo tempo recuperato da
un'annotazione frettolosa, a mano, che lo riporta come raccolto a bordo del sommergibile tedesco.
Tanti altri, che cercavano di afferrarsi alla scialuppa di recupero, poi addirittura alle fiancate dell'U-Boot, dovettero essere respinti. Non c'era altra scelta.
Non solo a Gysae pareva impensabile caricare a bordo pi di un paio di uomini, ma l'ordine di
Doenitz che, come abbiamo visto, aveva ricevuto alla partenza quel 17 settembre, era chiaro:
Nessun tentativo di alcun genere deve essere fatto per salvare i passeggeri delle navi affondate.
Non si deve n recuperare le persone cadute in acqua, n issarle a bordo delle lance di salvataggio, n raddrizzare le imbarcazioni capovolte, n distribuire viveri e acqua. Il salvataggio va contro le elementari esigenze della guerra che sono quelle di distruggere navi ed equipaggi nemici.
E soprattutto, anche se si trattava di alleati italiani, non si poteva rischiare, perdendo tempo nel recupero, quando magari gi, da qualche base aerea vicina, erano decollati gli aerei che avevano come obiettivo l'affondamento del suo IX D2. Non erano molte le miglia che lo distanziavano dalla base aerea sudafricana di Saint Lucia, dalla quale i ricognitori Catalina pattugliavano il canale di Mozambico, e per il suo U-177 ci voleva poco per trasformarsi da cacciatore a preda.
Il naso e le guance di Gysae sembravano pi affilati del solito, quando, quel mattino, dovette obbedire agli ordini dell'ammiraglio Doenitz. Non accettare rischi, nessun riguardo; con quelle parole, il grandammiraglio intendeva liberare i suoi comandanti di U-Boote da ogni responsabilit relativa ai salvataggi e, contemporaneamente, dare loro la spiegazione di un ordine che fino a quel momento sarebbe sembrato disumano, e quindi eticamente inaccettabile nella Marina tedesca.
Un sommergibile, per immergersi, aveva bisogno di circa un minuto: tempo pi che sufficiente a un aereo per piombargli addosso e sganciare bombe, molto prima che venisse raggiunta una profondit di accettabile sicurezza. Inoltre, un'immersione rapida presupponeva che il battello avesse i motori in marcia e che non ci fosse equipaggio sul ponte o in torretta, se non al massimo pochi individui in grado di precipitarsi in una manciata di secondi dentro i boccaporti. Ma per salvare dei naufraghi era indispensabile fermare le macchine e impegnare, all'esterno, gran parte dell'equipaggio. In pratica, voleva dire abbandonare lo stato di allarme ed esporsi al rischio di attacchi aerei. Questo fu ci che dichiar Doenitz stesso, per iscritto, parecchi anni
dopo(416), facendo notare che anche la Marina americana, come aveva dichiarato l'ammiraglio Nimitz al processo di Norimberga, seguiva gli stessi criteri dell'ordine Laconia. La deposizione di Nimitz era stata: In via generale, i sommergibili degli Stati Uniti rinunciavano al salvataggio dei naufraghi dal momento che tale operazione li esponeva a rischi inutili e supplementari, oppure quando il salvataggio impediva alla nave di compiere un'altra missione.
Nella stessa dichiarazione, il grandammiraglio tedesco, dopo aver fatto fieramente notare che i documenti presentati a Norimberga stabiliscono in modo certo che, anche dopo il caso Laconia, rifiutai di combattere i naufraghi, aggiunge con orgoglio:
Penso, del resto, che il morale dei sommergibilisti tedeschi non avrebbe potuto rimanere cos
elevato fino alla fine della guerra e ci, nonostante paurose perdite, se avessi chiesto loro di
commettere atti criminali. Tutte le opere straniere di una certa seriet rendono giustizia a questo
eccezionale morale. Churchill, nell'ultimo volume delle sue Memorie, termina il capitolo dedicato
alla guerra sottomarina con questa frase: "Tale era la grandezza d'animo dei sommergibilisti tedeschi".
C' quel gesto che pu lasciare perplessi, quel tentativo, riportato sia da
alcuni testimoni
sudafricani nello scritto di Ian Uys(417), sia da reduci italiani(418), operato da
un paio di membri
dell'equipaggio, che cercarono di armare rapidamente la mitragliatrice di prua, anche se ne furono
poi prontamente bloccati, secondo alcuni da un gesto di Gysae, secondo altri dall'urlo Italiano!,
che fece loro capire di trovarsi in mezzo a una moltitudine di alleati.
Quella corsa a liberare l'arma dai teloni, per puntarla contro i naufraghi, rivela un'intenzione di
sbarazzarsi comunque dei nemici, bench ormai fuori combattimento? Tanti dei
vecchi racconti
ricordano con ovvio orrore quel momento. Le testimonianze sono varie e di fonti diverse; il fuciliere
Eric Manson, che in quel momento si trovava aggrappato a un relitto, accanto a un italiano, non si limita a riportare l'episodio, ma dettaglia:
Pensando che i tedeschi avessero intenzione di colpirci, il prigioniero
italiano e io tentammo di
allontanarci il pi possibile dalla massa dei naufraghi. Il che si rivel poi un errore quasi fatale, perch cos restammo tagliati fuori dal gruppo principale, che fu poi raccolto dai portoghesi.
Insomma, quella minaccia fu cos reale che i due, pur di schivarla, rischiarono ancora di pi.
Eppure, si trattava di una normale prassi di guerra:  chiara disposizione militare che qualsiasi
mezzo, navale o terrestre, che da una situazione di movimento passi a una di azione militare, predisponga le armi in dotazione per fare fuoco immediato. In guerra, a ogni buon conto, si tiene sempre il colpo in canna.
Gysae, dunque, aveva gi ordini precisi in merito a ci che c'era da fare. I due italiani che aveva
accolto a bordo non erano certo in grado di dargli informazioni militarmente rilevanti sul Nova
Scotia, perci, per un po', rest nei dintorni, girando in tondo intorno alla massa fluttuante di relitti, di cadaveri, di sopravvissuti, alla ricerca del capitano.
Ricerca inutile: il capitano Hender, tremendamente ustionato, si trovava in una scialuppa
sovraccarica, semimmersa nell'acqua, sballottata dalle onde che si facevano
sempre pi alte: si stava
scatenando una tempesta. Un giovane marinaio gli chiese quante possibilit di salvezza c'erano;
Nessuna, temo, riusc a replicare. Per quel che lo riguardava, aveva ragione; precipit poco dopo
in una rapida agonia, e probabilmente la sua morte serv ad alleggerire l'imbarcazione quel tanto che
bastava a concederle un minimo in pi di galleggiamento.
L'U-177 non poteva trattenersi troppo tempo nei paraggi: bench la rapidit
della distruzione
della zonatrasmissioni avesse impedito che dalla nave partissero segnali di emergenza, erano gi
stati avvistati due aerei alleati che avevano sorvolato quel luogo, fortunatamente troppo in alto per
accorgersi di ci che accadeva parecchie centinaia di piedi sotto di loro. La base aerea di Saint
Lucia, in Sudafrica, era infatti molto vicina, e restare ancora in zona avrebbe comportato il rischio di un pattugliamento di ricognitori.
Gysae afferr il megafono, non poteva dire altro che quelle parole che molti dei sopravvissuti ricordarono: I am sorry... I am terribly sorry... - Mi spiace, mi spiace tremendamente... informer Berlino via radio... vi sar mandato aiuto... coraggio....
Poi il Leviatano, il mostro degli abissi, si allontan.
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CAPITOLO QUINTO.
BALZAVO SULLE ONDE.
Il salvataggio.
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gl'immortali del cielo abitatori concedanvi espugnar la Priameia cittade, e salvi al patrio suol tornarvi. (Libro 1).
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reprime ei s del suo rancor la vampa per alcun tempo, ma nel cor la cova finch prorompa alla vendetta. (Libro 1).
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Oltre non vada la tenzon, n vi state, o valorosi a consumar le forze. (Libro 23).
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Il capitano De Brito, seduto a un caff della Cidade Baixa, stava cenando(501). Scartato il raffinato ristorante dell'hotel Poiana, dove avrebbe incontrato troppi connazionali che avrebbero attaccato discorso, aveva scelto un tranquillo locale sul lungomare, da cui riusciva a seguire le operazioni portuali. Erano circa le 9 di sera, e il clima caldo-umido di Loureno Marques era ancora opprimente, nonostante la stagione. Il capitano Jos Augusto Guerreiro De Brito aveva esperienza di mare pi che a sufficienza per capire che di l a poco sarebbe piovuto.
Le banchine erano affollate: grazie alla neutralit del Portogallo, i porti delle sue colonie erano tra i pochi luoghi dell'Africa dove i traffici si potessero svolgere con una certa tranquillit, che tornava comoda a tutti i paesi belligeranti. Traffici di ogni tipo: la capitale del Mozambico era un crocevia di commerci, ma anche di spionaggio, dato che era uno dei luoghi del mondo dove, anche in quel periodo della Storia, chiunque, di qualsiasi nazionalit fosse, aveva diritto di restare, di fare ci che voleva e di incontrare chi voleva.
I marciapiedi del lungomare e i moli erano un continuo brulicare di persone, neri, meticci, europei; ragazze avvolte nelle loro capulanas, vecchie donne che vendevano pollo arrosto col piripiri; come sempre succede in Africa, non si capiva se i frequentatori del lungomare fossero sfaccendati o impegnati in qualche attivit, perch i venditori, che se ne stavano accoccolati davanti alle loro ceste di merci, sembravano l non tanto per servire clienti, ma pi che altro per il gusto di scambiare due chiacchiere col vicino. E invece chi passeggiava aveva tutta l'aria di essere molto impegnato a camminare con calma.
Stava sorbendo un sorso di birra, quando vide un uomo in divisa farsi largo tra la folla: in questo caso, per, era chiarissimo che il suo primo tenente era impegnato a cercare lui. Gli fece un cenno:
l'ufficiale lo vide, d'altra parte sapeva dove cercarlo, perch De Brito aveva ovviamente lasciato indicazioni sul luogo in cui poterlo rintracciare; si avvicin al tavolo, salutando gli comunic: Messaggio urgente in codice, signore. Appena arrivato. Firma, carattere di urgenza, caratteristiche del codice, in un periodo di guerra, facevano capire che si trattava veramente di un'emergenza.
De Brito si alz di colpo: Avverta la Estasio emissora locale: faccia richiamare immediatamente a bordo tramite radio i membri dell'equipaggio. Pochi minuti dopo, De Brito era risalito sull'Afonso de Albuquerque, e iniziava a impartire ordini. Fortunatamente, c'era gi acqua a sufficienza per scaldare subito la prima caldaia, e la seconda caldaia fu preparata per entrare in azione al momento di giungere in mare aperto.
L'aviso portoghese si diresse verso quella zona a 28 30' latitudine sud, 33 15' longitudine est, a 180 miglia a sud di Loureno Marques. Sarebbe stata una buona esperienza per i guardiamarina della accademia navale che erano a bordo, in viaggio di formazione.
La nave di cui si parlava nel messaggio era il piroscafo Nova Scotia, quel mercantile che gi compariva nei ricordi di viaggio dell'aviso. Si erano conosciuti anni prima,
in Canada(502).
L'abbiamo gi visto con l'Arandora, con il Laconia: inutile mettersi a descrivere, in termini letterariamente variati, la sorte di chi ci pass. Semmai, diamo la parola ad alcuni di loro.
NAT HERMAN: Un sudafricano sopravvissuto ha detto di avermi visto seduto sul mio relitto, che balzavo sulle onde come se stessi cavalcando in una corsa a ostacoli. Fu l'unica faccenda divertente che vide per tutto il tempo che rest in acqua; e aveva ragione. In un attimo fui preso da un violento mal di mare. Le ondate mi si frangevano addosso, un momento mi sentivo ardere, l'attimo dopo gelavo. Mi sentivo esausto e con una tremenda nausea [...], crampi violenti e bruciore di stomaco, seduto com'ero in quella posizione, ed esposto al vento gelato. [...] Stavo male, ero nudo e completamente solo, su un pezzo di legno, nell'Oceano Indiano. [...] Dopo qualche tempo, forse qualche ora, la corrente mi trasport vicino a una larga zattera carica di italiani. Era strapiena.
Lanciai un grido, o forse furono loro a gridare verso di me, e in qualche modo, non so come, sono riuscito a manovrare in modo da accostarmi alla zattera. Mi sembrava che sarebbe stato meglio morire in compagnia di qualcun altro. Quanto agli italiani [...] avrebbero potuto, ovviamente, buttarmi a mare, ed effettivamente su altre zattere si verificarono atti di violenza. [...] Mi chiesero quando, secondo me, sarebbe arrivato aiuto, e io risposi: "Presto". Ne sapevo quanto loro, ma forse pensavano che io avessi ulteriori informazioni. [...] Poco dopo, la corrente ci trascin vicino un canotto con un soldato sudafricano e un italiano. Provai a farli salire sulla nostra zattera, ma senza riuscirci, perch questa era sovraffollata e il mare era agitato. Purtroppo, il sudafricano era tremendamente sordo. Non riusciva a sentire le mie istruzioni dalla distanza di 2 o 3 metri, a causa del vento e della sordit. Leg il suo canotto alla nostra zattera, e rest con noi per qualche ora, finch la violenza delle onde spezz la fune. Non ero in grado di dirgli cosa
fare, perci il canotto venne trascinato lontano e spar. [...] Sono felice di dire che questo sudafricano si salv. Lui e l'italiano furono gli ultimi a essere recuperati. [...] Ogni mezzora circa mi mettevo in piedi sulla zattera, con due italiani che mi tenevano fermo per le gambe, cercando di vedere il segnale di una nave di passaggio(503).
TINKER BRASS: Verso mezzogiorno abbiamo sentito gli italiani dire: "Gli inglesi se ne
devono andare!". Si trattava della sopravvivenza dei pi forti, e dovemmo lottare per la vita. Ci fu
una zuffa sulla zattera, e gli italiani vennero gettati a mare. Quelli che avevano il salvagente e quelli
che si aggrapparono a relitti vennero allontanati dalla corrente. Rimasero circa venti uomini sulla zattera(504).
Ci furono quindi, durante quel naufragio, gli stessi selvaggi corpoacorpo che abbiamo dovuto
riferire nel caso del Laconia? Non sono comunque ricordate, da parte di chi li salv, le stesse
orrende mutilazioni che vennero riscontrate dagli equipaggi dei sommergibili che avevano
recuperato i sopravvissuti del Laconia. Pi di un sopravvissuto, anzi, riporta di avere condiviso il relitto con uomini di nazionalit nemica.
Per, certo, si combatteva per la propria vita, e in questi casi i pi deboli erano destinati a cedere.
E ricordiamo che gli italiani, negozianti, impiegati, generalmente civili, erano per la maggior parte rimasti per mesi in campo di prigionia: difficile, per loro, competere con giovani soldati, atletici ed esperti, quando in gioco c' la sopravvivenza. Gli episodi si alternano, dalla lotta primordiale alla solidariet pi emozionante.
LORENZO BUCCI(505): Arriva verso di noi un uomo seduto sull'acqua. E un siciliano che ha
trovato un'asse e si  messo sopra. Dietro, col busto fuori, un altro rema con le braccia.  un sudafricano, uno dei due timonieri del Nova Scotia, un ragazzo enorme. Ci raggiunge: "Legare, legare insieme due legni. Altrimenti annegare tutti. Fare croce. Mare grosso, ora. Affogare se non
unire due legni" [...]. Il sudafricano sfila un grosso coltello. Capisce di averci fatto paura e dice: "Io
non volere uccidere. Volere salvare anche voi. Aiutarmi". Ci toglie le cinghie dei pantaloni. Ma
dove ha preso tanta energia? Si tuffa, riaffiora, passa da uno all'altro, [...] riunisce i due rottami a croce, li lega, si rituffa, riappare, scompare di nuovo, sembra proprio un delfino. [...] La notte e tante stelle sull'oceano.[...] Soltanto il ritmo dei nostri denti che battono per il freddo. Uno dice di aver bisogno di riposare. Lo issiamo sul relitto, ma un'onda, poco dopo, se lo porta via e non grida nemmeno. [...] Ogni tanto qualcuno perde i sensi. Pronto, il sudafricano si tuffa e lo recupera.[...]
Siamo in otto, ma prima del mezzogiorno ne mancheranno altri due. Sono impazziti: gridano, ci
prendono a pugni, ci mordono. Vogliono essere salvati, vogliono ucciderci perch non li salviamo,
"perch li vogliamo far morire". Uno alla volta, si staccano dal relitto. [...] Due miliardi di uomini, mormora il sudafricano, non sanno salvare sei naufraghi. [...] Siamo rimasti in quattro. Il morto ha le dita incastrate nel legno. Occorre staccarlo, ma non si riesce. Ci sforziamo, ma le dita resistono:
si sono inserite nella spaccatura dell'asse, si sono gonfiate. "Voltatevi!"
grida il sudafricano, ma i nostri occhi guardano quelle dita bianche e stecchite. A un tratto luccica il coltello del sudafricano.
Uno, due, tre, quattro colpi. Il morto si stacca, affonda.
GEORGE KENNAUGH(506) riferisce invece di avere assistito dal suo relitto a uno scontro in cui un paio di sudafricani volevano, dal bidone su cui galleggiavano, inerpicarsi su una vicina zattera che trasportava alcuni italiani. Gli italiani cercavano di allontanarli, colpendoli con le lanterne di emergenza. Ma un grosso afrikaner, a quanto pare, impensabilmente sollecit Kennaugh, in quanto autorit militare: Fino all'altra sera lei era comandante delle guardie: non pu permettere che quei prigionieri del cazzo ci trattino cos!.
Parole a cui Kennaugh, aggrappato al suo remo, unica sua certezza provvisoria in quel momento, e al diavolo il grado, ovviamente si limit a rispondere: Che diavolo ci posso fare?. Visto che la gerarchia si rivelava impotente, l'afrikaner si arrampic sulla zattera, scaravoltandola in acqua con i suoi occupanti. Kennaugh ne approfitt per mollare il suo remo e abbrancarsi a quel galleggiante pi sicuro, ma fece in modo, dice, di recuperare alcuni italiani. Per aggiunge, indicativamente: Si era in guerra, e Jerries e Ities (tedeschi e italiani) erano l per farci fuori, perci stavamo lottando per sopravvivere. Giusta e pienamente comprensibile la seconda parte di questa frase, mentre decisamente lascia pi perplessi la prima parte: Kennaugh dice che ancora, in quella situazione, considerava gli Ities nemici di guerra !
CARLO DOMINIONE(507): La notte tropicale scese fulminea [...]. Ci trovammo di sorpresa in sette. Un altro se ne era andato, sfilandosi il salvagente, imitato nel giro di un'ora da altri due. La pazzia. Come si poteva sperare? [...] "Pater noster qui es in coelis..."..."Panem nostrum quotidianum..."..."Ave Maria..."..."Sancta Maria, Mater Dei...": un altro zatterino si era accostato al nostro. Ellero recitava il rosario, e i suoi compagni rispondevano, sotto la grande navata del cielo, aggrappati a quelle poche tavole incrociate. Lo chiamai: Ellero mi rispose con un gesto della mano, e con la sua solita voce serena e buona: "Pregate... pregate anche voi... solo Dio ci pu aiutare".
Furono le sue ultime parole. Poi il mare cominci a ingrossare e le onde ci dispersero. [...] E a un tratto un'ondata ci capovolse, rotolammo; sentii uno spigolo strapparmi un fianco. Riacciuffai la zattera non so come; anche gli altri c'erano riusciti. Ma bast quello perch la follia riesplodesse. In due si azzuffavano accusandosi a vicenda di essersi rubato il salvagente, uno aveva afferrato l'altro per il collo e gli gravava addosso con tutto il suo peso; l'altro picchiava sul volto dell'assalitore;
cercammo di separarli; si form un groviglio; un'ondata ci coperse, lo zatterino s'inalber, rovesciandosi nuovamente. Riemersi sputando acqua e sangue, una gomitata m'aveva spaccato un labbro. [...] Colui ch'era stato assalito, non ne aveva per molto. Lo stendemmo sulla zattera; perdeva sangue da un largo squarcio alla gola: il risvolto in corda del salvagente gliela aveva segata. Si lamentava debolmente, ansimando. [...] Io e Salvatore, un ciabattino siciliano, eravamo gli unici sopravvissuti di quella notte di terrore.
ALDA IGNESTI: HO nuotato, credo, per ore. Potevo vedere in distanza una
scialuppa con una piccola macchia rossa a bordo. Valcheria indossava una maglia rossa, ed era facile individuarla.
Ma poi la scialuppa sparisce. Ho cercato, ho cercato tutto attorno. Ero
sfinita. [...] Poi incrociai
un canotto con otto persone attaccate alle sue funi. Qualcuno mi grid: "Si attacchi!" indicandomi i
canapi legati al canotto. Li raggiunsi. [...] Avevo nuotato a lungo nell'acqua
gelata. Indossavo un
paio di pantaloni e una camicia. Si stava facendo buio. Non so se fosse uno scherzo
dell'immaginazione, ma mi pareva di vedere una terra, o delle luci, a distanza.
[...] Abbiamo
trascorso la notte attaccati a quelle funi. [...] Non so come abbiamo passato la
notte, ma ogni tanto
qualcuno voleva lasciarsi andare, e allora lo recuperavamo e lo aiutavamo a riattaccarsi. Tra quei naufraghi c'era un'infermiera, una ragazza sguaiata, che fumava sigari, ma che era molto simpatica.
L'infermiera cominci a cedere. "Dai, attaccati, - le dicevo - attaccati pi
forte che puoi". Ma ero
esausta, e non potevo aiutare lei ad attaccarsi e contemporaneamente salvare me stessa.
Chi fluttuava nell'acqua, disperatamente avvinghiato a un qualche relitto, era martoriato, oltre che dal gelo, anche dal plancton, che a quelle latitudini pu essere particolarmente urticante, e dalle bruciature delle meduse. Ma ancora non bastava: dai fondali arrivava un altro terrificante pericolo.
NAT HERMAN: [...] Ho sentito un italiano gridare. Non ricordo che parola abbia usato, ma ho
visto uno squalo dirigersi verso la zattera. Era lungo sui 2 metri e mezzo,
forse 3. Poco dopo fu
raggiunto da un altro squalo. Abbiamo immediatamente ritirato i piedi, che penzolavano in acqua, e
ci siamo sforzati di restare aggrappati sul legno, fuori portata. Da quel momento, fino a quando siamo stati salvati, gli squali non si sono mai allontanati. Continuavano a minacciarci, restando alla distanza di un braccio circa dalla zattera, e spesso ci nuotavano sotto ed emergevano dall'altra parte.
[...] Il limite della sopportazione umana si raggiunge in fretta. [...] I nostri
due squali sparirono
improvvisamente. Poi sentii qualcuno gridare e vidi uno dei pi grossi esemplari che mai abbiano
potuto vivere nell'Oceano Indiano: era certo pi di 6 metri, e con un colpo di
coda avrebbe potuto
rovesciarci la zattera. Se si erano spaventati i due squali pi piccoli,
figuratevi noi! Per fortuna, poco dopo si allontan e non lo rivedemmo pi. Per i pi piccoli tornarono a minacciarci.
Il caporale KENNAUGH(508), con un amico, Douggie, aveva trovato un relitto, un remo che era
loro parso la salvezza: Il mio compagno e io eravamo ancora attaccati a quel remo, ma la nostra
volont di vivere se ne stava andando. "Non posso farcela," ripeteva il mio amico "non posso
farcela.  pi facile morire che restare vivo in questo modo". Lo supplicavo di tener duro, ma era
inutile. Sembrava deciso a lasciarsi andare, perci gli ho chiesto di lasciare a me il suo giubbottosalvagente. Mentre se lo stava slacciando, improvvisamente gett un urlo e balz fuori dall'acqua
con la parte superiore del corpo. Poi ricadde e vidi l'acqua diventare rossa di sangue, e un suo piede tranciato. In quell'attimo mi accorsi della sagoma grigia di uno squalo che nuotava eccitato all'intorno. Agitando spasmodicamente i piedi nell'acqua, mi allontanai pi veloce che potevo, ma
intorno a me si radun un certo numero di squali, credo che fossero di 1 metro e mezzo - 2 metri.
Ogni tanto uno mi si avvicinava, io mi agitavo freneticamente e questo pareva allontanarli.
TINKER BRASS: Durante la sera e la notte sentivamo uomini urlare, addentati dagli squali.
Non potevamo vedere gli squali avventarsi fuori dall'acqua e azzannare gli uomini, ma sentivamo le urla.
LORENZO BUCCI: In silenzio ci guardiamo, ognuno sperando che sia l'altro, la prossima
vittima. Per cinque o sei volte la morte arriva ad alleggerire il carico del rottame.
Secondo gli studiosi(509), si tratt di un attacco di proporzioni assolutamente inusitate, pare uniche, anche per l'Oceano Indiano; non era mai stato registrato un tale affollamento di squali in un settore marino cos relativamente limitato. Si trattava, secondo il testo di Bass, D'Aubrey e
Kistnasamy(510), di esemplari di una specie all'epoca molto diffusa in acque epipelagiche (profondit maggiore di 200 metri in mare aperto), tropicali e subtropicali: il Carcharinus Longimanus, pi comunemente detto Pinna bianca oceanico, il cui numero  oggi molto ridotto dalla pesca indiscriminata.
Nella testimonianza raccolta da Ian Uys, VIC DAVIDSON, un geniere ventisettenne, si trovava in precario galleggiamento sulla tavola di un boccaporto, insieme a quattro sudafricani. Sotto il loro peso, la tavola restava parzialmente immersa, e i due si trovavano a fluttuare circa mezzo metro sotto la superficie dell'acqua:
Gli squali erano tutto attorno. Parevano centinaia, e i barracuda azzannavano ogni parte dei
nostri corpi che riuscivano a raggiungere. Mi strapparono grossi brandelli di carne dalle gambe.
Domenica, sul tardi, ci si avvicin, trasportata dalle correnti, una vera e propria zattera, formata da barili vuoti e assi di legno, senza nessuno sopra. Due dei compagni che erano con noi sulla tavola decisero di tentare di raggiungere la zattera. Feci appena in tempo a vederli tuffarsi: apparvero due macchie rosse sull'acqua. Per loro era finita. Presi dagli squali. Il mare ribolliva di squali(511), dozzine di uomini furono massacrati(512).
Dominione riporta la voce di IGNAZIO CIMINO di Palermo, uno che aveva cercato di fuggire dal campo di internamento pi di una volta, ma che era stato ripreso e allontanato definitivamente proprio per imbarcarlo sul Nova Scotia. Pare che gli squali (detti anche impropriamente, nei racconti dei reduci, pescicani) attaccassero le grosse zattere, pi che gli zatterini. Cimino ricorda:
Eravamo in diciassette, quando ci raggiunse il carabiniere; l'acqua era limpida e la vedemmo in
trasparenza rossa di sangue. Uno squalo lo aveva addentato al piede. [...] Lo mettemmo al centro, seduto, con il piede in acqua. Era l'unico disinfettante che avevamo. Fu forse per quel sangue che subito dall'inizio fummo seguiti dai pescicani. Ci sfrecciavano attorno: vedevamo le loro pinne
triangolari e quelle orribili bocche quando si rivoltavano. Ma per tutto il 28 e il 29 (novembre,
N. d. R.) non ci diedero fastidio. All'alba del 30 ci accorgemmo che uno di noi, un professore di matematica dell'universit di Asmara, era morto durante la notte. Da un giorno tremava e si lamentava debolmente. Che potevamo fare? Gli frugammo nella giacca per sapere come si
chiamava, perch lo si conosceva solo come il Professore. Non aveva nessun documento. Allora decidemmo di buttarlo in acqua. Dio che scempio! [.. ] L'acqua si arross, spumeggiando, percossa da quei corpi verdastri. Quanti erano? Fu l'inizio della battaglia. Guizzavano da ogni parte, addentavano i bordi della zattera, molto bassa dato il carico, s'incuneavano sotto tentando di rovesciarla. Demmo di piglio ai remi e cominciammo a battere. Non avevamo altro. [...] Si  andati avanti cos fino a quando sono arrivate le lance; anche i portoghesi hanno dovuto difendersi.
L'U-177 si era allontanato, ma il capitano Gysae non poteva far finta di nulla e abbandonare quei disperati, buona parte dei quali erano di una nazione alleata, ad agitarsi tra i flutti. L'ordine
Triton Null era chiaro e lui aveva obbedito, mettendo al sicuro, per prima cosa, il proprio battello
e il proprio equipaggio. Ma l in mezzo aveva lasciato pi di mille persone, un brulicare di relitti, di cadaveri, di vivi, di umanit; aveva dovuto lasciarli, ma non poteva anche abbandonarli. Non poteva per intervenire subito: doveva far passare alcune ore, allontanarsi dal luogo dell'affondamento, rendersi irrintracciabile dalla Guardia costiera sudafricana. Solo alle 14,43 fa partire un radiomessaggio per il Comando, informando di avere affondato, nel quadratino 8325, il Nova Scotia
con pi di 1000 internati civili italiani da Massaua. Due naufraghi a bordo.
Ancora circa 400 su
scialuppe e relitti. Qualche ora dopo, alle 17,37, arriva la secca risposta dal Comando: Continuate
le operazioni. La guerra prima di tutto. Nessun tentativo di salvataggio. Gi. Doenitz non pu che
confermare il suo ordine precedente, il Triton Null, e ripete esattamente le stesse parole: la guerra prima di tutto.
Ma anche a Parigi, dov' la sede del Comando Sommergibili, quei dispersi nell'Oceano Indiano non possono essere dimenticati. Doenitz l'ha sempre detto: si  soldati, ma anche marinai, e non si possono dare ordini che contrastino con il morale dei marinai, col loro senso di umanit. E tocca a chi comanda trovare il modo (quando c', perch non sempre c') di comporre il pi apparentemente assurdo degli ossimori: guerra e umanit. Stavolta non  difficile: il quadratino 8325, nel reticolato dell'enorme carta nautica appesa alla parete di rue Marchal Maunoury a Parigi,  quasi davanti al Mozambico, che  colonia portoghese. E il Portogallo  un paese neutrale.
Dalla Francia, Doenitz informa della situazione il governo di Berlino; perch  da Berlino che deve partire la richiesta ufficiale di intervento. E da l, dalla capitale del Reich, parte il messaggio che, tramite l'ambasciata di Madrid, raggiunge Lisbona; attraverso l'ambasciata tedesca, si richiede al governo portoghese di collaborare per salvare quei disgraziati. Si opera una meravigliosa triangolazione. Proprio quella sera, per una fortunata coincidenza, le comunicazioni tra Lisbona e
Loureno Marques, solitamente difficili, erano abbastanza immediate e chiare.
Mentre i Bucci, i
Kennaugh, i Ratcliff, i Dominione si preparavano ad affrontare la loro prima terribile notte, attraverso l'etere si intrecciavano messaggi in codice, le ambasciate si attivavano, i comandi individuavano le possibili soluzioni.
La soluzione era una nave ben attrezzata, adattissima alla navigazione in ambiente tropicale, gi - fortunatamente - ben rifornita, con i serbatoi di acqua e carburante pieni: l'Afonso de Albuquerque, un aviso, come venivano chiamate fin dal XIX secolo le navi portoghesi da guerra destinate ad essere utilizzate per controllo e pattugliamento nelle colonie. Gli avisos coloniali, trovandosi a dover operare spesso isolati, in territori lontani dalla madrepatria, pur somigliando a cacciatorpediniere per tonnellaggio, avevano una maggiore autonomia. Inoltre, essendo destinati ad operare prevalentemente in climi tropicali, avevano particolari condizioni di climatizzazione e possibilit di refrigerare gli alimenti. L'Afonso de Albuquerque era un aviso di la classe, cio era un incrociatore leggero, ben armato(513), con un dislocamento di 2420 tonnellate e una velocit di 21 nodi. Costruita nel 1934, aveva dato il nome alla sua classe di avisos.
Il 2 ottobre 1942 l'Albuquerque era partito da Lisbona per una crociera di addestramento per guardiamarina. Come previsto, era arrivato in Mozambico il 27 novembre, senza avere fatto nessuna tappa intermedia. La sosta a Loureno Marques doveva essere breve, perci ci si occup subito dei necessari rifornimenti, in previsione della successiva partenza. La rapidit degli approvvigionamenti si rivel poi determinante. Mentre le stive si stavano riempiendo, il capitano e buona parte dei marinai e degli ufficiali erano scesi in citt. Non immaginavano che entro poche ore sarebbero stati protagonisti di un generoso, drammatico intervento di salvataggio.
Il capitano Jos Augusto Guerreiro De Brito interruppe la sua cena per precipitarsi a bordo quando ricevette quel messaggio: Procedere immediatamente a tutta velocit a raccogliere sopravvissuti. Nave affondata h. 9 mattino di oggi. Latitudine 2830' S, longitudine 33 est - 180 miglia sud di Loureno Marques.
Alle 2,30 del 29 novembre, l'Afonso de Albuquerque salp. De Brito conosceva le correnti e si basava sui dati meteo: sapeva che non avrebbe trovato nessuno alle coordinate che gli avevano indicato, che i naufraghi sarebbero stati spinti dalle onde e dai venti verso sudovest. Partendo dal punto dell'affondamento, traccia una rotta parallela alla costa, a una distanza di 8 miglia; inizia a seguire questa linea ideale in lunghi andirivieni, procedendo gradualmente verso sudovest; conta di trovare scialuppe cariche che si dirigono verso terra, trover invece soprattutto relitti, piccoli canotti, naufraghi isolati dispersi dalle onde.
Quel mattino del 29 novembre, un altro messaggio, proveniente dal BdU, il Comando
Sommergibili, raggiunge l'U-177: Due avisos portoghesi partiti verso luogo di affondamento Nova
Scotia. Non ostacolare. Gysae capisce: non gli stanno dicendo ci che  ovvio, cio di non ostacolare i soccorsi che lui stesso ha chiamato. Gli stanno dicendo che i soccorsi sono partiti, e che quindi lui e il suo equipaggio possono ancora sentirsi marinai. Lo comunica rapidamente all'equipaggio: quel che si poteva fare  stato fatto.
Berlino informa che le navi portoghesi sono due: infatti, al salvataggio partecip anche, o avrebbe dovuto partecipare come nave appoggio, un altro aviso, il Gonalves Zarco(514) che, al momento in cui l'Albuquerque salp, era ancorato al medesimo molo: ma a causa
delle cattive condizioni del mare fu impossibile per De Brito mantenere i contattiradio, perci dovette ogni tanto affidarsi ai collegamenti telefonici tramite la stazione locale. Lo Zarco non riusc a raggiungere la zona dove operava l'Albuquerque, tuttavia, a quanto pare, recuper qualche disperso(515).
L'isola di Inhaca chiude a est la grande baia di Loureno Marques, ed  un punto di riferimento.
A partire da l, da Inhaca, De Brito decise di fare decisamente rotta a sud, poi, quando i primi raggi del sole di quel 29 novembre iniziarono a illuminare di traverso le onde, prov a seguire un suo labirinto geometrico, entro il quale era certo di non perdersi: ampi andirivieni a serpentina.
La corrente andava a sudovest, il vento spingeva leggermente da nordest. Jos Augusto Guerreiro De Brito sapeva che dalla sua conoscenza ed esperienza di mare, ma soprattutto da calcoli matematici, dipendeva la vita di centinaia di uomini.
Solo verso mezzogiorno, quando gi erano passate circa trenta ore dall'affondamento, l'Afonso de Albuquerque arriv in zona critica. Ma non si vedeva nulla.
Poi un urlo, chiss chi lo lanci tra i marinai: Eccoli!. Erano le 13,12 quando venne avvistato il primo canotto, e dopo pochi minuti una zattera, E poco dopo un'altra a babordo, e poi due relitti verso sud...
Erano arrivati in zona, ma cominciava per loro la disperazione della scelta: mentre ne recuperavano a sud, ne avvistavano altri a nord, follemente aggrappati ai loro pezzi di legno, ai loro relitti. Alcuni galleggiavano stentatamente su canotti stracarichi, altri disperati segnalavano la loro esistenza con un braccio, mentre con l'altro si avvinghiavano a una tavola di legno, altri ancora sogghignavano folli mentre qualche compagno, pietosamente, cercava di stringere le loro dita a un canapo o una fune di qualche scialuppa.
Davanti agli occhi inorriditi dei portoghesi, gli squali continuavano nella loro frenesia alimentare: anche una donna, quando finalmente vide la nave della salvezza a poche decine di metri, abbandon la scialuppa, su cui fino ad allora aveva trovato rifugio, per raggiungere a nuoto la fiancata da cui pendevano le biscagline alle quali sperava di aggrapparsi: spar tra le onde.
De Brito doveva scegliere: impossibile, assolutamente impossibile, salvare subito tutti quelli che erano avvistati.
Prima scelta: recuperare quelli che non avevano neanche la possibilit di una tavola o di un relitto minimamente stabile, quelli che il Cielo aveva in qualche modo preservato fino a quel momento, nonostante il freddo, la pazzia, gli squali, le ferite, perch fosse lui, Jos Guerriero De Brito, a decidere per loro.
E quindi le scialuppe portoghesi raccolsero per primi gli ultimi degli ultimi, quando potevano: quelli che la vita aveva aggrappato a un remo, a una scheggia di portellone, a un pezzo di trave.
Poi ci fu la possibilit di recuperare due grandi zattere sovraccariche, su una delle quali una sorprendente bandiera azzurra, straccio chiss come recuperato, aveva fatto da utilissima segnalazione per tenerla d'occhio e poi raggiungerla.
Erano le 13,25, e da quel momento De Brito non ha avuto certo altro tempo per
tenere con regolarit il diario di bordo, che si fa spezzettato, drammatico.
Da quel momento tutti capirono che dovevano starsene sui ponti a scrutare quell'ambigua distesa di onde, che non sai mai se vuole farti vedere quel che c' da vedere. Con lunghi meandri, l'Afonso de Albuquerque continuava a battere il mare. Fu alle 17 del 29 novembre, secondo il ricordo del primo tenente, che una scialuppa riusc a recuperare sedici uomini e una donna: ci fu una sola donna sopravvissuta, delle pochissime imbarcate. Quella donna, di cui l'ufficiale non riporta il nome, era Alda Ignesti.
Dopo un'ora circa piomb il tramonto: si accesero le luci di ricerca, si continu ancora per ore, recuperando addirittura sei persone intorno alla mezzanotte.
Alle 22,45, e lo riporta l'ufficiale, fu avvistata o, forse meglio, intercettata una nave: per un attimo si sper in una solidariet di intenti; dalla Albuquerque partirono messaggi per avvertire della situazione, del fatto che poco pi a sud c'erano altri naufraghi. Niente: era una nave da guerra inglese, che si allontan nella notte, spar portando con s anche quella debole luce che l'aveva fatta avvistare (veramente, in un primo tempo, si era creduto che fosse un U-Boot perch, evidentemente, a causa della necessit di oscuramento, aveva solo una fioca luce quasi a livello del mare).
Quella sera, al tramonto, erano gi 112 i salvati a bordo dell'aviso portoghese. Ma De Brito sapeva che erano ancora pochi, e che quella notte tanti non si sarebbero salvati. Eppure, anche nel buio, qualcuno ce la fece. Ecco il diario di bordo, nella trascrizione del primo tenente Gomes Ramos:
20,15 - raccogliamo un naufrago alla deriva.
20,30 - abbiamo l'impressione di vedere una luce di segnalazione Very; dopo avere navigato per
4 miglia senza trovare conferma, mettiamo a 310.
21,05 - correggiamo di 50 per confermare un sospetto di naufraghi. Abbiamo visto una luce rossa a 232 e con l'aiuto delle nostre luci di ricerca abbiamo avvistato una zattera con quattro uomini e accanto un naufrago su un relitto di legno; recuperati dalla nostra scialuppa.
21,40 - un naufrago che nuota. Recuperato per mezzo di una fune.
Dalla mezzanotte alle 4 di mattina, nonostante varie volte venissero accesi i proiettori per esplorare le onde, non si riesce a operare nessun salvataggio. 4,45 - alba. Rotta 210 gradi; 5,45 - un aereo inglese ci sorvola. Scambio di messaggi.
L'alba del 30 novembre aveva il solito colore di acciaio, e quando quell'aereo fu avvistato, gi da un'ora, riferisce l'ufficiale di bordo, stavano navigando tra molte centinaia di cadaveri, eppure, dice sempre l'ufficiale, quel tetro spettacolo neanche li colpiva pi: erano tutti troppo impegnati a cercare di far qualcosa per salvare quelli che, in mezzo a quei cadaveri, ancora lottavano per restare vivi, per non mollare.
In effetti, all'orrore causato da tutti quei corpi per i quali le sofferenze erano finite, si sovrapponeva la drammatica visione dei naufraghi che, agendo con egoismo feroce, difendevano la vita in tragica lotta per un palmo di relitto che altri non volevano cedere, sporchi e bruciati di nafta, con espressioni di orrore nei volti stravolti.
C'era ancora odio tra quei dannati, dopo due giorni di disperazione totale.
Era una brutta mattinata, fredda, col mare che ingrossava sotto il vento che ora veniva da nordovest. Le possibilit di recupero stavano calando. Il diario di bordo, cos stringato, sincopato come un singhiozzo, d l'idea dell'ansia e della febbre, di quel gocciolare dei recuperati; l'ufficiale di vedetta, che aveva l'impressione di navigare tra due ali di cadaveri, annota laconicamente:
08,20 - Salvato un altro
09,00 - uno
09,11 - uno
09,42 - due
09,50 - dodici in una zattera grande e uno in una piccola 10,25 - uno
10,40 - due
10,50 - cinque
11,22 - recuperati diciassette uomini in una zattera grande
11,32 - raccolto un naufrago.
Gli uomini salvati alle 9,50 e alle 11,22 erano su due grandi zattere lasciate a sud il giorno prima: avevano visto la nave avvicinarsi per poi andarsene via, e da cinquantasei ore erano alla deriva, disperando ormai di ogni aiuto. Ma De Brito aveva dovuto fare una scelta: abbandonare le zattere, pensando che quei naufraghi fossero relativamente al sicuro e, nel frattempo, recuperarne altri, in condizioni peggiori. Quella mattina, bench il mare grosso complicasse la manovra, gli viene offerta di nuovo la possibilit di trarre in salvo gli uomini di quelle due chiatte. Il vento rinforzava, si stava avvicinando un fortunale che faceva rollare forte la nave.
Alle 13,13 venne avvistata una zattera con due naufraghi, recuperati alle 13,20; erano un giovane inglese e un anziano italiano che, disperato perch pi di una volta aveva visto la nave avvicinarsi e allontanarsi nei suoi andirivieni, aveva deciso di gettarsi in acqua per porre fine alla proprie sofferenze; il giovane lo aveva prontamente soccorso. Fu l'unico caso a nostra conoscenza di nobili sentimenti di umanit tra naufraghi di nazionalit diversa, annota l'ufficiale Gomes Ramos. Il ragazzo non aveva voluto mollare le speranze. Furono gli ultimi recuperati.
Era il pomeriggio del 30 novembre, il Nova Scotia era affondato il 28 novembre, di primo mattino: quanto tempo era passato? Circa sessanta ore: sessanta ore di acqua, di squali, di ondate, di sete, di ferite tormentose.
Sull'Afonso de Albuquerque il medico di bordo non ha requie: gli hanno assegnato, oltre a un infermiere e al farmacista, un fuochista e tre guardiamarina per gestire al meglio l'assistenza sanitaria. Non avranno rimorsi: per trentasei ore sputeranno l'anima, ma molte vite continueranno grazie a loro. Bisogna esserci stati per saperlo: i marinai, in queste situazioni, trattano chi  stato recuperato come un figlio atteso, come una fresca sposa: anche se tutto sommato stai bene, ti avvolgono nelle coperte, ti costringono a mangiare, ti indicano qualche posto dove puoi riposare, con uno sguardo che dice per il momento non c' altro, purtroppo, fosse per me ti darei un divano da odalisca. Cuoco e assistenti di cucina danno fondo alle scorte imbarcate di recente, in previsione della crociera dei giovani sottufficiali della Marina; marinai dalle mani dure e nodose, come rami d'ulivo, cercano di usare la massima cautela per disinfettare ferite, fasciare arti, socchiudere labbra gonfie in cui infilare qualche goccia di aguardiente o di medicinale. Alcuni guardiamarina hanno gli occhi lucidi quando un giovane ufficiale inglese, nonostante due ore di respirazione artificiale, in cui si sono disperatamente alternati per cercare di tenerlo in vita, cede a un attacco cardiaco.
Hanno recuperato un piccolo essere irriconoscibile, bruciato dal sole e dal sale, impastato di carburante e catrame, con addosso il resto di uno straccio; devono ripulire la pelle con una mistura di acqua e alcool, e solo allora si accorgono che  una donna, l'unica donna salvata: Alda Ignesti, quella che ha nuotato per trenta ore per cercare di inseguire nell'oceano la figlia Valcheria.
Appena ne  in grado, chiede se hanno recuperato la sua bambina; non parla portoghese, ma con un misto di italiano e inglese riesce a farsi capire; nessuno le risponde.
Tutte le cabine e le cuccette sono occupate da un'umanit delirante e dolorante. Gli ufficiali non danno ordini, coordinano: ci sono da distribuire turni, da organizzare squadre, da assegnare uomini a compiti diversi.
Per sono passate sessanta ore, e il comandante De Brito sa che deve prendere una decisione, probabilmente la pi sofferta decisione della sua vita: il mare  ormai molto forte, le speranze ulteriori di recupero sono meno che scarse, e a bordo c' troppa gente tra la vita e la morte. Deve fare i conti con la sua professione, oltre che con i suoi ricordi e i rimpianti per il futuro: il mare monta sempre pi, ci sono tutti i segni di fortunale in arrivo; le possibilit di trovare altri si vanno facendo esigue, ma pur ci sono. Deve scegliere, e in fretta: o dirigersi verso l'ospedale di Loureno
Marques, sperando di salvare chi  stato recuperato, abbandonando quindi eventuali altre vittime; o continuare a pattugliare la zona per cercare di salvare altre vite, sperando che la sua squadra medica continui i miracoli che finora ha operato. La scelta  sua.
Alle 16,15 del 30 novembre Jos Augusto Guerreiro De Brito comunica l'ordine: ricerca interrotta, si torna in porto coi motori al massimo.
Jos Augusto Guerreiro De Brito: bel nome vibrante. Bel carattere, soprattutto.
Il suo primo tenente riferisce di un cacciatorpediniere inglese che si accost a sinistra, mentre stavano dirigendo in porto, e con estrema cortesia formale (ma con notevole arroganza sostanziale), invit l'Afonso de
Albuquerque a fare rotta verso Durban, invito che ovviamente De Brito respinse decisamente, continuando a navigare e sistemando anzi gli uomini ai posti di combattimento, dando cos ai guardiamarina del suo corso una bella lezione pratica di Diritto Internazionale Marittimo(516).
Ma aveva dei bei problemi anche a bordo, nonostante si fosse opportunamente provveduto a tenere separati gli ex prigionieri dalle loro ex guardie.
Fonti di lingua inglese e fonti di lingua italiana concordano sui sentimenti di astio e ostilit che ancora animavano i naufraghi delle diverse nazionalit, anche se certi episodi vengono esposti in maniera talmente teatrale da suscitare qualche sospetto. Ratcliff(517), dopo avere varie volte ricordato episodi in cui inglesi e sudafricani dimostrarono coraggio, tenacia, solidariet, riporta di quando fu avvistato un relitto con un italiano e un inglese. Si tratta forse dei due che vengono citati dal primo tenente come gli ultimi recuperati, dato che Ratcliff annota anche che il loro relitto era uno di quelli
che l'Albuquerque aveva deciso per il momento di trascurare; l'italiano, in modo pulcinellesco e pusillanime, si era perso d'animo, abbandonandosi all'onda da cui era stato naturalmente ripescato dal prode compagno inglese. Poi erano stati entrambi recuperati e, a bordo, l'italiano stava ringraziando con grandi effusioni il suo salvatore (con grandi effusioni, dice Ratcliff, cio come
si conviene a un italiano: probabilmente agitava mani e braccia e gesticolava scompostamente...),
ma venne bloccato dal gelido britannico che, da buon patriota, gli obiett: In acqua eravamo due
esseri umani che lottavamo per sopravvivere. Io ora sono di nuovo un inglese e voi un italiano, cio
nemici e con questo volse le spalle e si allontan.
Si allontan compostamente,  ovvio. C' per da meravigliarsi che sia riuscito ad andarsene cos teatralmente, cio che sia riuscito ad articolare le ginocchia, dopo quel che avevano passato entrambi.
Secondo Dominione(518), il tenente Gallard, un rhodesiano che parlava l'italiano, lo avrebbe ritrovato sul ponte dell'Albuquerque, e gli avrebbe assegnato il compito di compilare un elenco degli italiani salvati, in attesa dello sbarco a Durban. Dominione assicura a questo punto di essere riuscito a frenare a stento la voglia matta di alcuni dei nostri di dargli una lezione. Comunque, intervenne a questo punto il comandante De Brito a rassicurare gli italiani sulla prossima
destinazione a Loureno Marques:  vero, da Durban per radio mi hanno ordinato di portarvi l.
Ma noi siamo neutrali. L'Albuquerque  terra portoghese e qui vigono le nostre leggi. Soprattutto quelle dell'onore e del cuore.... A parte la parola ordinato, che certo non poteva essere usata da un portoghese riguardo a una richiesta sudafricana, l'insieme, anche qui, come per Ratcliff, ha qualcosa di troppo teatrale e artificioso.
Lorenzo Bucci(519) riporta qualcosa di simile, forse lo stesso episodio trasformato nel ricordo e nella leggenda: Quando mi sveglio, forse dieci ore dopo, c' sulla mia testa quella del capitano:
"Gli inglesi volevano che vi consegnassi a loro. Ho risposto che il pescatore sono io e che i pesci li porto a casa mia".
Se guardiamo al neutrale ufficiale portoghese, ci viene confermata una situazione di odio e aggressivit fra i due gruppi:
La tremenda ostilit, che sembrava aumentata da un disastro di tale portata e da una situazione
cos affine per tutti, anzich svanire o placarsi, separava gli ex prigionieri dagli ex carcerieri. L'odio
tra i due gruppi era acerbo, tanto che occorreva tenerli separati, come unico modo per evitare l'esplodere di conflitti....
Gomes Ramos appare turbato da certe reazioni che annullavano i sentimenti umani trasformando gli uomini in belve, da un istinto di aggressivit e sopravvivenza che durante le cupe ore di permanenza in mare aveva spinto all'eliminazione brutale, per una zattera o per una speranza di zattera, di coloro che si trovavano in inferiorit numerica di nazionalit.
Alle 10 di mattina del 1 dicembre, il porto di Loureno Marques era ancora pi animato di come
De Brito l'aveva lasciato qualche sera prima: ragazze, vecchie, venditori, europei a passeggio, caff
affollati. Era giorno di festa nazionale, perch il 1 dicembre 1640 Giovanni IV era diventato re del
Portogallo, cio lo Stato era diventato indipendente dalla Spagna, quindi l'affollamento nelle strade
e sulle banchine era al massimo. E in pi, gi sul molo, ambulanze, infermieri, crocerossine. Una
cucina da campo riforniva i naufraghi sbarcati di caff caldo, panini, vino. E poi c'erano quelli delle ambasciate e dei consolati: composti, educati, con l'aria di essere l per pure esigenze di servizio e per portare solidariet e aiuto ai loro conterranei; e intanto si guardavano bene intorno per
controllarsi a vicenda. Molti erano i laurentini che si affollavano al porto per curiosare, o per
commuoversi, o per aiutare. La voce si era gi sparsa: ne avevano recuperati 184.
Ne erano morti circa 750.
E ci furono casi di salvataggio incredibili, come quello di Eric Manson, che era ormai quasi senza conoscenza quando sent vagamente qualcuno che lo afferrava alle ascelle. Seppe, dopo, di essere stato recuperato da un cacciatorpediniere inglese spedito alla caccia dell'U-Boot che aveva silurato il Nova Scotia. E dovette subire, racconta(520), un'esperienza terrificante: era nell'infermeria
del battello che lo aveva salvato e sentiva le cariche di profondit con cui si dava la caccia all'U-Boot in fuga. E afferma anche Temevo di dovere passare di nuovo attraverso tutta quella faccenda, e i miei nervi andarono a pezzi.
Manson fu considerato dalle autorit militari inglesi l'ultimo sopravissuto recuperato; come dice
Uys, c' da chiedersi se sia vero che, dopo un paio di giorni, alcuni cacciatorpediniere fossero
ancora in giro alla ricerca dell'U-177: il che, dato il pronto allontanamento di Gysae, sembrerebbe
obiettivamente un grosso spreco di carburante.
In una storia cos, occorre stare attenti alle inevitabili leggende che si creano davanti al dramma
di massa.  riportato per esempio da varie fonti(521) la particolare storia di un italiano, l'ultimo naufrago che, a undici giorni da quel che era successo, si aren, ancora miracolosamente vivo, sulle
coste del Sudafrica. Lo raccattarono, a quanto pare, sul litorale di Mtunzini, a nord di Durban. E
dato che le fonti sono tutte sudafricane, quindi, come gi visto, non propriamente propense ad
accreditare la combattivit, la tenacia e la resistenza di un maccaroni, la storia dimostra quanto
l'avvenimento abbia sollecitato l'immaginario collettivo. Non viene, per, mai riportato il nome di
questo naufrago, e undici giorni sembrano francamente un termine alquanto improbabile per
permettere la sopravvivenza.
Si trattava, probabilmente, di quel Saverio Fonzetti(522), ricordato come appartenente alla Regia
Marina da un giornale sudafricano, sul cui resoconto abbiamo gi espresso dubbi. All'Archivio
Centrale di Stato si trova un documento che probabilmente chiarisce le cose. Il 24 maggio 1943 il
Foreign Office scrive alla Legazione svizzera della Croce Rossa, per comunicare che, in
quell'elenco di sopravissuti gi inviato il 26 marzo, si pu aggiungere un altro nome. L'uomo, specifica la nota, fu gettato su una spiaggia dello Zululand sette giorni dopo il siluramento, e si
trova in buona salute presso un campo internamento nel sud della Rhodesia. Si tratta di un Saverio
Ponzetti, la cui moglie Filomena, a Monopoli, presso Bari, pu ora essere avvertita che Saverio 
sano e salvo.
 pi che credibile che il Fonzetti, citato dalla discutibile fonte sudafricana, sia il Ponzetti salvato (non compare alcun Fonzetti negli elenchi dei sopravvissuti trasmessi dalla Croce Rossa al nostro ministero per l'Africa italiana), e che il gi sorprendente numero di sette giorni sia stato aumentato nei ricordi.
A 70 km a nord di Durban, a Zinkwazi, c' una localit che da allora i nativi avrebbero chiamato
Itys Bay: la Baia degli Italiani (Itys, o Ities, era diventata la contrazione di Italians nel gergo sudafricano).
Itys Bay, la Baia degli Italiani,  il luogo in cui le correnti, nel loro strano gioco, spinsero per giorni e giorni decine di corpi, in quei primi di dicembre del 1942. Erano inidentified people - gente non identificata - quindi, certo, l in mezzo c'erano soldati inglesi e guardie sudafricane. Ma di tutti quei corpi non riconoscibili, la maggior parte erano sicuramente italiani, e per questo da loro la baia prende il nome.
A officiare da quelle parti c'era un giovane sacerdote cattolico, uno che poi avrebbe fatto una luminosa carriera ecclesiastica. E quando gli abitanti locali, allarmati, gli comunicarono quello che stava succedendo l alla spiaggia, di quei cadaveri gonfi e violacei che a decine stavano arenandosi, quel giovane prete, Denis Hurley, si precipit alla battigia, organizz squadre di volontari, per giorni e giorni si prodig per ricomporre quei poveri resti irriconoscibili, praticare riti religiosi, procurare di dare loro una degna sepoltura. I giornali avevano gi riferito quel che era successo, sapeva che quelle spoglie erano per lo pi di italiani; lui in Italia, a Roma, aveva abitato per diversi anni, quando studiava prima all'Universit Angelicum(523), poi alla Gregoriana.
Forse, parecchie di quelle salme avevano ancora intorno al collo, come si usava allora in Italia, la medaglietta della prima comunione o della cresima, quel piccolo dono simbolico che non ci si toglieva pi per tutta la vita.
Don Hurley ne raccolse e ricompose 120; nessuno di loro era identificabile.
Furono sepolti a
Hillary, a 15 chilometri a sud di Durban, in tre grandi fosse comuni sormontate da tre grandi croci.
Nel 1982, vennero raccolti in una grande tomba circolare in marmo, sormontata da una stele, rappresentante una colonna spezzata che sorge dalle acque, con la dicitura, in italiano e in inglese, Alla memoria dei figli d'Italia che furono travolti dall'oceano nell'affondamento del Nova Scotia(524).
Il Mozambico, colonia neutrale strategicamente al centro di una zona dove, come abbiamo visto, si conducevano impegnative operazioni belliche navali, era la spy capital(525), la capitale dello spionaggio in Africa meridionale. Davanti a quelle coste passavano convogli e battelli britannici, tedeschi, francesi, giapponesi: ovvio che ci fosse gente incaricata di tenere le orecchie aperte per sapere qualcosa di pi di quel che si riusciva a decrittare dai messaggi radio.
Per di pi, Loureno Marques non era affatto un soggiorno sgradevole: appariva, sebbene un po' scalcagnata, come una specie di resort mediterraneo, con spiagge balneabili, cartoline, souvenirs, caff, ristoranti, e, di notte, cabaret e casinos; con la differenza che il sole era pi caldo e l'aria pi
umida. Cos la ricordava Malcom Muggeridge, spedito l dall'Intelligence Office, col compito di cercare di impedire ai nemici di raccogliere informazioni sui convogli anglosudafricani che si dirigevano verso il Nord Africa lungo il canale di Mozambico.
Dal lussuoso hotel Poiana si potevano controllare sia il porto, sia il movimento degli europei. Ci si incontravano facilmente, tra gli altri, i due rappresentanti diplomatici di Germania e Italia:
Luitpold Werz e Umberto Campini. A leggere quel che ne dice Muggeridge(526), i due appaiono come tipici stereotipi del tedesco e dell'italiano: Werz biondo, roseo, occhialuto e serio, Campini corpulento e tronfio, dal gesticolare stravagante e dal linguaggio fiorito e retorico. In realt, secondo altre fonti(527) pi documentate, Campini si era organizzato una capillare rete di contatti fra prostitute, musicisti e lavoratori portuali a Loureno Marques, oltre ad avere accesso a riservatissime informazioni dal Sudafrica, tali che lo rendevano, agli occhi dei servizi segreti britannici, pi pericoloso di Werz.
In quei giorni, l'agente Muggeridge dice di aver ricevuto un lungo telegramma da un suo collega, destinato a diventare ben pi celebre di lui come spia: Kim Philby, all'epoca capo della Sezione V dell" MI6, Military Intelligence Sezione 6, servizio segreto britannico, sezione incaricata del controspionaggio in Spagna, Portogallo, Gibilterra e Africa. Philby lo avvertiva di cercare di infiltrarsi nell'apparato di Campini, pi che in quello di Werz. Ma nel frattempo il tedesco riusc a continuare le sue attivit di spionaggio in modo intensivo. Tant' vero che alla fine della guerra George Cloete Visser, membro della Commissione Barrett, creata dal governo sudafricano per cercare in Germania documentazione sulle attivit di spionaggio in Sudafrica, riusc a riempire undici volumi con le trascrizioni decodificate dei telegrammi Werz inviati da
Loureno Marques(528).
Muggeridge ammette di avere avuto grosse difficolt a svolgere il suo compito di controspionaggio, e infatti i danni causati dai sommergibili tedeschi furono ingenti. In particolare, pare che Werz fosse molto abile nel comunicare sia informazioni sulle forze sudafricane in partenza da Durban, sia sui convogli di passaggio nel canale di Mozambico.
Il fatto  che non era certo solo a operare a favore del Terzo Reich: se il Mozambico era il centro propulsore dello spionaggio tedesco in Africa, il Sudafrica era uno dei centri pi attivi della rete.
La Storia ha radici lunghe, da mangrovia, un vero groviglio in cui ci si pu invischiare e perdere.
Pur mozzandole, occorre ricordare almeno che il Sudafrica ha visto la lunga, tenace, atroce lotta fra boeri di origine olandese (afrikaner), e inglesi; lotta che in varie, talvolta sanguinosissime, fasi ha opposto due popoli europei in Transvaal, Orange, Natal per quasi un secolo, lasciando dietro di s desideri di rivalsa e vendetta. Trek  una parola boera, e nella zona del Capo dei primi decenni dell'Ottocento non era certo legata ad allegre escursioni, ma alla drammatica marcia, il Grand Trek, che fra il 1834 e il 1844 spinse i boeri all'interno del paese, oltre il fiume Vaal, a formare proprie repubbliche per opporsi all'occupazione inglese della costa. Poi ci fu la violenza della guerra angloboera tra il 1899 e il 1902, quando gli inglesi vinsero, ma, come troppo spesso succede, i vinti afrikaner continuarono a covare la loro ira. Sotto la convivenza, talora, si riscaldavano le braci della vendetta.
Nel 1939 era nato ufficialmente l'Osserbrandwag, la sentinella del carro trainato da buoi(529), quei carri che i boeri avevano usato durante il Grand Trek; chiamato pi semplicemente OB, era un'organizzazione che si proponeva di sostenere l'indipendentismo boero dagli inglesi; si stima che sotto la guida di Johannes van Rensburg, ammiratore del nazionalsocialismo tedesco, abbia raggiunto i 300.000 seguaci, insieme a una propria ala paramilitare, gli Stormjaers(530). Quando la Gran Bretagna, madrepatria dei popoli del Commonwealth, dichiar guerra alla Germania, l'OB si oppose recisamente allo schierarsi del Sudafrica con il fronte britannico, anzi, sperava in una vittoria tedesca, che avrebbe prodotto il crollo dell'autorit inglese, e quindi il crearsi di una repubblica boera del Sudafrica. E dell'OB facevano parte personaggi di spicco anche in politica, come Balthazar J. Vorster e Pietre W. Botha, futuri primi ministri.
E quindi non c' da stupirsi se Radio Germania veniva ricevuta clandestinamente in molte case sudafricane, e se misteriosamente i nemici tedeschi venivano informati di ci che succedeva al porto di Durban. L'ambasciatore Werz riceveva infatti regolarmente in Mozambico rapporti informativi da Felix, ovvero il professore olandese di letteratura H. J. Rooseboom, che agiva clandestinamente a Durban per trasmettergli notizie sui movimenti marittimi in Sudafrica e nel canale di Mozambico.
Per dirne una, che avvenne ancora nel 1944, dopo che la OB era stata ampiamente sconfessata e ostacolata, quando il Reich vedeva ormai il suo tramonto e quando il servizio di controspionaggio era ormai pienamente allertato ed esperto: dal porto di Durban doveva partire un convoglio, segretissimo. Ovviamente l'equipaggio non aveva idea della destinazione, non si sapeva quando si sarebbe partiti, i parenti dei marinai non sapevano nulla di dove mai fossero i loro congiunti, insomma le solite precauzioni. Ma la notte prima della partenza, si sente una voce allegra che, dalla radio tedesca, augura ironicamente all'equipaggio un buona navigazione per la prossima traversata verso Alessandria d'Egitto... e cos anche i marinai sudafricani seppero quando e per dove avrebbero preso il largo.
Una giornalista sudafricana, Janie Malherbie, aveva sposato colui che era stato direttore del Military Intelligence tra il 1942 e il 1948, e lei stessa era stata, in quegli anni, capitano nel Military Intelligence. Nel 1965 pubblic un libro(531) in cui affermava con sicurezza un dato sconvolgente: che il Nova Scotia sarebbe stato colpito sulla base di informazioni di una spia tedesca in Sudafrica, spia che in seguito, sfrontatamente, rivel la sua attivit sotto prudente pseudonimo, tramite una rivista sudafricana in lingua afrikaans. Naturalmente, continua la Malherbie, n l'informatore n i tedeschi sapevano della presenza a bordo di migliaia di internati civili italiani.
Insomma, non  affatto da escludere,  anzi assai probabile, che Gysae non si trovasse in quel quadratino di mare per caso, ma che fosse andato consapevolmente a caccia del Nova Scotia, nave
abitualmente usata per il trasporto di militari nemici, sulla base di informazioni trasmesse dal servizio di spionaggio filonazista sudafricano; e che ovviamente sia stato preso da sgomento quando si accorse che, mentre aveva cercato una preda, aveva invece procurato una vittima.
Malcom Muggeridge, sebbene a quanto pare non riuscisse a evitare la fuga di notizie dall'ambasciata tedesca, ottenne maggior successo quando si tratt di gestire la faccenda di sudafricani e inglesi sbarcati dall'Afonso de Albuquerque. De Brito, come riferisce nel rapporto subito trasmesso al governatore generale della colonia del Mozambico(532), aveva affidato i naufraghi alle autorit della colonia perch fossero internati o meno, a seconda della condizione giuridica di ognuno, come gli era stato ordinato dall'almirante major general dell'Armada portoghese. Quindi, i sopravvissuti, in quanto belligeranti sbarcati in un paese neutrale, avrebbero dovuto essere sistemati nell'Assistncia Pblica, un luogo talmente squallido che anche quei marinai che pensavano, arrivando a Loureno Marques, di disertare, preferivano spesso tornare alle loro navi da guerra piuttosto che essere alloggiati in un posto del genere.
Muggeridge si diede quindi da fare: a poche decine di chilometri dalla capitale mozambicana c'era un protettorato britannico, lo Swaziland, incluso nel Sudafrica. Riusc a corrompere un funzionario di polizia, che garant che, al momento buono, non ci sarebbero stati controlli o intoppi di alcun genere lungo la strada che portava alla frontiera. Cos, con la scusa di una passeggiata domenicale, i sudafricani si avviarono casualmente proprio lungo la strada che conduce verso lo Swaziland. E, casualmente, lungo quella strada, pass poco dopo una decina di taxi che caric quegli strani passeggeri accompagnandoli al confine.
Secondo i ricordi di Vic Davidson(533), dei ventitr sudafricani sopravvissuti, tredici erano stati sistemati in baracche, mentre una decina, gravemente feriti, furono subito portati
in ospedale(534). Qui furono visitati dal console sudafricano e da un paio di connazionali, uno dei quali era una donna, che li avvert di non parlare con nessuno, essendo la capitale infestata da spie nemiche. Nove giorni dopo il loro arrivo, quando ormai si erano abbastanza rimessi, furono avvertiti di stare all'erta, perch si sarebbe tentato di fare fuggire anche loro. I tredici delle baracche avevano gi raggiunto lo Swaziland, come abbiamo visto, quando ognuno degli spedalizzati ricevette un biglietto che riportava un numero di autobus. Al momento giusto, dovevano salire sul bus, scendere davanti al museo, e infilarsi anche loro in uno dei taxi che sostavano davanti all'ingresso. Il giorno seguente, a dieci giorni dal loro arrivo, furono avvisati che era arrivato il momento: o ce la facevano, o rischiavano di restare bloccati in Mozambico per tutto il resto della guerra. Con una certa fatica, riuscirono a convincere un dottore assai perplesso ed esitante (tra l'altro, Davidson riusciva a camminare solo con l'aiuto di una stampella) dell'assoluta e inderogabile urgenza di andare in centro, da un barbiere, a farsi dare una sistemata. Tutti in gruppo, naturalmente. Roba da film.
Quella sera salirono sul bus n 2, scesero di fronte al museo, mostrarono ai due tassisti
parcheggiati l davanti i bigliettini che avevano ricevuto. Vennero accompagnati in un club, dove trovarono la donna che li aveva visitati in ospedale, col marito. Passarono l la notte, e all'alba, con gli abiti civili che gli avevano procurato e i soliti due taxi, si fiondarono anche loro alla frontiera, attesi da un camion che li avrebbe riportati a casa.
I portoghesi furono probabilmente ben lieti di veder sparire quegli ingombranti e imbarazzanti ospiti, e si limitarono a rinviare al console inglese le accuse indignate di Werz e del governo tedesco.
Secondo Alda Ignesti, furono proprio le autorit portoghesi a organizzare il suo rientro in patria.
Lei, unica donna sopravvissuta, era diventata una celebrit, tanto che doveva trasferirsi da un alloggio all'altro per evitare l'assillo dei giornalisti. Non aveva certo voglia di fama, solo di tranquillit: piena di lividi e contusioni, con la pelle orribilmente bruciata dal sole e dalla nafta, non
si dava pace per Valcheria, e a tutti continuava a chiedere se qualcuno dei sopravvissuti avesse visto
la sua bambina. Le autorit della colonia decisero che occorreva fare qualcosa per lei.
Venne accompagnata vicino al confine col Transvaal, le fu mostrato un sentiero che rapidamente, attraverso le colline, la port alla frontiera. Nessuno la ferm. A Komatipoort, poco oltre il confine, alcune persone la attendevano. Venne subito infilata in un treno, e la porta del suo scompartimento fu chiusa perch nessuno potesse raggiungerla e seccarla. A Pretoria, si ricongiunse con la sua famiglia.
Ma gli italiani non avevano un confine sicuro a poche decine di chilometri.
Dove potevano andare, circondati com'erano dalle colonie inglesi e dagli alleati di costoro? Erano l, sconvolti dall'esperienza passata, spaesati, ricoverati tutti in maniera provvisoria, e quasi beati quelli che comunque godevano delle minestrine dell'ospedale Bombarda.
L, presso il porto, c'era un piroscafo italiano,
il Gerusalemme(535), altra nave con una bella storia.
Quante storie si trovano qua e l, solo a incuriosirsi. Splendido piroscafo, il 10 giugno 1940 si trovava purtroppo a Durban, in Sudafrica. Era appena uscito dal porto, quando alle 7 di sera arriv la comunicazione che l'Italia era entrata in guerra. Incalzato dalla Blumfontein Castle, che si era precipitata al suo inseguimento, con l'aiuto di un provvidenziale banco di nebbia era riuscito a rifugiarsi nel porto mozambicano. Con tutte le conseguenze formali del caso, per, perch la nave, in quanto territorio italiano, quindi di paese belligerante, non poteva attraccare in territorio neutrale, ma ebbe tuttavia il permesso di restare ormeggiata al largo del porto. E l rest, per anni. Per tre anni e mezzo, fino al novembre del 1943. Pare che ogni tanto dessero delle festicciole per la comunit italiana di Loureno Marques; e senz'altro chiamarono anche i sopravvissuti del Nova Scotia: erano comunque volti nuovi.
Il Regio Consolato Italiano aveva i suoi problemi: passata la situazione di estrema urgenza, era ovvio che i sopravvissuti del Nova Scotia in Mozambico dovessero essere a carico dell'Italia. Il ministero degli Esteri italiano, occorre dirlo, si dimostr abbastanza efficiente, considerata la situazione; i naufraghi dovettero darsi da fare per campare, tuttavia avevano
quanto meno un minimo di assistenza medica, grazie al dottor Giorgio Del Gobbo, ex sanitario del Gerusalemme, sbarcato all'inizio del 1942. Ognuno di loro riceveva anche dall'Italia un piccolo sussidio, talmente piccolo da doversi arrabattare per rimpinguarlo: il regio console Campini(536), era riuscito a procurare, a testa, 1500 scudi portoghesi. Dovettero arrangiarsi in ogni modo, e anzi, molti furono talmente creativi che restarono in Mozambico anche dopo la fine della guerra.
Alcuni iniziarono con lavoretti da meccanico, da calzolaio, da agricoltore; il Mozambico era una terra in cui c'era spazio per chi si dava da fare(537). Ci fu chi impiant il primo pastificio nella colonia portoghese, come Angelo Cherchi; chi avvi un'attivit nei trasporti, come Mario De Pizzol; chi coltiv papaia e peperoncino, come Francesco Mercuri; chi divenne un apprezzato ingegnere edile, come Vitale Moffa.
E certo ci fu chi, invece, continu a campare alla meno peggio, aspettando di rientrare in qualche modo in Italia. L'attesa fu lunga, per loro non ci furono Navi bianche: solo il 24 febbraio 1946 la nave portoghese Colonial finalmente imbarc, destinazione Lisbona, parte di quelli che volevano rientrare, dal Nova Scotia e dal Gerusalemme. Poi da Lisbona in treno fino a Madrid, poi a Barcellona, poi ancora per mare fino a Genova. Poi a casa(538).
Quando su 30.000 maschi, in un ambiente raccolto come era quello degli italiani in Eritrea, ne scompaiono di colpo 650, vuol dire che praticamente tutti hanno un familiare o un conoscente coinvolto nella sparizione, soprattutto pensando agli stretti legami che univano le famiglie italiane in colonia, come sempre succede tra connazionali all'estero (per di pi, in un'epoca e in un luogo in cui i legami affettivi, sociali e di amicizia erano assai pi vincolanti di oggi).
L'Eritrean Daily News era il quotidiano bilingue che aveva sostituito, dal 17 giugno 1941, il Quotidiano Eritreo(539); solo l'8 dicembre comunic la notizia della perdita del Nova Scotia, con termini commossi, tanto pi che in quell'affondamento erano stati coinvolti elementi di diverse nazionalit, per cui il dramma colpiva entrambe le parti belligeranti:
PERDITA DEL PIROSCAFO NOVA SCOTIA - La popolazione dell'Eritrea, senza distinzione di nazionalit, apprender col pi vivo cordoglio che il piroscafo Nova Scotia, nel suo viaggio da
Massaua a Durban,  stato affondato dai giapponesi.
Il piroscafo, oltre all'equipaggio e ai suoi ufficiali, trasportava un certo numero di signore inglesi e di ufficiali dell'esercito e circa 750 civili italiani che erano in viaggio dall'Eritrea verso il Sudafrica.
Si teme che questo tragico incidente sia costato la vita alla maggior parte di questi, sebbene, secondo ultime informazioni, circa 200 siano stati salvati da un piroscafo portoghese e trasportati a Loureno Marques.
Le pi vive condoglianze sono sentite indistintamente per i congiunti di tutti quelli che hanno perduto la vita in questo tragico evento.
Come sappiamo, non si trattava di giapponesi (comunque l'affermazione conferma la temuta presenza nipponica al largo dell'Africa orientale); e i 750 civili italiani, a dirla tutta, non erano semplicemente in viaggio dall'Eritrea verso il Sudafrica, come si fosse
trattato di una piacevole crociera per spostarsi volontariamente da una parte all'altra del mondo.
Ci volle tempo, naturalmente. Nel frattempo, sarebbero cambiate tante cose.
Nel giugno 1958 padre Mos era in navigazione lungo il Mar Rosso: tornava, dopo ventitr anni, in Italia. L'onda gridava forte, frangendosi contro il tagliamare e lungo la chiglia della nave che lo riportava alla sua provincia lombarda.
Ventitr anni: la conquista dell'Impero, l'entusiasmo, il crollo, gli shift che nel dopoguerra assalivano, depredavano e ammazzavano gli italiani rimasti, costringendoli ad andarsene dall'Eritrea. Lui era sempre rimasto, aveva sempre costruito.
Era tornato ad Add Qual, nel dopoguerra: aveva trovato un paese disastrato, ormai abbandonato dagli italiani, ma pieno di bambini meticci orfani, la pi grande di 9 anni, gli altri fra i 3 e i 5 anni, nudi, mocciosi, affamati e quasi rachitici per la denutrizione. Aveva fatto, scrive testualmente, un patto con santa Rita: non un'invocazione, ma un patto, a muso duro e impegno alla pari.
Poi si era dato da fare per ricominciare da capo.
Il 30 dicembre 1949 Guido Fazi, a nome di Mos da Cal, aveva scritto ad Alcide de Gasperi,
Capo del governo d'Italia, una lettera(540) che lo informava di quel che era stato fatto in un paesino polveroso, perso sull'Acrocoro, per ricordare gli italiani persi sul Nova Scotia, e in generale tutti quelli caduti nel Corno d'Africa:
Non  espressione di retorica, ma affermazione di pura realt, il dire che tutte le monumentali
opere di civilt che illuminano e illustrano i territori dell'ex Africa orientale italiana sono cementati dal sangue e dal sudore di lavoratori italiani.
Nell'uniforme di soldato e nella veste di lavoratore, l'italiano ha percorso palmo palmo queste terre, lasciandovi ovunque l'impronta morale-materiale della nostra civilt.
A migliaia, a migliaia dal 1886 a oggi si possono contare i nostri Caduti e non solo per imprese di guerra, ma anche in opere di pace.
Se  vero che il miglior monumento a ricordo del loro sacrificio sta nelle opere ovunque costruite,  altrettanto da segnalare che solo tre simboli ricordano specificamente e non compiutamente le loro gesta: il piccolo monumento ai Caduti di Dogali, nell'assolata altura omonima, l'Ossario dei morti di Adua in Add Qual, la piccola chiesetta di santa Rita costruita da
un gruppo di operai italiani, nel 1935, a memoria dei loro fratelli Caduti sul lavoro.
Attorno a queste vestigia e nelle ricorrenze annuali, pochi memori italiani ed eritrei si raccolgono pensosi, ma solitamente esse sono circondate da un silenzio che non vuole essere dimenticanza e abbandono, ma non  certo ricordo vivo e palpitante.
Di fronte a questa situazione un ristretto Comitato di volenterosi, sorto per onorare i caduti del
Nova Scotia, trasformatosi in Comitato onoranze caduti in Africa orientale, ha lanciato l'idea di perpetrare il ricordo, di onorare la memoria di tutti coloro che hanno dato la vita per il progresso e la civilt di queste terre, con un'opera feconda di bene: la creazione di un orfanotrofio che raccolga tutti i bambini abbandonati e derelitti, senza distinzione di razza o di religione [...].
Una scuola, un orfanotrofio; e sette lapidi nella chiesa di santa Rita. 631 nomi, uno per uno, da
Abate Nicola a Zudich Marino.
A ricordo
Delle vittime disperse e straziate Nelle acque insidiose di Loureno Marques Il 28 novembre 1942 Con l'affondamento del Nova Scotia Che le trasferiva dall'esilio alla prigionia La piet dei congiunti e dei concittadini Pose
Asmara
Le lapidi sono ancora l, e l, ad Add Qual, io, che di Nova Scotia non sapevo nulla, le ho incontrate, nel gennaio 2005. Da quelle lapidi  nato questo libro; almeno per un altro poco, quelle pietre sono riuscite a tramandare la memoria.
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FINE.
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APPENDICE
Alcuni protagonisti, dopo.

Quale delle foglie, tale  la stirpe degli umani. Il vento brumai le sparge a terra, e la ricrea La germogliante selva a primavera. Cos l'uom nasce, cos muor. (Libro 6).
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Harry De Wolf.
Nonostante il suo dichiarato mal di mare, il viceammiraglio De Wolf, quello che aveva recuperato i naufraghi dell'Arandora Star, fu l'ufficiale canadese pi decorato della Seconda guerra mondiale. Mor il 18 dicembre 2000 a Ottawa, a 97 anni(601). Il suo St. Laurent era destinato a salvare altre vite di naufraghi: dopo l'Arandora, sempre sotto il comando di De Wolf, il cacciatorpediniere recuper tredici dei venti imbarcati sul mercantile canadese Kenordoc, affondato il 15 settembre 1940; il 2 dicembre dello stesso anno, passato il comando a Rayner, riusc a recuperare solo 21 dei 193 marinai dell'incrociatore britannico Forfar; per il giorno dopo, il 3 dicembre, sempre nei pressi del tremendo promontorio di Bloody Foreland, tutti i cinquantatr della nave cisterna Conch furono salvati dalla St. Laurent.
Quanto a De Wolf, continu la sua brillante carriera passando al comando del cacciatorpediniere Haida, che divenne la pi famosa nave da guerra canadese (trasformata ora in navemuseo, ancorata a Toronto, attira ogni anno migliaia di visitatori). Partecip attivamente alle operazioni alleate: per ogni battello affondato, De Wolf incideva una tacca sul ponte di comando dell'Haida, come avrebbe fatto un antico corsaro (riusc a inciderne sette). Riusc, ancora, a salvare quarantaquattro dei 255 naufraghi della gemella HMCS Athabaskan, silurata nel Canale della Manica, durante un'operazione che vedeva impegnate entrambe le navi canadesi.
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Gunther Prien.
L'eroe di Scapa Flow, l'affondatore dell'Arandora, mantenne la sua fama di avvistatore e cacciatore. Rifiut la proposta, fattagli da Doenitz, di passaggio a istruttore, preferendo restare sul suo U-47 finch, in un momento ancora non precisato, tra il 7 e l'8 marzo 1941, fin silurato in fondo al mare, con i suoi quarantacinque uomini.
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Robert Gysae.
Continu la sua carriera; nei mesi di permanenza nell'Oceano Indiano riusc ad affondare ben quattordici navi, per un totale di 87.388 tonnellate(602). Nell'ottobre del 1943 lasci l'U-177 per diventare addestratore di sommergibilisti come comandante della XXV Flottiglia addestramento U-Boote. Fu fortunato a scendere dall'U-177, perch pochi mesi dopo, il 6 febbraio 1944, il suo ex sommergibile fu affondato, colpito da uno dei tremendi aerei Liberator americani nell'Atlantico meridionale, a ovest dell'isola di Ascension. La sua convinzione che il sommergibile doveva guardarsi dal cielo aveva avuto conferma: cinquanta membri dell'equipaggio morirono.
Lui, invece, rimase fino all'ultimo in guerra. Ovviamente, nell'immediato dopoguerra ebbe dei problemi, ma non poi tanto gravi: dopo alcune settimane di prigionia, fece un paio di anni di servizio di punizione, poi rientr nei ranghi della Marina tedesca e segu una carriera gradevole: attach navale all'ambasciata tedesca negli Stati Uniti per quattro anni, poi tre anni come ammiraglio nel mare del Nord (Flotillenadrniral e Commander della Marinendivision Nordsee).
Venne anche in Italia, ospite dell'albergo di Oliviero Freschi a Milano Marittima, uno dei sopravvissuti del Nova Scotia. And in pensione nel 1970 e mor il 26 aprile 1989.
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Alda Ignesti - Robert Taylor.
A Durban, Alda cercava di recuperare i pezzi della sua vita. Era salva, ma aveva perduto per sempre Valcheria. Il capitano Robert Taylor riusc a mettersi in contatto con lei, e i due mantennero una fitta corrispondenza. La proposta di matrimonio, quando giunse, si dimostr non facilmente attuabile: lei aveva perduto la cittadinanza sudafricana ed era diventata italiana quando si era sposata con Gastone Ignesti; si trattava di superare le pratiche per recuperare la nazionalit originaria e potersi unire a un ufficiale inglese. Inoltre, in tempo di guerra, non era facile raggiungere da Durban la Somalia, dove il capitano era stato nel frattempo trasferito. Riuscirono a superare questi problemi e si sposarono a Nairobi il 16 maggio 1944. La loro figlia, nata due anni dopo, si chiam Valerie, un nome scelto da Robert, ma che voleva essere in qualche modo un ricordo di
Valcheria. Lui inizi poi una brillante carriera amministrativa nelle colonie e mor nel 1985. Lady
Alda Taylor gli sopravvisse per diversi anni(603). Nel novembre del 1992 rilasciava a Ian Uys un'intervista per narrare la propria storia.
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Pia Maria Pezzoli.
Rientr in Italia nel settembre del 1943; era rimasta in Eritrea finch aveva potuto, poi la nave bianca Caio Duilio la riport in patria, con gli ultimi. Come era nel suo carattere, si diede subito da fare a cercare lavoro, rispolverando la sua laurea in giurisprudenza; gi dal gennaio del 1944 venne assunta presso l'ufficio legale del Credito Romagnolo, per poi passare all'Ente per la colonizzazione del Delta Padano. Non dimentic mai l'Eritrea, in cui, almeno per qualche tempo, pens anche di potere un giorno tornare (L'Africa era un coltello che le era rimasto piantato nella schiena diceva di lei la sorella) e continu a mantenere rapporti con i suoi amici dell'epoca, eritrei e italiani. Aveva 68 anni, ed era gi in pensione, quando si decise a sposare Ferdinando Corsi, un pluridecorato ufficiale di Marina che aveva conosciuto a Massaua in giovent; lui era uno di quelli che, dopo l'8 settembre 1943, aveva rifiutato di consegnare agli Alleati s e il sommergibile che comandava, e per questo, nel dopoguerra, ebbe una causa penale. Pia mor a Bologna il 18 ottobre 1995(604).
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Nat Herman - George Kennaugh.
Erano scampati al naufragio, ma li attendeva comunque una fine drammatica e improvvisa: entrambi morirono di incidente automobilistico, l'uno nel 1963, l'altro nel 1989(605). Sia Herman sia
Kennaugh avevano lasciato memoriali, articoli e interviste su quanto avevano vissuto nel novembre del 1942.
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Denis Eugene Hurley.
Il giovane sacerdote che si era prodigato per recuperare le salme arenate presso Itys Bay, divenne, nel 1951, il pi giovane arcivescovo cattolico del mondo (era nato nel 1915) e tenne l'arcivescovado di Durban fino alla sua morte, avvenuta nel 2004. Fece parte nel 1961 della commissione centrale preparatoria del Concilio Vaticano II e ricopr prestigiose cariche in vari organismi ecclesiastici internazionali. Fiero oppositore dell'apartheid, nel 1984 venne accusato di aver pubblicato informazioni sulle atrocit commesse in Namibia da un'unit dell'esercito sudafricano: controquerel lo Stato, e il governo di allora, per evitare il rischio di un processo, che avrebbe potuto confermare in tribunale le crudelt dei militari, si ritir prudentemente dalla causa, pagandogli oltretutto 25.000 rand. Nel 1992 pot aggiungere alle sue varie onorificenze, tra cui la
Legion d'Onore, anche quella di Grande Ufficiale della Repubblica italiana(606).
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Jos Augusto Guerreiro De Brito e l'Afonso de Albuquerque.
Quando L'Afonso de Albuquerque stava per salpare da Loureno Marques e continuare la sua crociera, tornando verso Lisbona, una piccola delegazione di sopravvissuti italiani, secondo Carlo Dominione, chiese di salire a bordo dell'aviso. Portavano un dono per il comandante Guerreiro De Brito, che li aveva salvati, una targa d'argento con l'iscrizione, in italiano: I naufraghi italiani del
Nova Scotia come pegno di riconoscimento all'eccellentissimo signor comandante, ufficiali ed equipaggio dell'avviso (sic) Afonso de Albuquerque. Oceano Indiano 29.9.1942, 20 E. F. - Loureno Marques 10.1.1943, 21 E. F(607). De Brito and in pensione come viceammiraglio e si stabil a Lisbona fino alla morte.
La nave era attesa da un destino drammatico, ma glorioso. Nel dicembre del 1961, le forze armate del governo indiano attaccarono le basi portoghesi ancora presenti in India, la principale delle quali era Goa. La Afonso de Albuquerque si batt per la difesa navale di Goa che, curiosamente, era stata conquistata al Portogallo nel 1510 proprio dal suo eponimo, il navigatore
Afonso de Albuquerque. Secondo fonti indiane(608), l'aviso fu costretto alla resa, il 18 dicembre 1961, dal cannoneggiamento della nave indiana INS Betwa, e spinto all'autospiaggiamento. Le fonti della
Marina portoghese confermano sostanzialmente la versione, salvo sottolineare che le fregate indiane
che lo attaccarono erano tre, e che la potenza di fuoco era decisamente a sfavore della Albuquerque(609).  quindi da smentire la pi romantica versione di Uys, secondo cui l'aviso stava in quel momento compiendo un'altra missione di salvataggio, portando cibo all'esausta guarnigione di Goa, operazione per la quale avrebbe ricevuto autorizzazione, salvo poi subire un proditorio attacco. Oltretutto, il comandante de Brito non fu, come dice Uys, tra i sopravvissuti, per il semplice fatto che non era in quel momento imbarcato sulla Albuquerque (comandata nel dicembre del 1961 da Antnio da Cunha Aragao, il quale rimase seriamente ferito nell'azione).
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Malcom Muggeridge.
L'agente inglese in Mozambico divenne poi un famoso scrittore e giornalista.
Qualsiasi buon britannico lo ricorda come editore del mitico Punch, il giornale satirico che nel dopoguerra rimase per decenni simbolo dello humour aristocratico inglese.
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Padre Mos da Cal.
Dopo ventitr anni in Eritrea, rientr in Italia nel 1958 e si stabil nel convento dei cappuccini di Crema. Lasci ai familiari un quadernetto manoscritto con i suoi ricordi di missione, di cui ho ottenuto copia. Mor il 7 luglio 1981.
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I deceduti del Nova Scotia.
Riporto di seguito l'elenco dei deceduti del Nova Scotia, come  riportato nelle lapidi della chiesa di santa Rita ad Add Qual, in Eritrea. Si tratta di sette lapidi nere, ognuna delle quali presenta tre colonne di nomi. La lista non sempre  in correttissimo ordine alfabetico: alcuni nomi, probabilmente dimenticati dal lapicida, sono stati aggiunti a inizio o a fine colonna.
In corsivo, aggiungo i dati da me rintracciati presso l'Archivio centrale dello Stato, ministero Africa italiana, B. 58 - F.6 - Dir. Gen. Affari Politici, Rimpatrio dalle Colonie - affondamento del Nova Scotia, trasmessi dal Comitato svizzero della Croce Rossa. Le localit indicate si riferiscono al luogo presso cui abitavano i parenti a cui trasmettere informazioni (non necessariamente, quindi, corrispondono sempre ai luoghi d'origine).
Questi elenchi sono riportati in copia dattiloscritta su carta velina assai usurata, parzialmente illeggibile, per cui talvolta la lettura  dubbia se non impossibile. Il testo contiene parecchi errori, forse di dattilografia, anche nelle parole inglesi, cancellature e correzioni a penna. Molti nomi sono trascritti con divergenze ortografiche rispetto a quelli di Santa Rita: ho aggiunto, in corsivo, la trascrizione della Croce Rossa. Ho invece direttamente corretto, quando possibile, i nomi di localit, se scritti con errori ortografici, omettendo gli indirizzi delle strade (sono naturalmente a disposizione dei parenti per comunicarli, nel caso il mio aiuto serva ad accertamenti). Talvolta per l'interpretazione  dubbia, ed  contrassegnata da un (?). Le pagine sono numerate da 1 a 14, ma manca la p. 3, per cui da Broccolo, ultimo nome di p. 2, si passa a Ceravolo all'inizio di p. 4.
Nell'intestazione di p. 1 si legge, in un inglese incerto: Embarked at Massaua, Eritrea, [?] novembre 1942, en ruot for Southern Rhodesia, on a scip which wos sunk by enemy
action. La destinazione Rhodesia del sud poteva forse essere la meta finale di tutti o di parte degli internati, dopo l'approdo a Durban. Si aggiunge inoltre: Notes, name and addresses of nex of kin are given, as far as can be established, from names and addresses of nearest relatives in Italy shown on their Registration Forms (Relazione Personale). Pi che di relazione personale, si trattava evidentemente di un modulo di registrazione su cui gli imbarcati dovevano indicare i parenti pi prossimi e il loro indirizzo. Si conclude con un inquietante: In questa lista sono inclusi due uomini
che, a quanto riferito, sono stati raccolti dal sottomarino che affond la nave. La loro identit 
sconosciuta. Tuttavia, probabilmente dopo che l'elenco dattiloscritto fu trasmesso al ministero
italiano, si ebbe notizia di almeno uno dei sopravvissuti raccolti a bordo del U-177: sotto il nome di
Palomba Gennaro, c' l'annotazione a mano, in corretto italiano, raccolto a bordo del sommergibile tedesco. Infatti, Gennaro Palomba non risulta nell'elenco di Santa Rita. Dato che per il resto i due elenchi coincidono, si pu ipotizzare che l'altro nome fosse incluso nel foglio 4, quello mancante.
Come gi evidenziato nel testo (pag. 198), la lista della Croce Rossa comprende anche il nome di
Fonzetti Saverio di Monopoli (BA), considerato deceduto, poi rintracciato in un ospedale sudafricano.
Inoltre, c'era stata evidentemente, come spiegato nel testo, una certa confusione negli elenchi degli imbarcati, per cui alcuni nomi non risultano nell'elenco di Santa Rita, ma sono indicati come affogati negli elenchi compilati dalla Croce Rossa.
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NOTE.
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Introduzione.
1. I banditi eritrei che, soprattutto nell'immediato dopoguerra, attaccavano ripetutamente gli italiani rimasti in Eritrea e le loro propriet.
2. A. Pavolini, Disperata, Vallecchi, Firenze, 1937, pp. 24-25; Alessandro Pavolini (Firenze 1903
- Dongo 1945) fu poi ministro della Cultura Popolare (1939-1943), direttore del Messaggero e, dopo l'8 settembre 1943, segretario del partito fascista repubblicano. Catturato con Mussolini, venne
fucilato.
3. V. Beonio Brocchieri, Cieli d'Etiopia, Mondadori, Milano 1936. Personaggio estremamente interessante ed estroverso, giornalista del Corriere della Sera, scrittore, grande viaggiatore, aviatore, fu professore di Storia delle Dottrine Politiche presso l'universit di Pavia dal 1942 al 1977. Date eloquenti rispetto alle sue riconosciute e incontestabili capacit di intellettuale.
4. A. Lessona, Relazione sullo stato della preparazione in Eritrea a fine maggio del 1935, del 21 giugno 1935, punto X, integralmente riportata in G. Rochat, Militari e politici nella preparazione
della campagna d'Etiopia. Studio e documenti, Franco Angeli, Milano 1971, pp.
436-437.
5. C. Poggiali, Diario AOI 13 giugno 1936 - 4 ottobre 1937. Gli appunti segreti dell'inviato del Corriere della Sera. Longanesi, Milano 1971, p. 34, cit. in G. Dore, Scritture di colonia. Lettere di Pia Maria Pezzoli dall'Africa orientale a Bologna (1936 - 1943), Patron, Bologna 2004, p. 12.
6. Traggo le notizie su fr Mos dal suo memoriale, gentilmente rilasciatomi in copia dagli eredi, la famiglia Sironi di Carate Brianza. Fr Mos  ricordato con stima, oltre che nei testi sopra citati,
anche in F. Roversi Monaco, Africa come un mattino, Tamari, Bologna 1969, pp. 401, 445. Mos da Cal, nato a Cal, nel comune di Carate Brianza (MI), il 10 ottobre 1900, come Luigi Sironi, fece la vestizione religiosa da cappuccino il 28 agosto 1921, a cui segu la professione religiosa perpetua a Cremona l'8 settembre 1925. Fu ordinato sacerdote nel Duomo di Milano il 14 giugno 1930 e mor a Bergamo il 7 luglio 1981. Ha lasciato un quaderno manoscritto di novanta pagine, datato Como, 9-3-1960, per ricordare i ventitr anni trascorsi come missionario in Eritrea, fra il 1935 e il 1958.
7. Piccola popolazione eritrea, presso cui Padre Mos trascorse alcuni anni di missione, nel villaggio di Bimbilna.
8. Ricordata nel memoriale di Mos da Cal come madre superiora della Nigrizia suor Celestina
Baroni, impegnata all'ospedale di Massaua.
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Capitolo Primo.
101. www.scotsitalian.com/internment. htm.
102. Una ricca collezione di suggestive immagini dell'Arandora Star  visitabile nel sito della Blue Star Line, www.bluestarline.org/arandora.htmi
103. Si fa riferimento all'intervento del console britannico di Firenze, Moira MacFarlane, alla prima visione del documentario Arandora Star, la tragedia dimenticata, a Lucca, il 10 settembre
2004, durante la proiezione del quale ella dichiar: Per la Gran Bretagna questa  l'ombra pi scura negli archivi storici della guerra - un fatto di cui ci vergognavamo troppo per poterlo riconoscere e del quale, solo dopo mezzo secolo, siamo riusciti a prendere atto.
104. L. Sponza, Gli italiani in Gran Bretagna: profilo storico, Altreitalie, gennaio-giugno 2005, Fondazione Giovanni Agnelli Editore.
105. Dalla testimonianza di Peter Muccini, in
www.scotsitalian.com.
106. G. Zelli, 11 ultimo viaggio d Decio Anzani, Il Resto del Carlino, Forl 22 gennaio 2003 ;
Alfio Bernabei ha dedicato alla figura di Decio Anzani una larga parte del suo fondamentale Esuli ed emigrati nel Regno Unito, Mursia, Milano 1997; sulla situazione degli emigranti italiani e sull'ultimo viaggio dell'Arandora Star, il pi recente studio italiano  quello di M. S. Balestracci, Arandora Star, una tragedia dimenticata, Il Corriere Apuano, Pontremoli (MS) 2002.
107. P. De Ambrosis nel sito Internet: www.digilander.libero.it/lacorsainfinita/deserto/prigionieri/affondamentoarandora.htm
108. La situazione  ben spiegata da E Lafitte, The Internment of Aliens. Penguin, Londra
novembre 1940, citato da A. Bernabei, op. cit., p. 180.  da notare come, ammirevolmente, Lafitte presentasse e stigmatizzasse tale situazione proprio nel periodo stesso in cui i fatti si verificavano.
109. Sulla situazione dei prigionieri nei campi di transito e di internamento, E Lafitte, op. cit. e P.
& L. Gillman, Collar the Lot, Quartet Books, Londra 1980.
110. A. Bernabei, op. cit., p. 216.
111. Limentani sopravvisse al naufragio, divenne collaboratore della BBC, la celebre Radio Londra, nei programmi propagandistici destinati agli ascoltatori italiani (L. Sponza, op. cit.).
112. A. Bernabei, op. cit.,p. 176.
113. Episodio ricordato da Limentani in un'intervista riferita in A. Bernabei, op. cit., p. 178.
114. www.scotsitalian.com/internment.htm.
115. N. Gstrein, nel romanzo Gli anni inglesi, Einaudi, Torino 2003 (prima edizione: Suhrkamp
Verlag Editore, Frankfurt am Main 1999), narra la storia di un ebreo viennese, Hirschfelder, emigrato diciottenne in Inghilterra per sfuggire ai nazisti. Deportato con altri tedeschi in campo di internamento sull'isola di Man, giocher a carte con un prigioniero, ponendo come posta l'imbarco sull'Arandora Star. Pur essendo una trama di fantasia, l'autore si  chiaramente documentato, visitando le baracche del campo sull'isola di Man, e trasmettendo il clima di timore collettivo degli inglesi per una possibile, imminente invasione tedesca dalla Manica (erano rimasti ovviamente sconvolti dal rapidissimo avanzare delle truppe hitleriane fino alla costa francese), il clima di improvviso sospetto nei confronti degli immigrati, lo strisciante antiebraismo britannico. L'angoscia
degli internati sopravvissuti venne accentuata dal fatto che, quando nel dopoguerra rientrarono dai campi, erano guardati con ostilit da chi aveva dovuto sopportare i feroci bombardamenti sulle citt, pensandoli al sicuro sulle isole.
116. L. Sani, La strage dell'Arandora Star - a bordo anche Fuchs - rivel i segreti della bomba H, in QN, 25/1/2003.
117. La Adolf Woermann era una nave passeggeri, della Woermann Linie; costruita ad Amburgo
nel 1922, stazzava 8577 tonnellate. Mentre tornava ad Amburgo da Lobito, nell'Africa occidentale
portoghese (ora Angola), con un carico di passeggeri, venne intercettata al
largo di Ascension
dall'incrociatore britannico Ajax - secondo altre fonti, dalla Neptune; a quanto pare, quando
ricevette il segnale di fermarsi l'equipaggio prefer l'autoaffondamento. Solo nel testo della
Balestracci si dice che si trattava di marinai catturati in Francia, mentre i siti www. theshiplist. com, www. nztec. org e www. mareud. com parlano di autoaffondamento nei pressi di Ascension, comunque nell'Atlantico. (Altre informazioni in K. Heinz, Deutschlands Handelsschiffe 1939-1945,
Stalline, Oldenburg 1974, p. 18 e in L. Dinklage, H. J. Witthoeft, Die Deutsche Handelsflotte 1939-
1945, Band II, Musterschidt, Frankfurt 1971, p. 76).
118. Maria Serena Balestracci, nel suo libro, evidenzia l'importanza della sistemazione dei prigionieri, attuata in maniera sostanzialmente casuale tra i sei piani della nave. Chi, al momento del siluramento, si trovava ai piani superiori, ebbe ovviamente molte pi possibilit di quelli che erano
al piano A, quello inferiore, tanto pi che nel buio che era piombato sull'Arandora era quasi impossibile, soprattutto per gente poco pratica, trovare la via d'uscita verso i ponti.
119. L'orario  quello indicato sia da alcuni testimoni sopravvissuti, sia dal citato sito della Blue
Star, anche se, secondo Bernabei, i documenti ufficiali del governo parlano di una partenza avvenuta poco prima della mezzanotte, quindi il 30 giugno.
120. www. bluestarline. org/ bluestar_ history. htmi.
121. Ironia della sorte, nel 2001, la Blue Star Line, divenuta nel frattempo
Star Reefers, venne
trasferita a proprietari norvegesi e, dopo novant'anni, i Vestey rinunciarono al ruolo di armatori, continuando comunque ad avere considerevoli investimenti nel campo dell'allevamento
e dell'agricoltura in Venezuela e Brasile. Nel 2002, addirittura, si form la Reederei Blue Star, con
base ad Amburgo, cantieri in Corea (della Hyundai) e proprietari tedeschi!
122. Nessuno  ancora riuscito a chiarire il numero esatto dei trasportati, n delle vittime, il che credo sottolinei la situazione di confusione e di ammassamento: Tra le varie fonti documentali da
me utilizzate c' una sorprendente, e talvolta notevole, discrepanza di dati. Riporto di seguito le
cifre rintracciate: - per M. S. Balestracci, op. cit.: equipaggio 174, morti 42 (sopravvissuti 132);
civili di lingua tedesca 238, italiani 712, militari tedeschi 240, per un totale di 1190 circa (la
Balestracci nota giustamente come in effetti sia difficile stabilire sia il numero di imbarcati, sia il numero delle vittime, che sarebbero state 446 italiane, 175, sempre circa, fra tedeschi e austriaci);
militari inglesi 200 circa di cui morti 37 (sopravvissuti 163). Totale 1564 circa; per H. Ritschel,
Kurzfassung: Kriegstagebuecher Deutscher U-Boote 1939 - 1945, Korntal 1997: equipaggio 176, di cui sopravvissuti 119 (morti 57); internati civili, prigionieri di guerra, marinai tedeschi col loro comandante 1178, di cui 586 sopravvissuti (morti 592); militari inglesi 254, di cui sopravvissuti 163 (morti ben 91 -  uno dei dati pi discordanti). Totale 1608; per la Blue Star Line.: equipaggio 174, morti 53 (sopravvissuti 121); civili di lingua tedesca 479, militari tedeschi 86 (altro dato fortemente discrepante rispetto alla Balestracci), quindi in tutto 565 tedeschi, di cui morti 243 (sopravvissuti 236); italiani 734, di cui morti 470 (sopravvissuti 264); militari inglesi 200, di cui 37 morti (sopravvissuti 163). Totale 1673.
123. Dall'U-43, al largo del golfo di Biscaglia, in posizione 4659' N, 1217' O.
124. Durante la guerra, la Blue Star Line perse nell'insieme ventinove navi, pi sedici che vennero danneggiate pesantemente (oltre a quelle, la maggioranza, che subirono comunque attacchi marini e aerei, restandone in qualche modo colpite). Tutte le superbe gemelle da crociera di prima classe, che iniziavano con la lettera A, Avelona, Arandora, Almeda, Avila e Andalucia furono perse e colpite da U-Boote. Alcune navi della compagnia andarono perdute a causa degli attacchi italiani: tra queste ricordiamo la Scottish Star, a opera del sommergibile Torelli, la Celtic Star, colpita dal sommergibile Finzi, e la Imperial Star, centrata dalla nostra aviazione (www. bluestarline. org/ blue_ star_ line_ war_ loss_ map_1939.htmi).
125. D. Schindler, J. Tornan, Droit des conflits arms: recueil des conventions, rsolutions, et autres documents, Comit International de la Croix Rouge Editore - Institut Henri Dunant, Genve
1996, raccoglie tutta la documentazione relativa alle convenzioni internazionali in materia di conflitti.
126. Per una visuale generale del comportamento dei diversi stati nei confronti dei prigionieri di guerra, G. Pavan, Hell Ships: la storia delle navi da trasporto prigionieri (1940-1945), Prospettiva, Civitavecchia 2005.
127. www. uboat. net/ men/ training/ preparations. htm
128. Per informazioni sull'attacco di Prien a Scapa Flow, F. Ruge, Scapa Flow 1919: la tragedia della flotta militare tedesca, Mursia, Milano 1980, pp. 201-202. Il testo  dedicato all'autoaffondamento delle navi della Marina militare tedesca (11 corazzate, 13 incrociatori, 50 torpediniere!), che nel giugno del 1919, dopo essere state internate a Scapa Flow alla fine della
Prima guerra mondiale, vennero volontariamente distrutte dagli equipaggi su ordine dell'ammiraglio von Reuter. Tuttavia l'Epilogo tratta in modo dettagliato della conduzione dell'operazione di Prien.
Penso che noi italiani, abituati all'autocritica per quanto riguarda la burocrazia e la superficialit, possiamo per una volta sentirci alla stregua degli inglesi. A quanto pare, infatti, si sapeva che l'unico punto debole della baia di Scapa Flow era lo stretto di Kirk, che era forzabile da un sommergibile, per sbarrare il quale era previsto l'autoaffondamento di una nave, ma il ministero del Tesoro giudic troppo costosa la nave scelta a tale scopo, le trattative si trascinarono, e soltanto
il 13 ottobre 1939 il rimorchiatore con la nave acquistata lasci il Tamigi. Peccato che, proprio
nella notte fra il 13 e il 14 ottobre, Prien sia riuscito a entrare nella rada col suo U-47. Non solo: dei
4 siluri lanciati dall'U-47, solo uno raggiunse la corazzata, a causa d difetti di costruzione, e non
sarebbe stato di per s sufficiente all'affondamento; ma gli inglesi, testardamente convinti
dell'inattaccabilit di Scapa Flow, a tutto pensarono tranne a un attacco da
U-Boot, e non lanciarono
alcun allarme antisommergibile. Tant' che Prien, con notevole sangue freddo, ebbe il tempo di
ricaricare i tubi lanciasiluri e sparare, dopo venti (sic) minuti, altri tre siluri, che furono stavolta
determinanti: sui fondali di Scapa Flow giacciono ancora i corpi di ventiquattro ufficiali e ottocento
marinai della Royal Oak. Quando nel 1957 l'Ammiragliato britannico propose il recupero della
nave, un'ondata di indignazione da parte dei parenti dei defunti, imped il programma, per cui si
decise di lasciarli l in fondo, in pace con la loro nave.
129. www. picinisco. net/ arandorastar/ index. php.
130. All'inizio della guerra gli U-Boote disponevano di siluri termici tipo G 7A, e di nuovi siluri G
7E, a propulsione elettrica e acciarino magnetico. Questi ultimi avevano il vantaggio di essere
praticamente invisibili, ed esplodevano, anzich contro la fiancata, sotto lo scafo nemico,
procurando perci danni maggiori dei siluri tradizionali. Tuttavia erano pi lenti dei siluri ad aria
calda e davano un sacco di problemi di malfunzionamento, che si evidenziarono in particolare
durante la campagna di Norvegia (E. Bagnasco, I sommergibili della Seconda guerra mondiale,
Albertelli, Parma 1973, p. 60), tanto che per un certo periodo vennero ritirati e reimpiegati poi con
successo solo dall'estate del 1941, grazie a opportune modifiche. La contemporaneit dei fatti alla
campagna di Norvegia, nonch i problemi di malfunzionamento verificatisi con l'ultimo siluro, mi
fanno pensare che l'U-47 fosse fornito di G 7E.
131. Ringrazio Ken Deshaies, che mi ha trasmesso le sue copie, relative ai giorni di mio interesse
per questo studio, dei KTB, i Kriegstaegebucher, cio i diari di guerra di U-47
e U-156 pubblicati
tra il 1997 e il 2008 da Herbert Ritschel, Kurzfassung: Kriegstagebuecher Deutscher U-Boote 1939
- 1945, Korntal (a oggi, sono usciti i KTB dall'U-1 all'U-380). L'orario riportato sul diario di guerra
 7,29, in quanto, sugli U-Boote, si usava generalmente indicare l'orario estivo tedesco, che  un'ora
avanti rispetto a quello estivo inglese. Ho per ritenuto opportuno utilizzare qui, e di seguito,
l'orario estivo inglese, cio quello del teatro delle operazioni.  da notare che anche riguardo ai
tempi le fonti discordano: per esempio, secondo il sito della Blue Star Line l'avvistamento sarebbe
stato gi alle 6,15; faccio riferimento, per la sua maggiore attendibilit, al KTB dell'U-47.
132. Indico 6,58 come ora locale, mentre 7,58  l'ora indicata sul KTB, il diario di bordo, che
faceva riferimento al CET, il Central European Time, ossia ora di Berlino, come normalmente si
usava sui diari di bordo dei sommergibili.
133. www. bluestarline. org/ arandora. htmi.
134.  ovvio, ma  bene specificarlo, anche per rispetto verso eventuali parenti viventi, che queste
sensazioni e accadimenti non possono essere documentabili. Ho solo utilizzato i nomi di alcuni
passeggeri deceduti per esemplificare quanto pu essere accaduto a tanti durante
quei terribili, ultimi momenti.
135. A. Bernabei, op. cit.
136. A. Trizzino, Sopra di noi l'oceano, Longanesi & C, Milano 1967, p. 199.
137. M. S. Balestracci, op. cit., pp. 81-82.
138. Fu l'EmiliaRomagna ad avere il maggior numero di vittime, ben novantadue, di cui, a
dimostrazione di ci che ho chiamato una sorta di processo di cristallizzazione dell'emigrazione, addirittura quarantotto provenivano da Bardi, un paesino arroccato intorno al suo castello tra i monti
dell'Appennino parmense. A Bardi, nel 1968, nacque il Comitato pro Vittime dell'Arandora Star, per ricordare i compaesani morti il 2 luglio 1942 con una cappella nel cimitero locale e una via
dedicata alla nave, nonch per promuovere ricerche sull'accaduto. Ultima pubblicazione  stato il
testo di M. S. Balestracci, op. cit.. Con la collaborazione della Balestracci  stato poi realizzato, nel
2004, il film Arandora Star, la tragedia dimenticata, regia di Paolo Bertola.
139. L. Peillard, Il caso del Laconia, 12 settembre 1942, Garzanti, Milano 1963, Appendice, Documento 8, p. 303.
140. www. uboatarchive. net/ BDUKTB30268.htm.
141. L. Peillard, op. cit., p. 288.
142. M. S. Balestracci, op. cit., p. 93; la Balestracci riporta in proposito il testo di Lafitte, op. cit.
143. www. picinisco. net/ arandorastar/ index. php
144. Portati prima in Scozia, i prigionieri italiani sopravvissuti dovettero affrontare nuovamente un
viaggio in mare di due mesi per essere inviati nei campi di internamento australiani (Arandora Star, la tragedia dimenticata). Parecchi di loro furono imbarcati sulla Dunera, 3000 a bordo per una
capacit massima di 1500 persone, che il 12 luglio venne attaccata, senza gravi
danni, dal
sommergibile U-56 (P. & L., op. cit., A. Bernabei, op. cit, e M. S. Balestracci,
op. cit.). Tuttavia,
l'emozione suscitata dal disastro fece s che in seguito le misure di sicurezza nei confronti dei
prigionieri civili venissero allentate, e che comunque i campi di internamento fossero allestiti
esclusivamente nel territorio nazionale. Due presidenti della Repubblica si sono ricordati
dell'Arandora Star, il primo fu Francesco Cossiga, che nel luglio del 1990, ricordando il
cinquantenario dell'affondamento, nomin Cavalieri i pochissimi sopravvissuti ancora vivi. Ma in
quell'estate, come fa giustamente notare Lorenzo Sani sul Resto del Carlino del 18 gennaio 2003,
in un'Italia totalmente immersa nei Mondiali di calcio organizzati in casa, la notizia non trov
spazio sui giornali e tigg. Poi, Carlo Azeglio Ciampi, nel novembre del 2003, ha inviato un
messaggio al sindaco di Bardi, il paesino dell'Appennino parmense percentualmente pi colpito nel numero di vittime, esortando a non dimenticare (cosa che comunque, almeno al momento attuale, i bardigiani si guardano bene dal fare).
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Capitolo Secondo.
201. Non per intento polemico, ma per pura constatazione, ho controllato sui pi diffusi manuali di
storia in adozione nell'ultima classe delle scuole superiori. Nessuno parla di
Oceano Indiano, o di
Sudamerica; addirittura, zone europee, come la penisola scandinava, sono decisamente e platealmente trascurate.
202 La Germania, fino all'agosto del 1939, aveva 55 sommergibili contro i nostri 107 (115 al 10 giugno 1940, quando entrammo in guerra). E non vale dire, col solito masochismo italico, S, ma
roba vecchia, malmessa...; parecchi esperti concordano sul fatto che, a quella
data, le
caratteristiche tecniche principali dei battelli delle diverse marine erano pressoch equivalenti (E.
Bagnasco, I sommergibili nella Seconda guerra mondiale, Albertelli, Parma 1973,
p. 39) e che alla
vigilia della Seconda guerra mondiale, la flotta sottomarina italiana era
stimata la prima nel mondo,
non soltanto per numero di unit, ma per l'addestramento dei suoi equipaggi e la
perizia dei suoi
ufficiali (A. Trizzino, Settembre Nero, Longanesi & C, Milano 1968, p. 7). Come sappiamo and
perduta ma, almeno in quel caso, non fu colpa dei mezzi n dell'impreparazione.
203. B. Bizley, UBoats off Natal: the local Ocean War, 1942-1944, in Natalia, Journal of the
Natal Society, nn. 23 e 24, Dicembre 1993 e Dicembre 1994, scaricabile da
www. fad. co. za/ Resources/ contribs/ bizley/ UBoats. asp, 13 settembre 2004; riguardo al numero di
navi perdute, Bizley cita C. J. Harris, War at sea: South African Maritime Operations during World
War II, Ashanti Pubi., Rivonia 1991, pp. 336-337.
204 Per pi dettagliate informazioni sulla situazione militare dell'Oceano
Indiano, P. Kemp, I
guerrieri degli abissi: storia dei mezzi d'assalto subacquei, Longanesi & C, Milano 1988, pp. 116-
134.
205. I Siluri a Lenta Corsa; l" SLC (detto anche, scherzosamente, Maiale) era un siluro a motore
elettrico pilotato da due persone, che lo guidavano sotto la carena della nave da attaccare, vi
agganciavano la testa esplosiva, fornita di spoletta a tempo, e cercavano poi
ovviamente di
allontanarsi il pi rapidamente possibile (pur sapendo di avere altissime probabilit di essere,
quantomeno, catturati); nella notte fra il 18 e il 19 dicembre 1941 tre SLC, portati dal sommergibile
Scir, al comando del tenente di vascello Luigi Durand de la Penne, forzarono il
porto di
Alessandria, mettendo fuori combattimento due corazzate, la Vallant e la Queen
Elizabeth, la
petroliera Sagona, il cacciatorpedinere Jervis. Fu la migliore e pi famosa
impresa della Marina
italiana durante la Seconda guerra mondiale.
206. B. Bizley, op. cit.
207. www. subnetitalia. it/ U-BootIX. htm; perso. wanadoo. fr/ sous. marfn/ charact. htm e la scheda
tecnica informativa dell'U-Boot Archiv, Cuxhaven (Altenbruch), Germania.
208. Era il numero dei siluri degli IX D2.
209. Seduta di gioved, 9 maggio 1946 del Tribunale militare internazionale -
Processo dei grandi
criminali di guerra -, dal testo ufficiale in lingua francese, pubblicato dalla Segreteria del Tribunale
sotto la giurisdizione delle Autorit Alleate del Controllo per la Germania,
Norimberga 1948,
riportato in L. Peillard, op, cit., pp. 298-299.
210. Il comandante Otto Kretschmer, con sedici missioni, affond quarantasei navi (per un totale
di 272.958 tonnellate) e ne danneggi cinque; Wolfgang Lueth gli era a ruota,
con quindici
missioni, anche lui quarantasei navi affondate (ma per 225.204 tonnellate complessive) e due danneggiate (www. uboat. net).
211. Dalla relazione tenuta dal comandante Wolfgang Lueth a Weimar, il 17
dicembre 1943, sui
problemi di comando di un sommergibile, tratta da una traduzione dell'Office of Naval Intelligence, scaricabile da www. uboatarchive. net/ LuethLecture. htm.
212. Tra le missioni della Seconda guerra mondiale, fu per la seconda per durata: al primo posto
va l'U-196 del capitano Kentrat, con addirittura 225 giorni.
213. Dalla sopraindicata relazione Lueth del 17-12-1943.
214. www. uboat. net/ ops/ monsun2.htm.
215. Per il caso Laconia, oltre al fondamentale testo di Lonce Peillard, op.
cit., e a quello di A.
Trizzino, Sopra di noi l'oceano, pp. 200-214, D. Bellomo, Prigionieri dell'oceano: la tragedia del Laconia, Sperling & Kupfer, 2002
216. L. Peillard, op. cit.,p. 106.
217. A Norimberga fu accusato di aver condotto una guerra sottomarina contrariamente alle regole
fissate dal Protocollo navale del 1931, accettato dalla Germania, e di aver deliberatamente ordinato
di uccidere i sopravvissuti delle navi naufragate, fossero nemici o neutrali.
Venne condannato a
dieci anni di prigione. Nella motivazione della sentenza (che vale la pena di riportare per intero, poich, a mio parere,  un classico esempio dell'ambiguit di certi accordi e quindi di certe
sentenze) si specifica: Il Tribunale stima che durante il dibattito non  stato stabilito con
sufficiente certezza che Doenitz abbia ordinato deliberatamente l'esecuzione dei naufraghi
sopravvissuti. Non  tuttavia da mettere in dubbio che quegli ordini erano
ambigui e che Doenitz
incorre, per ci stesso, in gravi rimproveri. Ci che tuttavia  provato,  che gli accordi relativi al
naufragio non furono osservati e l'accusato ordin che essi non lo fossero.
L'argomento presentato
come risposta dalla difesa  che, secondo una regola marittima fondamentale, la sicurezza del
sommergibile ha maggiore importanza del salvataggio reso impossibile a seguito
dello sviluppo
dell'Aviazione. Pu darsi, ma il Protocollo  esplicito. A termini di quest'ultimo, il comandante di
sommergibile non pu affondare una nave mercantile se non  in grado di operare
il salvataggio
dell'equipaggio; altrimenti, deve lasciarlo passare sano e salvo dinanzi al suo periscopio. In pratica, Doenitz fu condannato perch non aveva ordinato ai suoi comandanti di ottemperare a un Protocollo
steso in un'epoca in cui il pericolo dell'aviazione per i sottomarini non era
stato previsto. Ma
soprattutto, e lo trovo quanto meno sorprendente, fu prosciolto dall'accusa di violazione del diritto
internazionale di guerra sottomarina non in base al diritto stesso, ma grazie all'analogo
comportamento dei vincitori. Infatti si dichiara nella stessa sentenza: visto in particolare un ordine
dell'Ammiragliato britannico in data 8 maggio 1940, secondo cui tutte le navi
che navigavano di
notte nello Skagerrak dovevano essere affondate, e viste le risposte date dell'ammiraglio Nimitz
(statunitense, N. d.A.) ai questionari che gli furono rivolti e che indicavano
che una guerra
sottomarina senza restrizioni fu condotta dagli Stati Uniti nell'Oceano
Pacifico, fin dal primo giorno
della loro entrata in guerra, Doenitz non pu essere condannato per violazione del diritto
internazionale in materia di guerra sottomarina. In compenso, non risulta che
nessun
provvedimento sia stato preso contro l'equipaggio del Liberator che bombard i naufraghi del
Laconia salvati dall'U-156. Logico che, nell'ottica - strategicamente valida -degli Alleati vincitori, fosse meglio mandare a fondo un sommergibile, pericoloso per altri battelli, col suo equipaggio addestrato, difficilmente rimpiazzabile, piuttosto che salvare un certo numero di civili.
218. Il diario di guerra di Doenitz  scaricabile in traduzione inglese dal sito
www. uboatarchive. net/ BDUKTB. htm. Per ragioni di sicurezza, Doenitz trasmetteva sempre ai sommergibili, chiamandoli col nome dei loro comandanti.
219. L. Peillard, op. cit., Appendice, Documento 8, p. 305.
220. Per quel che si  saputo in seguito, il pilota del B24, che proveniva dall'isola di Ascension, da
poco conquistata dagli Alleati, dopo l'avvistamento aveva chiesto istruzioni alla base, ricevendone
l'ordine di attaccare immediatamente. Sul comportamento operativo dell'aereo americano, il cui
pilota, pi tardi, dichiar di non avere visto, da poche decine di metri, n la Croce Rossa, n le quattro scialuppe, n la folla sul ponte, venne comunque steso un velo di nebbia che imped agli storici di chiarire cosa effettivamente accadde.
221. U-Bootwaffe. net/ ops/ boat. cgi? boat=177.
222. U-Bootwaffe. net/ ops/ boat. cgi? boat=98.
223. Ian Uys, op. cit., p. 80.
...
.
...
Capitolo Terzo.
301. Per la precisione, 6,796 tonnellate.
302. Vedi cap. 5, pp. 184 e segg.
303. Oltre a varie fonti testimoniali qui gi citate, possiamo aggiungere quella dettagliata di Chris Hulland che, nel suo sito www. chrishulland. me. uk/ rmsnova. htm riporta la lunga testimonianza del padre, il fuciliere Hulland, il quale, imbarcato sul Nova Scotia, raggiunse l'Egitto nell'aprile del
1941, in convoglio dalla Gran Bretagna, con un carico di truppe ed equipaggiamento, per poi
ripartire da Port Tewfik e, seguendo esattamente la stessa rotta che pi di un anno dopo avrebbe
portato la nave all'affondamento, part per Durban con un carico di prigionieri tedeschi e italiani.
Arrivarono felicemente a Durban il 19 luglio. Da li, caricarono soldati sudafricani e rhodesiani per portarli a Port Said, dove di nuovo imbarcarono prigionieri, e cos via.
304. Nonostante Ultra (torno alle mie annotazioni sui testi scolastici gi rilevate nel capitolo precedente: in nessun testo scolastico che io abbia visionato si mette in chiaro l'importanza di questo sistema britannico di intercettazione sulle sorti della guerra e, soprattutto, i suoi riflessi negativi sulla considerazione internazionale dei soldati italiani), e nonostante la subitaneit dell'attacco, la seconda, definitiva battaglia di El Alamein fu sanguinosissima proprio per le incredibili, disperate capacit di difesa dei soldati italiani e tedeschi.
Comunque, il 2 novembre
Montgomery scaten l'attacco definitivo Supercharge e, soprattutto, fu in quella data che Rommel dichiar di avere intenzione di ritirarsi, nonostante la perplessit di parecchi ufficiali dello Stato Maggiore. Ne deduco che il 3 novembre, a Port Said, la notizia non fosse ancora diffusa.
Comunque, solo il giorno dopo, il 4 novembre, part l'attacco decisivo. Per maggiori approfondimenti sulla ricostruzione della battaglia, A. Petacco, L'armata del deserto, Mondadori, Milano 2002.
305. La testimonianza di Nat Herman  riportata in I. Uys, Survivors of Afric s
Ocean, Fortress
Pubi. Ltd., Germiston (Republic of South Africa) 1993.
306. In I. Uys, op. cit., il testimone Nat Herman, intervistato dall'autore, ricorda con sollievo di
non essere stato tra quei suoi commilitoni che si trovavano con lui in attesa dell'imbarco e che
avevano scampato Sidi Rezegh oppure Tobruk. Ma forse Herman aveva i ricordi un po' confusi per
la lontananza nel tempo dei fatti rispetto all'intervista di Uys, perch lo scontro dei sudafricani con
gli italiani del IX Bersaglieri a Sidi Rezegh avvenne il 26 novembre, alcune settimane dopo la partenza del Nova Scotia.
307. La storia di Alda e Valcheria Ignesti  trattata da I. Uys, op. cit., nel capitolo Sea Terror -Nova Scotia, pp. 69-122.
308. M. Wrong, I didn" t do ii for you - How the world betrayed a small African nation, Fourth
Estate, London - New York 2005.
309. Eritrea, 1941-1951. Gli anni difficili, a cura di E. Chiasserini, in www. ilcornodafrica. it.
310. Nat Herman, nella testimonianza rilasciata a I. Uys (op. cit., p. 15) afferma: Mi fu detto che
essi comprendevano i peggiori tipacci e criminali (the worst characters and criminals) che mai
avessero lasciato il loro paese. Non sono in grado di dire quanto questo fosse vero, perch non sono
in grado di confermare l'autenticit di questa affermazione.
311. Gli episodi, le date, i nomi riportati sono citati da padre Mos nel suo memoriale.
312. G. Dore, op. cit., Ptron, Bologna, 2004, p. 50.
313. In realt, non si autoaffondarono tutte: le imbarcazioni considerate da Supermarina come le
uniche in grado di tentare la fuga verso l'Estremo Oriente, cio la nave coloniale Eritrea, e gli
incrociatori ausiliari (ex bananiere) Rarnb I e Ramb II, cercarono rifugio nei porti controllati dai
giapponesi (Ramb I venne intercettato e affondato nell'Oceano Indiano dall'incrociatore
neozelandese Leander); altre navi furono affondate o abbordate dagli Alleati.
314. Archivio centrale dello Stato, ministero dell'Africa italiana, B.58-F.6 -Direzione Generale
degli Affari Politici, Rimpatrio dalle Colonie - affondamento del Nova Scotia, in cui  conservata
una lettera della vedova di Van Axel Castelli, Elda Malisani che, il 7 maggio
1946, chiede notizie
certe della sorte del marito, e la risposta dello stesso ministero che, tramite la Croce Rossa,
comunica la morte. Lo stesso faldone d'archivio riporta una comunicazione del 26 marzo 1943 con
cui il Foreign Office informava la Divisione Speciale dell'Ambasciata
Svizzera, incaricata di
seguire gli interessi dei sopravvissuti italiani, che erano stati scovati altri cinque sopravvissuti, i
quali avevano dato questi nomi: Aldo Dalle Coste di Vittorio Veneto (TV), Andrea Lo Guercio di
Casella in Pattari (SA), Carmelo Ruffino di Alassio (SV), Girolamo Badalamenti
di Partana
Mondello (PA), Aurelio Grazioso, senza indirizzo in Italia. Tali nomi per non corrispondevano a nessuno degli imbarcati a Massaua; evidentemente, dice il documento, si pensa che questi cinque uomini si siano registrati sotto falso nome in Eritrea, dato che molti italiani tendono a fare cos per varie ragioni, e che i nomi ora dati siano quelli giusti. Questi uomini sono stati interrogati dal
console italiano a Loureno Marques, ma rifiutano di dare i nomi o i numeri con i quali sono stati
registrati all'imbarco. Perci, fa notare la stessa comunicazione, probabilmente cinque nomi che
comparivano nella lista dei presunti affogati erano fasulli, e corrispondevano in realt ai cinque
sopravvissuti. Insomma, un bel pasticcio. E a questi presunti affogati si aggiungevano i due presi a
bordo dall'U-177. Pu essere che anche questi cinque, come Van Axel Castelli, fossero militari che
per qualche ragione avevano ritenuto opportuno farsi passare per civili; in ogni caso, erano e vanno
considerati civili, agli effetti pratici e giuridici.
315. www. grtv. it/2003/marzo2003/17marzo2003/novascotia. htm; tale comunicazione viene
generalmente trasmessa anche a chi chiede notizie del Nova Scotia al nostro consolato in Durban.
316. Della compagnia mercantile Siculo Americana, con 10.917 tonnellate lorde di stazza. Col
nome di Colombo aveva effettuato servizio prima verso il Nord America, poi verso
il Sudamerica, e
il Cile in particolare. Nel 1936 era passata al Lloyd Triestino per il servizio NapoliMassaua. (T.
Gropallo, Navi a vapore e armamenti italiani dal 1818 ai giorni nostri, Mursia, Milano 1976).
317. 8500 tonnellate di stazza lorda, di propriet della Citra, segu la linea mercantile con la
Somalia per circa quindici anni (T. Gropallo, ibidem).
318. Il 17 febbraio 1941, per una mina magnetica posata da biplani Swordfish della Fleet Air Arm
di base a Malta. Il relitto venne distrutto da cariche esplosive quando Tripoli fu abbandonata nel
gennaio del 1943 (E. Bagnasco, In guerra sul mare - navi e marinai italiani nel secondo conflitto mondiale, Albertelli, Parma 2005).
319. Mondadori, Milano 1982.
320. Archivio centrale dello Stato, cit.
321. Dalla lettera di Giovanni De Domenico all'Autrice, novembre 2005.
322. Da un colloquio telefonico intercorso tra l'Autrice e Giovanni De Domenico, il 12 gennaio 2006.
323. Acta, Istituto storico della Repubblica sociale italiana, n. 48, maggio-luglio 2002, pp. 2-3.
324. A. Rapicavoli, Quelli erano giorni - Il lungo viaggio, pubblicato il 4 dicembre 2001 su www. liberodiscrivere. it.
325. Augusto Landi, invece, si era salvato. Rimase in campo prigionia e pot raggiungere i
familiari a Imola solo alla fine della guerra (da un colloquio dell'Autrice con Anna Landi, novembre 2005).
326. Da una lettera del 15 novembre, inviata all'Autrice da Leopoldo Cicero, di allora 8 anni, seguita da un colloquio telefonico del 20 novembre 2005.
327. Lettera di Giovanni Ellero a Pia Maria Pezzoli, del 7 novembre 1942, n. 181. La corrispondenza citata  conservata nel Carteggio del fondo speciale Pia Maria Pezzoli e Giovanni
Ellero, presso la biblioteca comunale dell'Archiginnasio di Bologna, a cui  stata donata dagli eredi.
Un ampio studio sul carteggio si trova in G. Dore, op. cit., da cui provengono molte delle citazioni
riportate in particolare dall'epistolario precedente l'internamento di Ellero.
328. Lettera al padre del 10 agosto 1936.
329. Viene in mente quanto scrisse il barone Raimondo Franchetti, scandalizzato non tanto per la
situazione del funzionario italiano quanto per il prestigio dell'Italia, quando visit a Mai Ceu, nel
1929, la sede di Cappellini, funzionario italiano all'ufficio telegrafico:
purtroppo i locali di quella
stazione telegrafica sono rappresentati da tucul assai peggiori delle comuni abitazioni indigene,
dove  davvero assai poco decoroso siano ancora costretti ad abitare dei funzionari italiani...mi sono
accorto che Cappellini non disponeva n di piatti n di forchette sufficienti
per quattro persone, e
per fortuna son giunto ancora in tempo a rimediare con le me stoviglie da campo in ferro smaltato.
(R. Franchetti, Nella Dancalia etiopica, Mondadori, Milano 1930, p. 367).
330. Lettera alla madre del 12 settembre 1936.
331. Lettera di Ellero, 25 gennaio 1938.
332. Lettera di Ellero. 26 dicembre 1936.
333. Lettera di Ellero, 9 agosto 1938.
334. Lettera di Ellero, 22 agosto 1938.
335. Lettera di G. Ellero da Om Ager dell'8 aprile 1940.
336. Lettera del 3 aprile 1937.
337. Siegfried Frederick Nadel (aprile 1903 - 14 gennaio 1956), nato in Austria 
Laureato a Vienna
in Psicologia e Filosofia, prima di occuparsi di antropologia segu interessi musicali (aveva studiato
alla Musik Akademie e al Musikhistorisches Institut di Vienna), scrivendo una
biografia del
compositore italiano Ferruccio Benevenuto Busoni e un'opera sulla tipologia
musicale. Nel 1932
entr alla London School of Economics, incontrandovi antropologi come Charles G.
Seligman e
Bronislaw Malinowski. La sua prima spedizione antropologica fu presso iNupe ed
altri popoli
nigeriani, poi tra il 1938 e il 1940 studi i Nuba del Sudan angloegiziano, iniziando a pubblicare
una serie di importanti studi sull'etnologia africana, e sviluppando le basi teoretiche del metodo
etnografico (A Black Byzantium: the Kingdom of Nupe in Nigeria; Nupe Religion;
The Foundation
of Social Anthropology; The Theory of Social Structure ecc.). Nel 1941 si un alla Sudan Defence
Force ed entr nell'Esercito britannico, venendo nominato segretario agli Affari indigeni. Fu
evidentemente in questa veste che partecip alla spedizione tra i Saho con Ellero.
338. Lettera dai pozzi di Faiar, 1 febbraio 1942.
339. Rilasciato con decreto ministeriale il 19 settembre 1955.
G. Dore, op. cit. p. 64.
340. Lettera del 17 giugno 1942.
341. Lettera del 21 ottobre 1942.
342. Lettera del 23 giugno 1942.
343. Cap. l, pp. 39-42.
344. Lettera del 31 luglio 1942.
345. Lettera del 7 novembre 1942.
346. Lettera di Ellero, 5 agosto 1942
347. Lettera del 18 luglio 1942.
348. 1 novembre 1942.
349. Lettera del 1 ottobre 1942.
350. Vedi pag. 119.
351. Lettera del 5 agosto 1942.
352. Lettera del 29 ottobre 1942.
353. Addis Abeba.
354. Dalla documentazione all'Archivio centrale di Stato a Roma, MAI - DGAP, busta 58,
fascicolo Rimpatrio dalle Colonie, lettera dal Foreign Office alla Legazione Svizzera Divisione
speciale per la salvaguardia degli interessi italiani, 26 marzo 1943, n. K. W. 17/20, con accluso
elenco dei sopravvissuti.
355. http://www. uboat. net/ allies/ merchants/2476.htmi e http.//www. U-Bootwaffe. net/
ops/ ships. cg? boat=177;nr=5, siti che ho riscontrato in genere ricchi e affidabili. Il secondo, a dire il
vero, parla di 134 sudafricani e 765 prigionieri italiani, ma poi il conteggio di morti e sopravvissuti riporta di nuovo ai numeri rispettivamente di 130 e di 780.

Capitolo Quarto.
401. Per la precisione, alle coordinate di 28 30' 00" lat. - 3315'28" long., cio nel punto in cui la
nave fu silurata, l'alba, in quel 28 novembre 1942, sorse alle 4,42 (calcolabile con
www. srrb. noaa. gov/ highlights/ sunrise/ sunrise. htmi).
402. www. ilcancello. com/ mistero_ miti_ olandese_ volante. htm. Il sito dice anche che, nel bel
mezzo del XX secolo, un giornale locale (di cui non si d altra identificazione!) avrebbe riportato la
notizia che dozzine di bagnanti dalla spiaggia sudafricana di Glencairn avevano osservato il
vascello che procedeva rapidamente, nonostante le vele a brandelli e la completa assenza di vento.
D'altra parte, la diffusissima leggenda dell'Olandese Volante, in tutte le sue varianti, spesso viene fatta incrociare, evidentemente per cercare di darle credibilit, con la realt storica. Per esempio, perfino il futuro Giorgio V, all'epoca ancora principe britannico, e il fratello Alberto Vittorio, imbarcati sull" HMS Bacchante, avrebbero avuto, in circostanze decisamente poco chiare, un
incontro con l'Olandese, l'11 luglio 1881. Come viene presentato in G. Costa, Misteri e leggende
del mare, Milano, Mursia, 1994, pp. 21-22, ci fu un avvistamento, una luce rossa individuata anche
da altre navi del convoglio, e poi la serie di disgrazie regolamentari per tale leggenda (mozzo che si
sfracella in coperta, capitano che muore di misteriosa malattia, avaria del timone, eccetera). Il testo
succitato riporta un passaggio di Karl Doenitz, a cui fanno riferimento, a quel che ho notato, quasi
tutti quelli che riprendono questa leggenda, nel quale egli avrebbe scritto:
Alcuni equipaggi di U-Boote affermano di avere visto l'Olandese Volante e altri vascelli fantasma durante i loro
appostamenti a est di Suez. Rientrati alla base hanno dichiarato concordemente di preferire
affrontare tutte le forze alleate del Nord Atlantico che conoscere una seconda volta il terrore di un
incontro con la nave fantasma. Per non viene mai citato dove e quando egli fece una simile
affermazione. .. Resta il fatto che Valcheria aveva 8 anni, e qualche marinaio sudafricano potrebbe
benissimo averle parlato di questa leggenda, assai diffusa intorno al Capo di
Buona Speranza,
eccitando la sua immaginazione.
403. C. Dominione, Un racconto simile fa impressione anche a distanza di vent'anni, su
Domenica del Corriere, 28 novembre 1962.
404. Ci pu essere qualche dubbio su questa affermazione di C. Dominione. A dire
il vero, ci si
pu domandare: perch il capitano Romney avrebbe detto, parecchie ore prima dell'arrivo, dove
dovevano attraccare, il che, almeno ufficialmente, era segreto? E anche se ormai non si poteva certo
temere una fuga di notizie, che sarebbe stata inutile, perch Romney si rivolse proprio a Dominione, che era giornalistastenografo del Corriere Eritreo, personaggio quindi conosciuto, ma non per
questo particolarmente autorevole?
405. Corrispondenza tra il padre cappuccino Giovanni Luca Barzano, figlio postumo di Giovanni,
e l'Autrice, tra il marzo del 2005 e il gennaio del 2006.
406. Colloquio del 30 novembre 2005, intercorso tra l'Autrice e Vero Freschi, figlio di Oliviero.
Oliviero Freschi, finita la guerra, riprese la sua attivit di albergatore e
ospit nel suo albergo di
Milano Marittima Robert Gysae, il comandante dell'U-Boot che aveva affondato il Nova Scotia.
Freschi  ricordato anche, in un articolo di J. D. Ratcliff, Tragedia sull'oceano, in Selezione del
Reader" s Digest, n. 204, settembre 1965.
407. I. Uys, op. cit., p. 82.
408. I. Uys, op. cit., p. 83 e segg. L'episodio  ricordato da vari sopravvissuti; alcuni, tra i quali
Herman, riferiscono che si trattasse di un cuoco di bordo, altri che fosse un italiano.
409. L. Bucci, Sul rottame fatto a croce quattro naufraghi volevano lasciarsi morire, Tempo, 31
gennaio 1953. Un Antonio Caridi (non Cariddi) compare nell'elenco dei naufraghi di Santa Rita.
410. J. D. Ratcliff, op. cit., pag. 30
411. Da un estratto delle memorie inedite di George Kennaugh, pubblicato il 28 novembre 1992
dal Sunday Times di Johannesburg.
412. I. Uys, op. cit., pp. 86-87.
413. Sei minuti secondo South Africa at War di H. J. Martin e Neil D. Orpen, di cui un brano 
riportato in La Voce - organo d'informazione della Comunit italiana in Sudafrica del 6 dicembre
1990. Sette, secondo C. Dominione.
414. I. Uys, op. cit., p. 91 e segg.; George Kennaugh, articolo cit.
415. Llandaff Castle, britannica, 30 novembre; Saronikos, greca, 7 dicembre;
Empire Gull, britannica, 12 dicembre; Sawahloento, olandese, 14 dicembre.
416. L. Peillard, op. cit., Appendice, Documento 8, p. 303 e segg.
417. I. Uys, op. cit., p, 91.
418. C. Dominione, La tragedia del Nova Scotia, Mai Tacl, n. 4, luglio-agosto 1982.
...
.
...
Capitolo Quinto.
501. Utilizzo l'articolo pubblicato da Gomes Ramos, primo tenente dell'Afonso de Alhuquerque,
su Anais do Club Militar Naval, 1952, pp. 503-520, O Afonso de Albuquerque salva naufragos
do Nova Scotia; tale articolo, scritto da un protagonista in prima persona e con funzioni di
comando, ritengo possa annullare altre informazioni, che danno la partenza dell'aviso portoghese al
mattino, probabilmente per confusione, tra le 9 A. M. e le 9 P. M. Altri dati l devo alla disponibilit
dello studioso sudafricano Allan Jackson, che mi ha fatto pervenire copia del
testo di Ian Uys gi
molte volte citato ed  da anni il curatore del sito www. fad. co. za, che si occupa di approfondire la
storia di Durban, nel quale pi di una volta si fa riferimento all'affondamento del Nova Scotia e al
salvataggio a opera dell'Afonso de Alhuquerque.
502. cap. 3, p.
503. I. Uys, op. cit., pp. 95-96.
504. I. Uys, op. cit., p. 97.
505. L. Bucci, Sul rottame fatto a croce quattro naufraghi volevano lasciarsi morire, Tempo, 31 gennaio 1953.
506. I. Uys, op. cit., p. 101.
507. C. Dominione, Un racconto simile fa impressione anche a distanza di vent'anni, Domenica
del Corriere, 28 novembre 1962.
508. Dalle memorie di George Kennaugh, op. cit.
509. J. D. Ratcliff, citato da I. Uys, op. cit., p. 100; anche per Matt Powell, docente di Ittiologia
all'universit dell'Idaho, USA, la potenza di quell'attacco di squali
costituisce uno scenario biologico unico. [...] Attacchi di squali in quella scala non si verificheranno mai pi, perch il numero di squali pelagici  stato grandemente ridotto dalla pesca indiscriminata e perch ora si pu reagire a tali eventi molto pi rapidamente (da un suo messaggio all'Autrice, 28 febbraio 2005).
510. Sharks of the East Coast of Southern Africa. 1. The genus Carcharinus (Carcharinidae), Invest. Rep. Oceanogr. Res. Inst., Durban 1973.
511. Vic Davidson, veramente, non si limita a dire che il mare ribolliva di squali, ma che the
sea was alive with sharks, espressione molto pi potente, con toni che ricordano la Ballata del
vecchio marinaio di Coleridge: il mare sembrava vivere di squali.
512. I. Uys, op. cit., p. 100.
513. Quattro pezzi da 120 millimetri, due tubi lanciasiluri di profondit, quattro pezzi antiaerei da
7 millimetri, quattro mitragliatrici antiaeree da 40 millimetri e un idrovolante di intercettazione e bombardamento.
514. Appartenente alla classe Goncelo Velho, costruita in Inghilterra nel 1933 dai cantieri
Hawthorne Leslie espressamente per la Marina portoghese, era un aviso di seconda classe, dislocamento 1174 tonnellate, dimensioni 81.5 x 10.8 x 3.5 metri; armata con 3 pezzi da 120 millimetri e 2 pezzi da 40 millimetri; velocit 16.5 nodi; equipaggio di 142 uomini (negli anni
Cinquanta venne radicalmente modificata e potenziata)
http://pt. wikipedia. org/ wiki/ Classe_ Gon%C3%A7AloVelho.
515. Infatti, I. Uys, op. cit., p. 11, riporta la testimonianza di un certo Davidson, che venne recuperato da una nave portoghese (Cruiser, incrociatore, lo definisce Davidson, quindi un aviso) il luned 30 novembre alla sera, quando gi l'Albuquerque aveva abbandonato la zona. Davidson parla di altri sopravvissuti portati con lui a Loureno Marques.
516. L'episodio  confermato anche da A. Massari, Gli italiani nel Mozambico portoghese (1830-
1975), L" Harmattan Italia, Torino 2005, p. 222.
517. Selezione del Reader" s Digest, settembre 1965.
518. Domenica del Corriere, 16 dicembre 1962.
519. Tempo, 31 gennaio 1953.
520. I. Uys, op. cit. p. 112.
521. Oltre I. Uys, op. cit., p. 113, e La Voce, organo di informazione della comunit italiana in
S. A., che il 6 dicembre 1990 riportava la traduzione di un brano del testo del generale J. Martin e del colonnello N. D. Orpen, South Africa at War, nel quale la spiaggia viene trascritta come Umtinzini, ma sempre di undici giorni si parla.
522. Capitolo Terzo, p. 42.
523. Attualmente nota come Universit Pontificia di San Tomaso d'Aquino.
524. La stele fu innalzata grazie a una donazione dei sopravvissuti del Nova Scotia residenti in
Mozambico. Le notizie sul cimitero di Hillry sono ricavate dal testo Short
History of Hillary
Cemetery, cortesemente inviatomi, insieme all'elenco dei sepolti conosciuti, dal consolato italiano di
Durban. Il cimitero di Hillary non conserva solo quelle tre tombe anonime, ma anche trentacinque sepolture di prigionieri di guerra italiani deceduti durante il loro internamento nei campi sudafricani
tra il 1941 e il 1945. Secondo La Voce - Organo d'informazione della comunit italiana in
Sudafrica del 6 dicembre 1990, che riporta la pubblicazione South Africa at War, del generale
J. Martin e del colonnello Neil D. Orpen, i centoventi di Itys Bay non sarebbero stati gli unici cadaveri recuperati: il 3 dicembre sarebbe stata avvistata una trentina di corpi presso Umkomaas, a sud di Durban. In tutto, secondo la pubblicazione, sarebbero stati recuperati, nei pressi di Durban, 250 corpi, spinti a sudovest dalle correnti.
525. B. Bizley, UBoats off Natai: the locai Ocean War, in Natalia Journal of
the Natal Society,
nn. 23 e 24, dicembre 1993-dicembre 1994. Visionabili in www. fad. co. a/Resouces/ contribs/ bizley/ UBoats. asp.
526. I ricordi di M. Muggeridge sono citati da I. Uys, op. cit., p. 114 e segg.
527. K. Fedorowich, German espionage and British counterintelligence in South
Africa and
Mozambique, 1939-1944, in The Historical Journal, 48, I, Cambridge, marzo 2005.
528. Per la successiva, avventurosa e misteriosa storia di questi volumi, B.
Bizley, op. cit.
529. Sulla storia dei rapporti tra nazisti e nazionalisti afrikaner, J.
Melherbe, Port Natal: a Pioneer
History, Howard Timmins, Cape Town 1965, pp. 209-230, Cambridge University
Press, 2005, e K.
Fedorowich, op. cit, p. 225. Ovviamente, i nazionalisti afrikaner condividevano con l'ideologia
nazionalsocialista anche lo spirito razzista.
530. K. Fedorowich, op. cit., p. 221.
531. J. Melherbe, op. cit,., p. 210.
532. A. Massari, op. cit., pp. 206-207.
533. I. Uys, op. cit.,pp. 116-117.
534. Si trattava evidentemente, come riferisce A. Massari, op. cit., p. 207, dell'ospedale Miguel
Bombarda, dove vennero ricoverati cinquantuno italiani e venti inglesi (come da rapporto del capitano dell'amministrazione della salute dell'Ospedale Miguel Bombarda).
Evidentemente, col
termine inglesi ci si riferisce sia ai sudafricani che agli inglesi.
535. A. Massari, op. cit, p. 194 e segg.
536. Campini dovette poi abbandonare il Mozambico quando, dopo il settembre del
1943, opt per
la Repubblica sociale italiana. Avendo il Portogallo riconosciuto il governo Badoglio, Campini fu
espulso e confinato a Madeira.
537. Per pi ampie notizie su alcuni dei sopravvissuti italiani e sulla loro vita in Mozambico, A.
Massari, op. cit., pp. 211-219.
538. Archivio centrale dello Stato, busta cit., lettera della Regia Legazione d'Italia a Lisbona del 4
aprile 1946 ai ministeri della Guerra e della Marina, prot. 2201/9/M.; A.
Massari, op. cit., p. 211,
nomina anche la nave portoghese Niassa, che part dalla capitale mozambicana il 4 aprile 1946 per
riportare in Italia altri naufraghi del Nova Scotia.
539. L'Eritrean Daily News continu le pubblicazioni fino al 4 novembre 1947.
540. Archivio centrale dello Stato, busta cit.
...
.
...
Appendice.
601. http://www. mishalov. com/ DeWolf. htmi riporta l'articolo di Richard Goldstein sul New York
Times del 14 gennaio 2001.
602. Uboat. net/ men/ gysae. htm e uboat. net/ boats/ ul77.htm.
603. I. Uys. op. cit., pp. 118-122.
604. M. Virgilio, Pia Maria Pezzoli, avvocata in Bologna, in G. Dore op. cit., pp. 75-85.
605. I. Uys, op. cit., p. 122.
606. http://en. wikipedia. org/ wiki/ Denis_ Hurley; J. Page, An appreciation of
Denis Hurley,
archbishop emeritus of Durban, South Africa, National Catholic Reporter, NCRonline. org, 20
febbraio 2004.
607. A. Massari, op. cit., p. 219. Personalmente ho alcune perplessit sull'episodio.
608. http://www. bharatrakshak. com/ NAVY/ History/1950s/ Kore. htmi.
609. Revista de Armada, n. 348, dicembre 2001, in www. marinha. pt/ extra/
revista/ radez2001/pag20.htmi e www. marinha. pt/ Marinha/ PT/ Menu/
DescobrirMarinha/ Historia/ combatesnavais.
...
.
...
FINE.
